Diana Battaggia, Salvatore Contessini [a cura di], SCRITTURE URBANE, APPUNTI FOTOGRAFICI di Gianfilippo Biazzo

LietoColle 2007
poesia
product_thumb.jpg

Le immagini pubblicitarie sono ormai parte integrante del nostro quotidiano, ci arrivano dalla carta stampata e da tutti i mezzi tecnologici della comunicazione di massa, le gigantografie ci accompagnano lungo le strade e popolano gli spazi delle nostra città, comunicazione non verbale di raffinata valenza psicologica.
 “Scritture urbane” raccoglie scatti di Gianfilippo Biazzo che si alternano alle parole dei poeti.
 
L’occhio del fotografo individua l’angolatura perfetta che azzera gli spazi tra immagine pubblicitaria e monumenti, nella convivenza del passato fissato nella pietra e il presente multicolorato, ammiccante e fondamentalmente effimero. Una contrapposizione che finisce per divenire complementarietà, un dialogo che non disturba la Storia ma offre una lettura nuova, dando vita al marmo e al bronzo delle statue. O si inserisce naturalmente l’immagine nella vita della gente, in una continuità di azione che diventa movimento.
Sono “immagini sfuggenti/emblematiche/ della nostra civiltà” che si affacciano sul passeggio delle strade, sulla folla intorno alle fontane, talora provocatorie nei contrasti individuati, volti che diventano luci nella notte e si confondono con l’illuminazione vera. Si perdono i confini tra reale e non, con il risultato di una città nuova ma estranea, che è nata dalla fusione.
La poesia dialoga nostalgicamente col passato, analizza il presente con “la verità impudica che sanguina persino sui manifesti pubblicitari”, coglie la bellezza di Roma ma anche i segnali di decadenza: “Turista o gitante/che vai esaltato per questa Città/se passi per Piazza Navona/non prestare attenzione/a Nettuno che piange da solo: /sta solo giocando a conchiglie/col branco di cani cenciosi/che mesti si spingono in giro”.  Rimane un senso di spaesamento là “dove ogni pietra dice un’attesa/che non si compie mai” ,  insieme a domande senza risposta e alla consapevolezza che sul dolore degli uomini e delle cose è sceso il silenzio degli dei: “ Vagano nella notte/ vasti gli autobus/anime in pena/scrigni di luce pallida, /tremanti, vuoti, utili/soltanto a chi è lontano,/avanti e indietro/sempre legati ad una linea/di dolore/e lasciano salire ad ogni sosta/un sospiro/che sembra una preghiera”.

Marisa Cecchetti