Dermot Bolger, FIGLI DEL PASSATO

Viaggio nella storia di una famiglia nord irlandese, quello che compie Dermot Bolger nel suo ultimo romanzo Figli del passato (Fazi editore): si sviluppa per oltre seicento pagine, a coprire i tre decenni presi in considerazione, dal 1915 al 1941, tanta è la vastità dell’indagine dello scrittore di Finglas, periferia di Dublino. Storia ispirata a personaggi esistiti, come spiega Bolger nella nota di postfazione, e in modo particolare dovuta alla conoscenza di Sheila Fitzgerald, nata Goold Verschoyle: “Incontrai per la prima volta Sheila Fitzgerald nel 1977, quando viveva a Turlough, nella contea di Mayo, in una piccola roulotte accanto alla casa, ormai in rovina, in cui aveva abitato un tempo”.
Impresa non facile, quella del romanzo, nella consapevolezza di quanto fosse difficile “catturare l’essenza di una donna tanto gioiosa e assolutamente unica”. Art, Thomas, Maud, Eva, Brendan, sono i figli di una facoltosa famiglia protestante che vive nel Donegal, nel nord Irlanda, gente arrivata secoli prima dall’Olanda, che vanta un avo generale, come sostengono gli anziani. Poveri immigrati. arricchiti con il mercato di resti della macellazione di animali e con l’affitto di topaie acquistate a prezzo stracciato al momento del colera, come racconta la realtà dei fatti. In un’Irlanda in lotta per la sua indipendenza dall’Inghilterra non facilitata dallo scoppio della prima guerra mondiale, dove coesistono e si confrontano cattolici e protestanti, questi ragazzi godono di un’esistenza agiata e di un’educazione liberale, grazie alla apertura del padre, avvocato appassionato lettore di Whitman, e alla sensibilità della madre. Ma il 1917 porta radicali trasformazioni nell’Europa dell’est e il pensiero marxista arriva in famiglia attraverso una coppia di vicini, entusiasti dell’esperienza del comunismo, che hanno sperimentato di persona vivendo a Mosca. L’ideologia marxista fa presa in modo particolare su Art, in cui il senso della giustizia sociale è innato, ché fin da ragazzino è turbato di fronte a un coetaneo alla guida di un gregge, con le cosce chiazzate di lividi e di frustate, i piedi nudi coperti di polvere e il volto smagrito dalla fame: “Ferma il carro –esclamò-…Gli voglio dare le mie scarpe. E’ assurdo che io ne abbia cinque paia e lui neanche uno”. Art abbandona presto i suoi privilegi di primogenito per dedicarsi interamente alla causa, con l’obiettivo di diffondere il socialismo in Irlanda. Brendan seguirà l’esempio del fratello, a suo discapito. Nemmeno i crimini di Stalin e la persecuzione da parte degli aguzzini della polizia segreta sovietica potranno distogliere Art da questo suo fatale innamoramento, che lo porta a vivere come un barbone emarginato e addirittura deriso nella sua terra. Ciò che gli dà la forza è il bisogno di riscattare la famiglia dalla vergogna del passato, dai soprusi fatti dai suoi avi alla povera gente, con l’obiettivo di mettere in comune con i proletari i privilegi che il suo nome gli ha conferito. Eva, Sheila nella vita reale, è una figura sognatrice e allo stesso tempo concreta, che ama dipingere, che rinuncia ad abbandonare l’Irlanda per seguire l’uomo che ama, e accetta razionalmente ma con estrema dedizione un matrimonio senza amore. Divisa tra i suoi doveri di madre e moglie, è costretta ad affrontare difficoltà economiche che mai ha conosciuto nella sua famiglia di provenienza, a vivere situazioni di penosa umiliazione, rimanendo straordinariamente sempre coerente, capace di ascoltare ed accogliere le trasformazioni e le manifestazioni più inattese della persona umana, senza giudicare. Eva si rivela alla fine una donna che precorre i tempi, in grado di ascoltare anche se stessa, di riprendersi la sua libertà, che non si lascia intaccare da nessun tipo di pregiudizio, che sa riprogettare la vita secondo le sue reali aspirazioni, senza rimpianto per privilegi perduti. La storia di fratelli Vershoyle passa attraverso i grandi eventi storici dei primi anni quaranta, con particolare attenzione al movimento indipendentista Sinn Fein e alle azioni dell’IRA, nonché alle difficoltà degli stessi Irlandesi alla ricerca dell’indipendenza e divisi ideologicamente al momento di schierarsi per o contro la Gran Bretagna, per o contro i nazisti. Bolger nel suo romanzo circolare, che anticipa proletticamente il finale nel prologo, ci fa vivere magistralmente atmosfere e chiaroscuri della sua terra ed apre e analizza ogni piega dell’animo. Così ci addentriamo in una serie di microcosmi, uniti dalla presenza e dalle storie dei protagonisti in un macrocosmo che tuttavia talora dà il senso del troppo pieno, forse con un compiacimento eccessivo dell’autore davanti ad ogni passo e ad ogni emozione di protagonisti e comparse.
Marisa Cecchetti

