Di Pietro nel vento

di Sergio Nieri

E ora Di Pietro cosa farà? Non che sia fondamentale rispondere a questa domanda, anche perchè l'uomo di Montenero di Bisaccia è per sua natura un grande semplificatore e di norma si muove nella direzione del vento. Il vento, quella della bislacca opposizione di questo povero Paese, dice Bersani, che pochi minuti dopo la sua elezione primaria, smontò la grintosa e affabulatoria epopea dell'antiberlusconismo. Chi l’avrebbe mai detto che solo poche settimane dopo quell’evento goffamente plebiscitario (le primarie modulari interne al Pd, che gli stessi d’alemiani avevano sempre avversato), Di Pietro avrebbe solennizzato l'addio all'opposizione di piazza e teorizzato l'assunzione contestuale di responsabilità di governo. In altri termini lo scenario di riferimento si è concettualmente ribaltato. Il Pd, grazie alla pragmatica applicazione di Bersani, ha tratto da una legittimazione diretta la storica opportunità  di mandare definitivamente in soffitta il sogno kennedyano dell'autosufficienza caro a Veltroni, per tornare a comporre in periferia il quadro articolato delle alleanze “turiamoci il naso” (cioè dall’Udc a Rifondazione)  per "mandare a casa Berlusconi". Da parte sua Di Pietro, che solo poche settimane fa empatizzava con le dichiarazioni extra ed endo procedimentali del pentito Spatuzza e del giovane Ciancimino, sospinto in questo dai gruppi di Facebook più radicali, è costretto da una base sempre più irrequieta e diffidente nei suoi personali confronti a virare sul primo (e forse l'ultimo) congresso dell'Italia dei Valori per alimentare e consolidare l'ultima parte della sua avventura politica. Chi l’avrebbe mai detto che la maturità politica di Di Pietro sarebbe coincisa con un balletto congressuale costruito per proiettare la sua creatura (l’Italia dei Valori, il Partito della Legalità Nazionale) nella dimensione assai poco orgiastica della “politique politicienne”. Un Di Pietro forse anche intimorito dalla ricostruzione giornalistica di quella fase pneumatica che va dalla conclusione del Processo Enimont (quando dismette misteriosamente la toga) all’assunzione delle prime responsabilità politiche (con la blindata candidatura nel collegio del Mugello) fino alla ossessiva ricerca di capitali volontari (anche oltre oceano) per alimentare la prospettiva di una sua creatura politica molto personale. Un partito che per sua stessa natura si nutre di una leadership attenta a separare gli asset gestionali (in mano ad una associazione formata da tre sole persone)  dalla vera e propria struttura organizzativa territoriale. Un partito che, nell’ultima fase dello scontro politico, assume la titolarità dell'opposizione anti-sistema, pur nutrendosi delle consuetudini care ai partiti della prima Repubblica e conducendo sul territorio politiche e alleanze strettamente funzionali al controllo dei flussi di spesa pubblica (come in Campania, ad esempio). È in questa fase che l'Italia dei Valori scopre anche una vena ecologista annientando quanto rimane dei Verdi. No ai termovalorizzatori e al nucleare, quando il Di Pietro di governo con Prodi aveva detto e fatto esattamente il contrario. No allo Stretto di Messina, quando il Ministro per le Infrastrutture Di Pietro aveva promosso la costituzione della “Societa per Azioni” che sarebbe diventato il terminale dei finanziamenti e degli appalti per la realizzazione della maxi opera nel tacco d'Italia. Fino alla trovata finale: trasformarsi in un Cobas della legalità e assistere fisicamente le lotte di Fiumicino, di Eutelia, dei lavoratori Fiat di Melfi, dei cassintegrati di ogni tipologia per sussumere anche la mistica del conflitto capitale -lavoro nell'ormai  trito campionario del giustizialismo. È qui che Di Pietro costruisce il suo capolavoro congressuale. La costruzione di un partito  onnivoro e solo apparentemente anti-sistema, sostenuto in questo dall’autoliquidazione delle classi dirigenti della sinistra organizzata. A Di Pietro non resta che impiegare il consenso plebiscitario di peones, transfuga e famigli dell'ex destra e dell'ex sinistra per ridimensionare l'ascendente dei Travaglio, dei Grillo e dello stesso De Magistris (cioè dell'area intellettuale e radical legalitaria)  sulla componente nazional-popolare dell’Italia dei Valori. E traghettare poi un partito privo di un programma che lo vincoli sulle grandi scelte verso un’icastica “dimensione” di governo. Per questo  basta e avanza anche un De Luca candidato alla presidenza della Campania, per quanto inquisito e malvisto dai legalitari. Di Pietro lo “impone” ai congressisti un po’ come Pilato fece con Barabba e con il Cristo. “Lo volete voi De Luca?” “Sìììì”. La rete di facebook si infiamma e urla il suo dissenso. Ma ormai è troppo tardi. Di Pietro ha stravinto il primo ed ultimo Congresso della sua creatura. Basta con la piazza, Spatuzza e Ciancimino junior. Bisogna abbracciare Bersani e preparare senza traumi, e per via rigorosamente congressuale, la costruzione di una forza finalmente tranquilla e pulita al Governo. Di Pietro si muove, di nuovo, nella direzione del vento.
 
[12 febbraio 2010]