Elena Salibra, SULLA VIA DI GENOARD
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«Genoard non è più tempo d’arrivare / dove s’impiomba il cimitero d’auto / tra il monte Pellegrino e il mare. // ora aranci invano cercando / palme spezie limoni / [tranci di paradiso sulla terra] // dentro il cerchio s’inseccano i miei versi / - forse era meglio durante la guerra - / ribatte quel pittore postmoderno // quando gli archi murati e le rovine / offrivano alcove al pellegrino…» (p. 84). Comincio dalla fine non per percorrere la raccolta à rebours quanto piuttosto per affermare subito che non c’è un approdo certo sicuro in questo viaggio che pur avendo i precisi connotati di una discesa non risale a nessun paradiso, nemmeno quello evocato nel titolo.
Il Genoard, paradiso terreste normanno, pieno di mille profumi e colori, di agrumeti, di fiori, ora cede il passo a un più prosaico cimitero d’auto, all’incuria del tempo, all’incuria dell’uomo, alla cupidigia sempre dell’uomo, che tutto inaridisce, compresi i versi del poeta.
Con Sulla via di Genoard, sua seconda raccolta, Elena Salibra ritorna alla natia Sicilia carica di un bagaglio letterario scarnificato nell’atto di renderlo proprio; carica di un gioco di citazioni che si incunea nel dettato suo proprio con l’effetto finale di rendere riconoscibile la presenza altrui solo attraverso la sua parola, come nel dettaglio dimostrano Marco Santagata nell’introduzione alla raccolta e più estesamente Maria Cristina Cabani ne “Il Portolano” (n. 51-52, pp. 45-48).
Se prendiamo i titoli delle sezioni, Verso Genoard, Per via, Sosta, Oltre, Ritorno, ci si rende subito conto che il viaggio intrapreso dalla Salibra è propriamente un viaggio verso un non-luogo della mente, essendo Genoard più luogo della memoria che non della realtà («città irreale m’appare nella fretta / feriale o meta portuale // in attesa di noi nauti per caso // giunti dall’isola con le sirene / agostane a / mischiare // più vie d’acqua [anapo adige arno] dolce / alla rada salina oltre lo scoglio dei cani», p. 73).
Attraverso un percorso che sembra essere il doppio parodico (Santagata) dell’Alcyone di D’Annunzio, Elena Salibra consegna un diario che scava nel quotidiano reale e perciò non risparmia prima a sé e poi al lettore affondi, come in anniversario (p. 36) o prima ancora in quest’altra poesia: «forse dio è un socio in affari indaffarato / tra beghe quotidiane e tirocini insensati. / non chiede rendiconti perché tu / le somme non le fai / quadrare. predilige / il foglio volante / di pensieri precari. se poi chiude / la partita domanda a bruciapelo / che cosa a mente avevamo studiato / per l’aldilà» (p. 23); poesia che si chiude con una chiara ripresa di Montale.
Sul piano stilistico Elena Salibra gioca tanto con una lingua alta, spesso aulica, anche quando ricorre a luoghi comuni o tecnicismi frammisti alle già ricordate citazioni, ricreando così un tessuto linguistico coeso e coerente con l’architettura della raccolta che non si regge su una forma base o un metro unico che dir si voglia, quanto appunto spaziando su tanti stili quanti sono i registri che le sono offerti dalla tradizione, compreso il sonetto, componimento autoctono della lirica italiana e di origine, anche se tuttora dibattuta, siciliana. Ogni testo è così allo stesso tempo indipendente nella sua compiutezza e parte integrante di un macrotesto che si sposta più verso il poema, a mio avviso, e non verso il canzoniere, malgrado la costante presenza di rimandi intertestuali.
Sulla via di Genoard è la presa di coscienza di un io forte che sa domare le derive liriche; che forse sacrifica il contesto per concentrarsi sul testo (micro o macro che sia), sfumando il primo lungo la cornice del secondo.
Fabio Michieli

