Emiliano Gucci, DONNE E TOPI

LainFazi, Roma 2004, 260 pp., Euro 13,50
narrativa

Quando ho iniziato a leggere Donne e topi mi sono venuti in mente altri giovani protagonisti della letteratura più o meno recente e autori come Salinger, Sorayan, certamente Fante e Bukowski ma anche il nostro Fabio Volo. Man mano che andavo avanti e si evidenziavano gli elementi ho avuto la consapevolezza di una scelta nuova e interessante.
Manuele è la sintesi di molti trentenni che conosco: hanno studiato una vita e studiano ancora, la realizzazione sul lavoro rimane un'utopia, arriva chi ha spinte forti, il sistema è robotizzato e senza rispetto per nessuno, si sgomita per farsi reciprocamente le scarpe, tutto è mercificato, corpo compreso. Inevitabile il senso di una umiliante sconfitta.
In questo sistema che cancella l'anima Manuele ha il difetto meraviglioso di possederla ancora. Ha sensibilità, crede nell'amicizia, ha il senso del rispetto anche per adulti più o meno rompiscatole, ha un'etica che ne fa un unico. È il giovane che ha giustamente cercato la sua autonomia dal gruppo familiare, con una dignità che ne fa una persona vera, anche se non ce la fa a mantenersi. Ha il senso del superfluo e del ridicolo: l'ambiente di lavoro in cui fa la sua tragica ricerca è raccontato con toni di umorismo fantozziano che rimandano comunque al surrealismo kafkiano. La realtà allucinata sembra deformarsi allo sguardo e fissarsi in una rigidità marionettistica.
Daniel, che gli fa da contrappunto e da spalla come in una coppia di comici affiatati, snoda la sua storia in parallelo. Il suo stile di vita si sforza di ostentare la elaborazione di un passato doloroso e umiliante (la fame), è realizzato finalmente nel lavoro, è un consumatore veloce di donne. In realtà Daniel introduce l'elemento più violento e tragico: i topi. Assurdi topi in gabbia, che di notte, tolto il separè tra di loro, si divorano sotto gli occhi allucinati di un bambino eccitato di sangue e di un Daniel sempre più partecipe, diventano il simbolo di tutta la violenza che si respira intorno. I topi sono come un terzo elemento, assurto a personaggio, che hanno assorbito questa violenza del sistema e quella che l'uomo riesce a controllare, perché dotato di ragione. Perché il mondo di Donne e topi trasuda violenza, fisica e morale: violento è il mondo del lavoro dove inutilmente si cerca un'anima, violento l'ambiente cementificato dove nuove catene commerciali si divorano tra loro, violento il rapporto di coppia usa e getta, che non dà tempo ai sentimenti, violento il rapporto con gli extracomunitari, soprattutto se donne, violenta la TV che rimbecillisce il bambino che gli sbava davanti ed a cui non si sa offrire altro, violenti diventano anche i rapporti comuni, quando non si sanno rispettare i limiti della decenza. Il ricordo di Uomini e topi, di Steinbeck, a cui rimanda per analogia e contrapposizione il titolo, qui si fa d'obbligo.
C'è un climax crescente di tensione e di disperazione trattenuta che l'ironia e l'autoironia intelligente riescono a stemperare ed a tenere sotto controllo, ma ad un certo punto si avverte che non bastano più. La scommessa sui topi, eccitato Daniel, trascinato e schifato Manuele, è il punto di arrivo della tensione massima e il punto di partenza per la distensione, quasi lo scontro mortale avesse assunto un valore catartico. È un punto di svolta.
E poi c'è Lei. Nel casino della sua vita per fortuna Manuele ha una Beatrice che lo sostiene, non importa l'incertezza e la lontananza, perché Lei è il sogno, ciò a cui l'anima tende, l'amore che è fusione di corpo e anima. Tutto. Le altre donne sono fisicità, notti di sesso, coinvolgimenti più o meno forti e duraturi, tentativi che comunque falliscono. Anche Francesca. Manuele ha messo Lei su un altare e ci coinvolge emotivamente mentre insegue il suo sogno. È tutto troppo bello e questo già mette in guardia il lettore. Infatti il bel vaso mostra subito le sue crepe, fin dalle prime battute, fin dalla prima comparsa in scena di Lei. Il crollo della dea è comico, senza commenti, ma si immaginano gli occhi di lui, interni ed esterni, che si fanno sempre più grandi, di uno stupore doloroso. Ma non c'è vittimismo per questa sconfitta anche sul piano privato, c'è consapevolezza matura. Forse si ha nostalgia della non deificata e più carnale Francesca.
E poi le scarpe.
Con le scarpe del padre ai piedi, prima accettate con rassegnazione e poi fatte proprie anche affettivamente, Manuele ha una sicurezza nuova. Anche le scarpe, come i topi, se pure con una valenza simbolica diversa, diventano un personaggio, come quelli dei cartoons. Prima cic ciaccano nelle strade bagnate, poi rosseggiano estive e leggere in pieno inverno, poi diventano le stabili scarpe paterne. Se non può avere le mani forti del padre, le scarpe però le può indossare! E non è poco, perché il passo diventa stabile e sicuro. Questo passaggio di capi di vestiario viene a rappresentare una catena di continuità ed un elemento di forza, pone fine ad un'era e ne apre una nuova. Di speranza.
Il linguaggio di Donne topi è veloce, giovane, realistico quanto basta senza eccedere in volgarità gratuite, divertente nell'uso di spagnolismi buttati qua e là con disinvoltura, essenziale nei dialoghi, pensata la scelta lessicale o i brevi passaggi descrittivi che si caricano spesso di valenze psicologiche: "Firenze mi sembrò cattiva. Una ragazza piangeva forte, seduta sul marciapiede. Teneva la testa tra le ginocchia, affondava le dita nei capelli chiari. Un tipo camminava su e giù davanti a lei e scalciava una lattina. Il mercatino aveva già chiuso".
Il libro mi è piaciuto per come è scritto e per come è costruito, per il personaggio creato, fortemente positivo, concreto e sognatore, tenero e crudele, controllato e fragile, responsabile e disperato, ironico e drammatico, che cerca con forza la rotta in un mondo ed in una società da cui si sente tradito. L'ironia, già elemento di salvezza di Zeno Cosini, non riesce a camuffare il dramma personale che è quello di una generazione intera.

Marisa Cecchetti