Debiti Sovrani

di Marco Giaconi

L’Occidente, dal punto di vista economico, non c’è più. E pensare che le stupide ideologie del secolo ritenevano che la “struttura” dominasse la sovrastruttura delle ideologie, delle tecniche, del sapere. Dal 1975 al 2007, anno orribile dell’innesco di una crisi finanziaria dal rilievo pari ad una guerra perduta, il Pil degli USA si moltiplica per 8,75 volte, in valore nominale. Ma il debito privato americano, nello stesso periodo, diviene venti volte quello originario, e il debito pubblico si triplica. Alla fine del 2007, il deficit statunitense diviene il 350% del PIL, e il debito pubblico di Washington, nello stesso periodo, arriva a 8,5 trilioni di dollari, con un “servizio del debito” (il pagamento degli interessi) di 165 miliardi di USD, il doppio di quello del 2002. Per risolvere la crisi, gli Stati Uniti si rivolgono a nuovi creditori: non più i tedeschi o i giapponesi, gli sconfitti di quella azione geoeconomica che fu la Seconda Guerra mondiale, ma aprono ai fondi sovrani cinesi, giapponesi e sauditi e di altri paesi allora secondari, che accumulano rapidamente 3 trilioni di USD in riserve. Oggi le riserve cinesi in dollari sono di 2,4 trilioni di USD, quelle saudite e russe di 800 milioni, le quote giapponesi risultano di 997 miliardi di USD.
Dopo la crisi del 2008, risolta con la produzione di “Agency Debts” pagati con dollari virtuali, il che fa rimanere i tassi di interesse bassi, il debito bancario USA accumula perdite per 4 trilioni di USD, finanziati per tre quarti dal debito federale, il che era esattamente quello che volevano i grandi elettori di Barack Obama. Non che i repubblicani fossero più bravi: loro avrebbero lasciato fallire le banche USA, in nome del “free market”, salvo poi gestire una nazione con un reddito brasiliano. I governi europei non hanno fatto di meglio. L’UE trasferisce liquidità alle banche per il 2,1 % del PIL, per il 2,7% in conto capitale, per il 20,5% in titoli a garanzia. Di conseguenza, nell’Eurozona, il debito pubblico aumenta in media di 14,5 punti di PIL. Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, che raccoglie questi dati, le aziende finanziarie europee non prestano più: il merito del credito peggiora, e la liquidità che hanno serve soprattutto per ridurre i loro debiti. Sul piano geopolitico, l’Occidente non ha liquidità per salvare la sua economia e chiede soldi ai nuovi paesi di quello che Willy Brandt chiamava il “Sud del Mondo”. La Cina, che non è guidata da incompetenti, utilizza i prestiti “bonificati” della Banca Mondiale per poi riprestarli all’Occidente che li ha generati, mentre Pechino utilizza i suoi fondi “freschi” per penetrare l’Africa e il Medio Oriente, in cerca di petrolio e di materie prime.
Al Giugno 2010, il 40% del PIL mondiale è prodotto da paesi che hanno un deficit pubblico superiore al 10% del loro PIL. Gli USA hanno emesso buoni del Tesoro per il 60% del loro prodotto interno lordo, ovvero per 7,5 volte le loro entrate fiscali annuali, e il deficit corrente rappresenta il 72% di tutte le entrate fiscali poliennali. In Francia il deficit pubblico è il 9% del PIL, ovvero il 30% della spesa pubblica e il 55% delle entrate fiscali, mentre il debito pubblico USA è di 11 trilioni di USD, ovvero il 674% delle entrate fiscali, mentre i prestiti sono il 248% delle entrate fiscali annuali statunitensi e il Tesoro di Washington deve rifinanziare ogni anno la metà del suo debito pubblico, il che lo mette sotto scopa rispetto agli investitori. In Europa, il debito pubblico rappresenta, in media, l’80% del PIL, in Gran Bretagna raggiungiamo il 100% del prodotto interno lordo, la Grecia ha raggiunto (e ancora sta lì, dopo il default) il 135% del suo PIL, con due terzi del debito detenuti all’estero.
Come si possa fare politica internazionale in queste condizioni è un problema insolubile. In Francia il debito pubblico è l’83% del suo PIL, ovvero il 535% delle entrate fiscali di Parigi, mentre l’Italia ha oggi 393 miliardi di Euro in quota debito. Tutti, quindi, sono in attesa che i mercati finanziari internazionali li mettano sulla linea del fuoco. Mancano all’appello gli attivi finanziari internazionali di Europa, USA e Giappone. Gli Stati Uniti hanno attivi reali all’estero per 20 trilioni di USD, 6 trilioni per la Francia e la Germania rispettivamente. Per l’Italia siamo a circa sette, secondo i dati della Banca d’Italia. Ma la spirale del debito non si può fermare facilmente. In Giappone, il debito pubblico, secondo l’OCSE, dovrebbe passare dal 204% al 245% del PIL entro il 2014, e, secondo la BRI di Basilea, al 300% nel 2020. Se Tokyo, come gli altri paesi OCSE, non abbassa il debito pubblico, i suoi titoli potrebbero cessare di essere venduti in massa, e quindi i tassi di interesse dovrebbero aumentare. Entro la fine del 2010, i paesi UE devono avere in prestito un totale di 1,7 trilioni di Euro. Il debito pubblico italiano dovrebbe passare, secondo gli analisti internazionali, dal 155,3% del PIL interno (dato del 2009) al 128,5% nel 2014, la Francia arriverebbe al 96,3% nello stesso periodo, la Gran Bretagna al 99%, per il Belgio, se rimarrà unito, siamo al 111,2%. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, che è più pessimista del “torracchione” di Basilea e dell’OCSE, l’Italia dovrebbe arrivare, nel 2014, a una quota del debito pubblico sul PIL del 132,3%, mentre nel 2020, sempre secondo i ragazzi di Basilea, il debito pubblico sarà del 200% in Inghilterra, e del 150% in Grecia, Belgio, Francia e Italia. Ma se i tassi di interesse salgono, per attirare clienti sui propri buoni del Tesoro, allora diminuisce la quota di mercato e la tempistica della scadenza dei titoli si fa necessariamente più corta. Quindi il debito pubblico, anche se le aste vanno bene, non potrà più ragionevolmente finanziare le spese intergenerazionali, come la sanità e le pensioni, e neppure la politica estera, che sarà sempre più legata ad azioni “mordi e fuggi”, dove l’Occidente farà la bella figura di salvare bambini e vecchiette, mentre i taliban aspetteranno pazientemente la fine delle operazioni per prendere in mano il Paese, come accadrà senza dubbio in Afghanistan e come sta già accadendo in Iraq. E se un Paese non “comanda” una politica estera, poi è inutile che pianga come un marito cornuto, se lo buttano fuori dalle linee petrolifere e dalle aree di estrazione delle materie prime, che sarà obbligato a pagare, a caro prezzo, dal paese che gli ha messo le corna in Medio Oriente o in Asia Centrale.
 
In UE, poi, le cose non vanno certo meglio che in USA. L’Eurogruppo ha prestato 20 miliardi di Euro alla Grecia, che tutti sanno avere bisogno di 150 miliardi di liquidità UE fino al 2011, e che tutti egualmente sanno che non potrà mai rimborsare, nemmeno pregando al Tempio di Demetra, la “Potnia” (“padrona”), come la chiama Omero nell’inno a lei dedicato, e si ricordi che Demetra è anche, secondo Pausania, Erynis, l’Implacabile. Per finanziare Atene (sembra di rileggere Tucidide) l’UE passerà sempre di più la mano al Fondo Monetario, che non è stato creato per gestire debiti sovrani e richiederà ai paesi debitori quei “pacchetti” di riforme che hanno generato crisi a ripetizione, in Medio Oriente, in Asia, in Africa. Per pagare il FMI l’UE ricorrerà al vecchio trucco, l’inflazione, che oggi, in tempi di politically correct, si chiama quantitative easing. Nella ipotesi più probabile, alcuni paesi potrebbero uscire dall’Euro, per far subire alle loro economie uno shock inflazionista serio, fuori dalle parità obbligate della moneta unica europea, ma questo svaluterà i loro Buoni del Tesoro, mentre la Germania, nel pieno del suo boom geopolitico dell’export, chiederà di uscire dall’Euro, peso ai piedi che Berlino ritiene di aver già pagato in cambio del permesso UE alla sua unificazione. Se cade di fatto l’Euro, ritorneremo al protezionismo nazionale, ma l’Italia sarà il paese UE meno adatto, per la sua struttura industriale, a trarne profitto.
Ecco, ora tornate a leggere le storie sull’appartamento di Montecarlo...
Io, intanto, mi ricorderò del mio maestro Francesco Cossiga, morto ieri dopo una vita straordinaria.