Dorina Beržan, SCOI E ONDE DE VITA,

Il Mandracchio, Isola, Slovenia (2008)
poesia
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Se scrivo qualche riga su questo libro, “Scoi e onde de vita”, non è perché l’autrice sia una delle nuove giovani speranze della poesia italiana: infatti Dorina Beržan propriamente italiana non è perché risiede a Isola, nell’attuale Slovenia (dove comunque rimane una forte comunità di radici e lingua italiana, questo sì), e non è neppure giovanissima, in quanto è una signora, madre, nonna, di quelle dall’età un po’ indefinibile ma che comunque portano nei lineamenti i segni di una vita non è stata fin qui breve. Spero di non commettere una gaffe di cui pentirmi poi, ma così ad occhio e croce credo che abbia una settantina di anni.

Il libro di cui parliamo è scritto interamente in dialetto isolano, una variante che rispetto all’istroveneto utilizza alcuni segni e vocaboli di provenienza tipicamente locale, ed anche in questo caso, come per molte altre parlate necessariamente minoritarie, rappresenta “forse l’ultimo treno prima dell’oblio” e della scomparsa, come annota Silvano Sau nella postfazione. Risulta comunque facilmente comprensibile a chiunque abbia un minimo di familiarità con i dialetti dell’Italia settentrionale, e si inserisce a pieno titolo e con dignità nel solco importante della poesia dialettale.
Se scrivo di questo libro non è neppure perché i testi che raccoglie siano esempio di una particolare complessità o ricerca formale, anzi accade l’esatto contrario. La poesia di Dorina è di una semplicità disarmante nell’espressione e nei temi, rappresenta esattamente quello che una nonna – o piuttosto una di quelle zie lontane che ricompaiono dopo molto tempo – potrebbe raccontare ai nipoti che abbiano voglia di ascoltare. Qui sfilano uno ad uno i ricordi della cittadina-Isola e della sua comunità dagli anni trenta fino ad oggi, figure, strade, botteghe, osterie, donne rimaste sole troppo presto, ed in tutto questo prende forma una memoria storica di cui Dorina Beržan si è fatta carico in prima persona attraversandola, spesso con lo spirito di una cantastorie. Memoria in cui Dorina stessa ha compiuto il suo divenire, da bambina a ragazza ammirata in via Manzioli (ora Smrekar) a madre e moglie a nonna. La vita dell’autrice e la vita di Isola si intrecciano di continuo in una simbiosi spesso dolorosa, a volte rabbiosa, talora libera di aprirsi ad improvvisi squarci di luce ed entusiasmo.
 
La bellezza profonda del lavoro risiede nella naturalezza con cui l’autrice racconta: così erano le cose, così sono oggi, senza nessun tipo di trucco o artificio, con una lingua piana e spontanea che si nutre della musicalità del dialetto. La poesia, oltre che memoria, è dunque una parola viva e intrisa di reale, ma capace di scavarne gli aspetti che di solito passano inosservati, le contraddizioni e le difficoltà. Se le definizioni hanno un senso mi piacerebbe dire che Dorina Beržan è una poetessa di paese nel senso migliore del termine, perché compie con la lingua un’opera di artigianato prezioso, che dona dignità alla lingua stessa e soprattutto alle figure che nel corso del tempo sono state il paese. “Scoi e onde de vita” è un gioiellino semplice e umile, che proprio per questo è capace di brillare da sé.

Mi piace chiudere con un testo riportato per intero, uno dei più brevi per questioni di spazio, che possa almeno un poco trasmettere le atmosfere che animano libro.

El gnente
El me ga dito
ti no te ga gnente de sconder
gnente go dito
şbasando la testa
drento de mi ga scopià quel gnente
i batiti del cuor
quel gnente grando come el mondo
el tremor del mio corpo
dute le emosioni soprese
le carese e le gioie
languori e dolori
duti i mii pensieri sconti
in quel gnente

Il niente.
Lui mi ha detto / tu non hai niente da nascondere / niente ho detto  abbassando la testa // dentro di me quel niente è scoppiato / i battiti del cuore / quel niente grande come il mondo // il tremore del mio corpo / tutte le emozioni sorprese / le carezze e le gioie / languori e dolori / tutti i miei pensieri nascosti / in quel niente. 

Francesco Tomada