Democrazia oltre le assemblee

di Claudio Serni

Vorrei suggerire uno sguardo che scorga una visione di democrazia più ampia di quella di tipo aggregativo, cioè quella basata sul metodo che conta e somma le preferenze. E intendo riferirmi a un caso particolare di organizzazione democratica all’interno di un partito. Il caso in questione è l’assemblea che si è svolta a fine febbraio alla Nuova Fiera di Roma, dove i delegati dell’Assemblea nazionale del Pd, dopo le dimissioni di Walter Veltroni, erano chiamati a pronunciarsi sull’elezione di un nuovo segretario o sull’avvio di primarie o congresso. Sappiamo come sono andati i fatti e qui ci interessa soltanto suggerire possibili alternative.
Al di là della troppo scarsa presenza dei delegati, su cui mi sono già espresso (qui), è stata sicuramente un’assemblea democratica: c’è stata una votazione e ha vinto la maggioranza. Ora, la questione è se questo modello di democrazia sia il migliore per la vita interna di un partito come quello Democratico. A mio parere occorrono nuove modalità di democrazia interna (sono già intervenuto su questo argomento, qui) e occorrerebbe anche, in relazione alla democrazia interna, un progetto di democrazia che guardi verso l’esterno. In poche parole, interrogarsi su cosa sia oggi la democrazia, quale modello di democrazia e per quale società. Credo che, un partito che si definisce democratico, debba porsi, prima o poi, questi interrogativi. Bisognerà dare un senso meditato a quest’aggettivo?
Ma tornando all’evento che ha designato Franceschini, lo svolgimento democratico di quell’assemblea ha seguito il modello classico di tipo aggregativo. Tuttavia, esiste anche un modello di pratiche democratiche che si basa sulla discussione, sul confronto e sulla possibilità della trasformazione delle preferenze, su uno scambio argomentativo razionale. Alla base di questo modello, che definiamo deliberativo, c’è la convinzione che la democrazia e le modalità di esercizio democratico siano caratterizzate dal primato della discussione sul voto, che certamente può esserci, ma che è l’elemento ultimo di un processo dialogico. È, per così dire, l’atto formale che segue un agire comunicativo pubblico. In ultima analisi, è più importante la qualità della formazione delle opinioni, il confronto e la trasformazione delle preferenze, piuttosto che il loro conteggio.
Sono pronto a scommetterci: chi è entrato in quell’assemblea con l’idea di eleggere subito un segretario non l’ha cambiata al momento della votazione, così chi è entrato con l’idea di andare alle primarie è rimasto della sua idea anche al termine dell’assemblea.
Detto questo cercherò adesso di descrivere un metodo deliberativo per arrivare a delle decisioni attraverso la discussione di molti partecipanti. Non è vero che non si possa discutere quando il numero delle persone coinvolte è elevato, come nel caso dell’Assemblea nazionale del Pd, il metodo che segue è stato messo a punto proprio per ovviare a questo inconveniente.
Mi riferisco all’Electronic Town Meeting (E-TM), che da pochi anni è stato sperimentato anche in Italia. Storicamente deriva da una forma particolare di democrazia deliberativa, i Town Meeting, che hanno avuto la loro origine negli Stati Uniti del 1600, precisamente nel New England. Qui erano una vera e propria forma di governo: in assemblee pubbliche i cittadini prendevano delle decisioni riguardanti la propria comunità. Alcune città, le più piccole, hanno conservato queste pratiche che affiancano nei processi decisionali i rappresentati eletti.
Il Town Meeting, nella sua versione moderna, quello che proponiamo come modello, è stato messo a punto da AmericaSpeaks (una organizzazione no-profit fondata nel 1995 con sede a Washington - D.C.), con l’invenzione del “21st Century Town Meeting Model”. Questo metodo, che prende il nome di Electronic Town Meeting (E-TM) per l’introduzione delle Information Communication Technology (ITC) al tradizionale sistema di dibattito, permette di far partecipare alla discussione centinaia o migliaia di persone contemporaneamente, anche dislocate in sedi diverse.
Nell’architettura del “21st Century Town Meeting Model” si possono individuare quattro elementi fondamentali:
Facilitated deliberation. Tutti i partecipanti, che possono essere anche diverse migliaia, sono divisi in gruppi di 10 o 12 persone che, riunite intorno a un tavolo, dibattono sugli argomenti in discussione con l’aiuto di un facilitatore che ha il compito di aiutarle a focalizzare gli argomenti e fare in modo che la discussione rimanga incentrata sui temi del dibattito.
Networked computers. A ogni tavolo è presente un computer che, collegato in rete con l’elaboratore centrale, permette ai partecipanti di esprimere in tempo reale le considerazioni del tavolo sugli argomenti dibattuti.
Theming. Un gruppo di persone, denominato “theme team”, legge le opinioni dei partecipanti che arrivano da ogni tavolo e, associando quelle uguali o simili, le proietta su un maxi-schermo presente in ogni sala in cui si svolge il TM, in modo che tutti conoscano in tempo reale le preferenze di tutti i tavoli.
Polling keypads. Ogni partecipante ha un telecomando per votare sui temi dibattuti e misurare quindi la sua posizione rispetto agli altri partecipanti. Come si vede, il voto non è escluso, ci si può contare, ma solo dopo un vero dibattito che coinvolga tutti i partecipanti.
 
A patire dal 1998, si sono svolti molti E-TM su diversi temi pubblici a cominciare dagli Stati Uniti e, negli ultimi anni, anche in Italia, dove la Regione Toscana ne ha organizzati tre negli ultimi tre anni (2006, 2007, 2008).
In tutti i casi, questo metodo è stato utilizzato finora per coinvolgere molti cittadini in dibattiti su politiche pubbliche, non è mai stato utilizzato per organizzare il dibattito di un’assemblea di partito o di un congresso, ciò non toglie che possa esserci una prima volta.
Al di là di tutto, quello che mi interessa sottolineare è che esistono modalità (quella del TM è solo una tra le possibili) per organizzare una discussione con molti partecipanti in cui tutti possono esprimersi e confrontarsi su un piano di assoluta parità e nello stesso tempo dire che queste modalità, che si ispirano ai principi della democrazia deliberativa, siano forse migliori per gestire la vita democratica interna a un partito di quelle di tipo aggregativo.
La mia riflessione vuole suggerire che i dibattiti per alcune decisioni dell’Assemblea nazionale del Pd potrebbero essere svolti facendo ricorso a metodologie come il TM. Poi, una volta che il ricorso a forme di democrazia deliberativa per la gestione della democrazia interna del Pd diventasse un metodo ordinario, anche le urgenze potrebbero essere affrontate con tali strumenti.
Voglio chiudere accennando al fatto che le pratiche deliberative possano essere viste, da una prospettiva puramente utilitaristica, anche come un metodo per formare una nuova classe dirigente al confronto, alla discussione, non tanto su basi ideologiche quanto su basi argomentative. Cioè allenare alla capacità di sostenere le proprie idee con argomenti seri e razionali e alla capacità, altrettanto importante, di mutarle nel confronto con gli altri, e non, come spesso avviene per calcolo elettorale. Tutto questo ha un senso soltanto se il Partito che si sta formando vuol essere qualcosa di diverso da uno dei nuovi, ma già vecchi, partiti elettoralistici. Allora cercare nuove modalità democratiche e avviare percorsi di sperimentazione verso nuove pratiche sarà produttivo, altrimenti sarà solo una perdita di tempo e di risorse.
 
[11 marzo 2009]