Domenici e Firenze
Incatenato a un palo della segnaletica stradale, davanti alla sede romana del giornale La Repubblica. È questa la fine del sindaco di Firenze, presidente dell’ANCI, l’associazione che rappresenta tutti i Comuni d’Italia? O piuttosto è il fiato corto di un uomo fiero che è schifato dal sistema di cui egli stesso fa parte? E tutto ciò non indica forse l’ultimo livello dello sfacelo cui è giunta la politica nel nostro retrivo e insulso Paese? Ma è soltanto la politica ad essere marcia, o piuttosto dovremo cominciare a chiederci che razza di popolo siamo, noi italiani?
Domenici è un bravo sindaco, come ce ne sono tanti che amministrano le loro comunità senza favoritismi, senza rubare, con passione e competenza. Se il primo cittadino di una città importante come Firenze arriva a incatenarsi per protestare contro il trattamento della stampa significa che è solo, che non c’è più un partito fatto di persone che concorrono allo stesso obiettivo, ma gruppi di potere che si scannano tra loro. Domenici ha ragione a difendersi e fa bene a mostrare il suo orgoglio etico (che altri non possono avere), ma il suo gesto dimostra i limiti strutturali del partito di cui fa parte e l’usura della sua pratica politica tradizionale, una pseudo forma di “oligarchia” come l’ha definita l’editore di riferimento del gruppo L’Espresso.
Sì, perché se Domenici ha ragione da vendere protestando contro il trivio in cui si è conficcato il sistema politico-giudiziario-mediatico, è altrettanto vero che in questo degrado della democrazia come forma collettiva di occuparsi del governo della cosa pubblica, chi è rimasto a decidere sono soltanto “pochi eletti”, svincolati dalla condivisione partitica e lasciati soli, gli uni contro gli altri, a cavarsela con i problemi di entità complesse come sono le città e i territori. Domenici soffre quindi dello stesso problema di cui soffre oggi il nostro Paese: da una parte la politica fatta da pochi che cercano di autoconservare il loro sistema egemonico, dall’altra sudditi sempre più distanti dalla cosa pubblica e incompetenti sulla complessità delle questioni in ballo. In questo senso il berlusconismo e il leaderismo dalemiano e veltroniano hanno veramente dato la botta finale al già flebile sistema partecipativo democratico della nostra nazione.
La piana fiorentina fa veramente impressione per l’indiscriminato consumo di suolo che è stato compiuto nel tempo. Se percorrete in ferrovia il tratto di ingresso verso Santa Maria Novella, prima di arrivare alla stazione di Firenze Rifredi, sulla sinistra noterete dei pilastri giganteschi, e lì vicino l’arteria autostradale, la piccola pista aeroportuale di Firenze Peretola e tutto un caos di edifici e costruzioni che fa impressione, tanto tutto è così denso e appiccicato insieme. Lì dentro dovrebbe starci un parco e, secondo Domenici, dentro al parco il nuovo stadio della Fiorentina. Forse ha ragione il primo cittadino di Firenze a dire che un parco in quella zona sarebbe soltanto un ricettacolo di anonime storie di disperazione e spaccio di droghe e di infermità periferiche, ma dove possiamo auspicare che Firenze prosegua a respirare?
Due sono quindi le questioni.
1. Domenici dice che l’incontro a Roma tra Ligresti (proprietario dell’area), Della Valle (referente della Fiorentina calcio) e lui (in qualità di mediatore cittadino) per trovare una soluzione e infilare lo stadio dentro al parco della area di Castello sia legittimo. Certamente Domenici ha sempre soltanto pensato di cercare quella che, da sindaco, ritiene sia la migliore soluzione per la sua comunità. Ma quanto è oligarchico questo legittimo modo di operare? Quanto lascia fuori le ragioni della città e dei cittadini? Quanto lascia all’arbitrio e all’etica personali il limite della commistione tra affari e politica? Insomma, questo modo non esprime più una politica condivisa, ma è lontana dalle idee democratiche e progressiste che dovrebbero invece andare verso una partecipazione sempre più larga e attiva dei cittadini.
2. Siamo veramente convinti che le priorità siano quelle della viabilità nella zona dell’attuale stadio comunale “Artemio Franchi”, e che a questo si possa far sottostare un altro pezzo di parco dell’area di Castello? E quanto si è mangiato di risorse del territorio e del suolo in questi ultimi due decenni per non pensare a trovare rimedi contro il depauperamento del nostro paesaggio?
Rispetto al primo punto, che riguarda la partecipazione, Alleo aveva già cercato di dare un suggerimento al Partito Democratico, quando il 22 maggio scorso, nel suo articolo Un consiglio al PD Claudio Serni proponeva di far funzionare il nuovo PD con forme di partecipazione interna mutuate dalla democrazia deliberativa, perché “per la nuova formazione politica non bastavano forme di democrazia interna di tipo aggregativo, cioè contarsi in base alle preferenze che ognuno si porta dalla propria tradizione partitica. Poiché si rischia, nei casi migliori che le decisioni vengano prese da una ristretta cerchia di dirigenti seguendo la logica della negoziazione, o, peggio, che le decisioni non siano prese affatto”.
Rispetto al secondo punto vorrei argomentare a partire da certe tradizioni toscane. Leonardo Domenici è antipatico, ma è una brava persona. E tuttavia ormai questa affermazione non basta e non vale più, perché abbiamo perduto per sempre il sistema di valori che dai Cavalieri del medioevo pisano e dalla Firenze del Rinascimento aveva dato un segno di civiltà al mondo occidentale e traguardato secoli per arrrivare proprio fino a persone come Domenici, uomini fieri e incazzosi come sono spesso i toscani. Persone immodeste e polemiche, ma di parola, con un senso civico che è difficile riscontrare in altre parti della penisola, come ha scritto anche Roberto Cartocci nel suo bel saggio Mappe del tesoro, in cui analizza il capitale sociale italiano, cioè quali sono le zone della nazione dove i cittadini hanno maggior rispetto della cosa pubblica e sono maggiormente attivi, in maniera disinteressata, su cose che non riguardano il loro particolare, ma interessano la collettività. La Toscana, la Sardegna, Ragusa, l’Umbria, Matera e il Salento sono, per il capitale sociale, migliori del resto d’Italia. Significa che in queste aree i cittadini sono più responsabili e si sentono parte attiva di una comunità e di un territorio da conservare. Allora perché se in Toscana il capitale sociale resiste sotto certe forme di associazionismo diffuso e spontaneo, non si prende il coraggio a quattro mani e si coinvolgono gli abitanti in un processo di partecipazione democratica, anche sull’area di Castello?
Purtroppo noi italiani siamo tutti Pinocchio. Siamo burattini divertiti, raggirabili e irresponsabili. E sarebbe bello che qualcuno cominciasse a incatenarsi non solo per ragioni di onorabilità personale che sono da condividere e difendere, soprattutto quando a metterle in pratica sono persone oneste come Domenici, ma anche per dare nuove prospettive alla politica. Quella di tutti.
[8 dicembre 2008]

