Domenico Cipriano, NOVEMBRE
Le pubblicazioni della collana Inaudita di Transeuropa tornano nuovamente diritte al cuore e in questo specifico caso non so a quale delle due produzioni dare più attenzione, essendo entrambe di livello altissimo: se alla silloge di Domenico Cipriano, “Novembre” che ritrova il terremoto dell’Irpinia, oppure all’ orchestrazione di Pippo Pollina (con voce narrante di Manlio Sgalambro) che rilegge la strage di Ustica, eventi entrambi che presero tragico atto nel 1980.
Pippo Pollina è cantautore engagée di origini italiana ma da molti anni residente in Svizzera dove “Ultimo volo” ha visto decine di concerti prima di approdare in Italia, registrando sempre il tutto esaurito. Pippo Pollina ha composto questa tragica ed eroica orazione avvalendosi del Palermo Acoustic Quartet e degli Archi della Filarmonica Arturo Toscanini (con gli arrangiamenti di George Rebeiz) ed è una composizione nata con il contributo e la collaborazione dell’Associazione Parenti delle Vittime della strage di Ustica. La versione a CD è stata registrata dal vivo al Teatro Manzoni di Bologna in occasione dell'inaugurazione del Museo per la Memoria della Strage di Ustica. Già da solo, questo lavoro, meriterebbe una recensione ma in accompagnamento (reciproco) è la pubblicazione della silloge “Novembre” di Domenico Cipriano, autore nato nel 1970, irpino, già vincitore nel 1999 del premio Lerici-Pea per l’inedito e con una raccolta pubblicata da Fermenti nel 2000, “Il continente perso”.
Cipriano ha anche collaborato con musicisti, realizzando il CD di Jazz e poesia “Le note richiamano versi” che ha trovato recensioni più che lusinghiere sia in Italia che negli Stati Uniti, dove arrivare ad avere attenzione non è cosa scontata.
“Novembre” è il secondo libro di Cipriano, a distanza di 10 anni dall’esordio: tema, come anticipato in apertura, è il sisma che devastò l’Irpinia. Immediatamente va sottolineata la costruzione della raccolta: la sequenza di 23 poesie – il 23 è la data del sisma – è introdotta da 11 versi (l'evento si verificò in novembre) e si articola in singole liriche composte da “stanze” di 7 versi (poesie eptastiche) e un prologo di 34 – l'ora fatale scoccò alle 7,34 della sera. Ben lontano dal ridurre tutto ad un gioco di cifre, Cipriano ridona alla poesia la voce della materia e dei fatti, dei disastri, delle cronache familiare trasformate in tragedia in soli 90 secondi, quando 3000 persone persero la vita e decine di migliaia furono gli sfollati.
Non si tratta di rievocazione fine a se stessa, piuttosto di un percorso: Cipriano vive e ritrova la propria terra schiacciata, un tutto che viene riconsegnato in una concezione di spazio allargato del mondo, irriconoscibile, chiedendosi cosa sia rimasto in piedi nel tessuto sociale di un paese. La cronaca parla chiaro: molti furono i sindaci di paesi coinvolti che scapparono spaventati; la prefettura di Salerno non saprà fronteggiare l’emergenza; il vuoto politico e istituzionale verrà invece colmato dal protagonismo popolare: 30.000 saranno i volontari che immediatamente si riverseranno portando aiuti. Nasce un nuovo stato di comunità, non solo d’empatia tra chi accorre e chi deve essere soccorso, ma tra nuclei di paese che ritrovano una nuova unione nonostante le famiglie siano lacerate dal lutto.
Ci si organizza per scavare i morti, per recuperare i feriti, per occupare i comuni e sostituire amministrazioni dissolte nel rilascio di certificati e documenti, finanche per garantire il cibo a tutti.
Da quel momento in poi, il mondo politico creerà più disastro che azioni d’intervento e lasciamo alle cronache storiche l’ignominia dei fatti. Cipriano dosa il verso, lo calibra meticolosamente, riprende uno sguardo combinato ad un dopo: un'altra fase di immensa nostalgia aperta dai luoghi e dalle montagne. Cipriano ci insegna come frugare con lo sguardo tra le macerie e guardare avanti per farle diventare un viaggio di scoperta. Nella stesura, Cipriano decide di adottare un pudore linguistico: non offre spaccati familiare di miseria e sofferenza in soggettiva. Decide invece di dare una voce collettiva: non un sorvolo che è distanza, ma l’accoglimento di una immensità popolata da vicinanza e sostegno. Il “mondo pratico” è visto comunque da vicino: i container, le difficoltà, la politica arraffona, le speculazioni della ricostruzione. Sopra tutto questo però, c’è qualcosa di più grande: il silenzio lasciato dal vuoto. La resistenza umana.
Posso dire che praticamente ogni testo è un gioiello di poesia civile (per quanto questo termine sia fallace o impreciso) e merito e ammirazione vadano sia all’autore, capace di scrivere con così pulita efficacia, che all’editore che in questo scritto ha creduto offrendo un libro, una vicenda che dopo trent’anni non ha insegnato nulla e dove, a farne le spese, è ancora una volta l’indifeso.
1.
trema la terra, le vene hanno sangue che geme e ti riempie.
è un fiotto la terra che lotta, sussulta, avviluppa, confonde
la terra che affonda ti rende sua onda, presente a ogni lato
soffoca il fiato, ti afferra, collutta, si sbatte, si spacca, ti vuole
e combatti, chiede il contatto, ti attacca, ti abbatte. è fuoco
la terra del dopo risucchia di poco le crepe: la terra che trema
riempie memoria. ti stana, si affrange, ti strema, è padrona.
20.
gli addii sono lunghi da superare, tra le foto
nelle ricorrenze si prova sempre a cercare
un viso, il disegno delle case abbandonate.
tra i viali intrecciati che non hanno segni
vive il calpestio sulla terra sgretolata quando
tutto si strinse sulle case e nuove case
si mescolarono in grigioscuri di cemento.
Fabiano Alborghetti

