Don Giovanni e la politica
Don Giovanni alla scala di Milano, con Napolitano e Monti sul palco reale, dopo l’inno d’Italia, si presenta in scena e strappa il sipario. Così appare un grande specchio e tutto, platea e palchi, si riflette nel nuovo mondo liquido, la musica si fa vigorosa e lo specchio inizia un tremolio che aumenta fino a sciogliere ogni spettatore. Don Giovanni appare per ultimo, ma vi si specchia nitido. Fantastico! Grande! Chi nella sala ha saputo rispecchiarsi davvero non ha sprecato la rara occasione di vedersi nudo qual è. Che emozione! Cogliersi nella distanza dal proprio sogno di bambino. Sciogliersi nella vergogna. Da ringraziare lo scenografo.
È come se si fosse dileguata una cortina, sparito un confine, come se in un lampo gli orizzonti sparissero e all’improvviso ci trovassimo paese e paesino in relazione con l’universo intero, e vi si galleggi trasportati da flutti vigorosi verso direzioni a caso. Siamo immersi nel mondo altro che in Europa.
Come le strade dei romani la rete avvolge la palla intera, mappata e rimappata da occhi predoni che arrivano dappertutto, seduti nei loro uffici al quarantesimo piano con l’unico interesse di moltiplicare il liquido nascosto ad Honk Kong o alle Cayman.
E chi one man band ha contato della protezione del rango e del suo territorio all’improvviso si trova indifeso e sospetta del Don Giovanni di turno. Borghesia ignorante e avida avrà il suo contrappasso. È un trovarsi in mare aperto che da subito ha significato un alleggerimento finanziario, quasi una rapina, un pizzo, e per che cosa? Nuove opportunità non se ne vedono, anzi sembra prospettarsi un lungo periodo a rimirar capitali fermi, alienabili con forti perdite, quasi a regalarli. Allora regaliamoci vita degna senza pensare a ciò che non frutterà per i prossimi dieci, venti anni. Consumiamo solo per il piacere, il resto è confusione.
[22 dicembre 2011]

