Emilio Rigatti, DALMAZIA DALMAZIA

Forte dell’essersi ricavata con tenacia e cura una nicchia definita nel complesso ed asfittico mercato librario italiano, la Ediciclo di Portogruaro edita questa nuova fatica di Emilio Rigatti, fatica nel vero senso della parola dal momento che lo scrittore-pedalatore della bassa friulana descrive i viaggi compiuti in bicicletta, quasi sempre da solo, in Italia e nel resto del mondo. Come il titolo “Dalmazia Dalmazia” indica chiaramente, il tragitto in questa occasione scende lungo la costa orientale del Mare Adriatico, percorrendo per strade quasi sempre secondarie una zona relativamente battuta anche dal turismo di massa, a partire dal confine italiano per giungere in prossimità delle Bocche di Cattaro.
E’ bene però dare subito a Rigatti ciò che è di Rigatti, iniziando con il sottolineare che i suoi non sono solamente libri di viaggio o diari o pseudo-guide, ma che piuttosto il suo lavoro riunisce molti temi complessi all’interno della cornice di una scrittura quasi sempre leggera, briosa e divertente. Verrebbe da dire che si tratta di intrattenimento nel senso migliore del termine, perché anche “Dalmazia Dalmazia” è un libro che trova benissimo posto sotto l’ombrellone, ma che senza risultare pesante riesce a “raccontare” con una profondità decisamente non comune.
La scrittura avanza apparentemente per fotogrammi, per tappe come il viaggio dell’autore, ma svolgendosi dipana alcuni fili conduttori che accompagnano il percorso. Prima di tutto balza all’occhio il diverso senso del tempo (e dello spazio) che l’andare in bici comporta, lasciando che l’occhio si posi su tutta una serie di particolari che con altri mezzi di trasporto scorrono via presi nella fretta. Rigatti è un attentissimo osservatore dell’architettura, che sa cogliere nei suoi aspetti fondamentali dal punto di vista storico e culturale, andando a cercare luoghi e monumenti dimenticati quasi a riportare loro la dignità che avrebbero meritato.
In questo libro forse più che in altri, però, trova spazio una umanità variegata, che spesso porta dentro di sé le ferite di una guerra non lontana nel tempo, o almeno non abbastanza lontana da poterla dimenticare. Sono incontri che verrebbe da definire casuali, se non fosse che questo tipo di casualità è parte del modo di viaggiare di Rigatti e prima ancora del suo modo di ricercare. Al tempo stesso, per quanto il viaggio sia probabilmente uno dei meno impegnativi – ciclisticamente parlando - fra quelli tradotti in lavoro compiuto dall’autore friulano, è forse quello in cui egli si mette di più in gioco: in parte perché ripercorre lo stesso itinerario attraversato molti anni prima in Vespa, e dunque cerca un confronto anche con “quello che c’era allora”, i luoghi ma soprattutto le persone, e forse un Emilio Rigatti diverso; in parte perché attraversa le terre da cui proviene la famiglia dell’autore, che si trova a fare i conti con un passato a volte scomparso del tutto. Non a caso, allora, l’ultima tappa non si svolge su un traghetto qualsiasi, ma sulla “zattera dei Rigatti”, che riporta a casa un ciclo-scrittore che ha il grande merito di riempire con un significato attuale la parola viandante.
Francesco Tomada


