De-universitanizzare la società
C'è qualcuno che insegna perché c'è qualcuno che impara. Eliminateli. Non resta che DADA. Il progetto di Tristan Tzara, studente rumeno-zurighese di matematica al Politecnico svizzero, merita di essere ancora ben meditato.
In effetti, la situazione universitaria italiana ha bisogno delle sottili attenzioni di un Monsieur Antipyrine dadaista, e io mi vestirò di questi panni, sia pure temporaneamente.
Intanto, i numeri. Nel 2005, secondo il Ministero competente, abbiamo avuto 301.298 laureati, tra le quali 57 donne per ogni 100. I fuoricorso sono stati 188.061, tra i quali 62 donne ogni 100. Sulla base del titolo di accesso all'Università, abbiamo il 36,8 % dal Liceo Scientifico, tra i quali il 49,8% di donne, il 24,4% dall'Istituto Tecnico, con una discesa al 42,9% delle studentesse, e un paradossale 18% dal Liceo Classico, con un picco del 68,9% di studentesse del Classico che decidono di iscriversi all'Università per, vivaddio, concluderla.
I Licei Linguistici partecipano per un misero 5% dei Laureati, con un 88,9% delle donne in questo settore di titolo di origine, mentre il Professionale porta alla Laurea solo il 4,1% dei suoi diplomati, tra i quali le donne rappresentano il 57,9%.
Pessimi dati. Ma non perché, e qui anticipiamo uno degli argomenti finali, i laureati siano troppo pochi, ma perché sono asimmetrici, se si pensa che lo Scientifico porta alla Laurea una grande maggioranza di studenti in Medicina e Ingegneria, mentre il Classico polarizza ancora (ma non vi sono statistiche serie sull'argomento, quelle che vedremo sono troppo vecchie) i laureati delle ormai cosiddette discipline umanistiche.
Per quel che riguarda il nesso tra Università e mondo delle professioni, l'ISTAT riferisce che, per titolo di studio ( i dati ultimi sono fermi al 2003) a 30-34 anni la disoccupazione con titolo universitario (senza differenziazioni interne) è del 9,2%, con un aumento di oltre il 3% rispetto agli uomini per quanto riguarda le gentilissime (così avrebbe scritto Carlo Emilio Gadda) dottoresse.
La ripartizione geografica della disoccupazione con laurea è interessante anch'essa: Nel Nord-Ovest, a 30-34 anni, rimane disoccupato il 3,7% dei laureati ambosessi, per usare questa terminologia da pubblicità popolare. Al Nord-Est, troviamo un aumento sensibile fino al 4,7%. Troppe fabbrichètte che non sanno che farsene dei Signori Dottori.
Al Centro la disoccupazione intellettuale incontra per la prima volta la media nazionale standard, con un 8,9% di studenti (sempre ambosessi, senza offesa s'intende) che rimangono al palo tra i 30-34 anni.
Al Sud, anche qui il tasso di disoccupazione intellettuale lambisce quello della mancanza di lavoro tout court: 18,9% tra i dottori di 30 e di 34 anni, l'età che di solito assiste alle prime rughe per le Dottoresse e alle prime défaillances private degli Illustri Dottori.
Se si confronta il dato con il resto dell'Unione Europea, siamo i buoni ultimi in classifica: al 2002, ultimo anno di comparazione disponibile in archivio ISTAT, il Regno Unito, dopo aver molto ringraziato Mrs. Thatcher per l'energia mostrata, teneva solo il 2,4% dei laureati trentenni fuori dal mondo del lavoro, seguito perfino dagli USA con il 2,7% con un buon terzo posto per la Germania al 3,4% (avercelo, noi) e poi a seguire, nel gruppone di testa, come diceva il Dottor Adriano De Zan quando seguiva il Giro d'Italia, il Belgio (3,7%) la Francia (il 5,8%, niente male nemmeno là) il Portogallo con il 4,7%, la Spagna con l'8,5% e infine l'Italia con uno stanco 8,4%.
Settore per settore, e qui torniamo sconsolati all'Italia, gli ultimi dati 2002 ISTAT, a quattro anni dalla laurea (c'è tempo per scegliere, no?) danno un 80,5% di occupati dal settore scientifico, un paradossale 20% da quello medico (le consorterie sono composte da cannibali) con un giuridico al 55, 2 % e un letterario al 70%. L'insegnamento, genericamente inteso, assorbe l'80,3% degli occupati.
Come il santone Ramakrishna, che per dimostrare l'insignificanza del mondo materiale, mangiava malato il proprio vomito, così l'università e la scuola sono oggi capaci solo di introflettersi dando lavoro, per l'80%, a quelli che tengono caldo ma a fermo il motore della scuola, che dovrebbe invece viaggiare verso il mondo esterno, non guardare il proprio ombelico, o mangiare il proprio vomito.
Ma evidentemente Ramakrishna, per quel che riguarda l'università italiana, non aveva tutti i torti. E la coerenza del lavoro rispetto al titolo? Stiamo male. Il 56% di coloro che possiedono un titolo di studio di scuola secondaria superiore ritiene di svolgere una mansione affine al proprio livello di preparazione, con il 64% per i diplomati di "primo livello" e il 67% per i laureati di "secondo livello.
La non necessità della laurea, secondo i dati ISTAT 2004-2005, riguarda il 33,4% degli operatori scientifici, uno straordinario 44,1% nell'area letteraria, un 45% nell'insegnamento, e un 54,4% nell'area degli operatori del settore "politico-sociale".
Sul piano generale, i laureati in blocco sono solo il 10% di coloro che hanno tra i 25 e i 64 anni, mentre il 18% della popolazione italica ha solo la licenza elementare o addirittura nessun titolo di studio. E poi danno la colpa alla televisione, secondo la ferale diagnosi di Totò.
In sostanza, se poi andiamo a vedere, e qui finalmente la finiamo con i numeri, le variabili di stipendio, l'oscillazione tra l'occupato laureato e quello senza laurea è tale da non giustificare, in linea di principio, l'investimento, rebus sic stantibus, in un corso di studi universitario.
Allora, come la mettiamo? E' intanto ozioso domandarsi se, con questa struttura della formazione media, sia logico trasferire armi e bagagli la grande maggioranza dei diplomati superiori all'università.
Data la struttura accademica sopra osservata, l'università non cambia la situazione.
E ci mancherebbe, aggiungiamo. Ancora il 70,4 % dei professori universitari italiani oggi proviene da scivoli, terne, integrazioni in ruolo di massa, ope legis, e da tutta una serie di operazioni, dalla dubbia legittimità costituzionale, e in numero di ben quattro, che fino al 1979 hanno fatto "entrare in ruolo" una massa di personaggi dai titoli spesso scarsi, talvolta inesistenti e, in qualche caso, qualora esistenti, esilaranti per contenuto e forma.
Qualcuno si è salvato con l'escamotage di Schelling, di cui Hegel maliziosamente diceva che aveva fatto "carriera davanti al pubblico".
Ma questi sono i casi migliori. Chapeau! E quindi, la massificazione dell'università serve a garantire la massa critica studentesca che mantiene un'altra massa, quella dei professori che, fuori dalla camarille di Ateneo, sarebbero rigettati dal mercato scientifico in un attimo. Altro che Ramakrishna.
Una tecnica, attualmente di gran moda, consiste nel allungare il brodo, sperando che il santone indiano lo digerisca.
Un master dopo la Laurea, poi un altro Master di Secondo Livello, poi ancora un altro Corso Super di Specializzazione, in una gerarchia di gradi da far impallidire un Gran Maestro 33° della Massoneria Scozzese.
Rovesciare la logica, allora, e subito, con rapidità dadaista. Tornare alla "natura delle cose".
Non è l'università che forma per la professione, ma le professioni che operano, in un sano contesto da società liberale, la loro formazione interna. L'università faccia lo sfondo azzurro con le stelline, al resto ci pensiamo noi.
Tornare al modello "Bottega del Verrocchio", nella quale un giovanissimo Leonardo da Vinci comincia a lavoricchiare e imparare (è la stessa identica cosa) e poi, come è accaduto, un Angelo viene meglio a lui, il Verrocchio si incazza di brutto e il resto lo sappiamo tutti.
È quindi l'alta formazione interna alle professioni intellettuali che usa l'università per la "materia bruta", salvo poi formare i propri Leonardi in seguito. È la realtà del mondo che conferisce i titoli, non viceversa. E allora, per rendere reale questo contesto accademico che sembra l'idea di Ramakrishna, sarà bene arrivare subito a tre scelte legislative, che peraltro sono certo nessuno farà: 1) abolizione del valore legale del titolo di studio, per evitare i gingilloni che, dopo una faticosa laurea, fanno i furbi al concorso per la professione forense a Catanzaro, per esempio, 2) numero chiuso alle università, per merito e esami, naturalmente. Non mi venite a dire che si escludono i poveracci. Chiunque conosca la storia dell'università italiana nell'ottocento sa che lo studio accademico è stato un notevole volano di mobilità sociale, e questa mobilità è funzione diretta della meritocrazia. Un numero chiuso che seleziona anche i docenti, che non possono prendere per fessi studenti impreparati o demotivati; infine 3) temporaneità della funzione docente. Chi l'ha detto che si debba essere sacerdos in aeterno? Chi ha da dire, chi ha prodotto ricerca, chi viene dal mondo delle professioni reali e ad alto livello, vada a raccontarlo, per il tempo che occorre, all'università, per chiudere il circuito tra sapere e fare. La Bottega del Verrocchio. Sarà impossibile, nel contesto italiano, dove ormai ogni corporazione si gonfia come i ranocchi, e nessuno è un principe azzurro. Non baciateli, comunque.

