Esercito e Welfare
Spesso siamo “profondamente immersi nelle nostre esistenze di tutti i giorni, a fatica, e solo qualche volta, noi riusciamo a ragionare sul significato di quanto ci accade; e ancor meno spesso abbiamo l’opportunità di comparare la nostra esperienza privata con il destino degli altri, di vedere il sociale nell’individuale, il generale nel particolare.” (Zygmunt Bauman, “Pensare sociologicamente”).
Quando si leggono certe notizie – “2.500 soldati nelle città per garantire maggior sicurezza” – si è tentati di porsi delle domande su come apparirà a tutti noi questo inedito panorama urbano: i militari si sposteranno a bordo delle utilitarie dei vigili urbani, sulle “pantere” della polizia, sui “defender” dei carabinieri o utilizzeranno i propri mezzi, dei blindati o persino dei cingolati? La questione apre degli scenari interessanti su cui vale pure la pena di interrogarsi. Tuttavia c’è un’altra domanda alla quale siamo tutti chiamati a rispondere: come siamo arrivati a tutto questo? Possiamo provare a partire dall’inizio, possiamo provare a rimettere la questione all’interno di più grandi categorie di concetto, possiamo provare a ragionare…
Negli ultimi anni nel nostro Paese la sfera dei diritti si è notevolmente ampliata e tante e diverse sono oggi le vertenze in atto nelle quali i cittadini pongono esigenze di maggiori garanzie a tutela, appunto, dei propri diritti. Inoltre la consapevolezza generale di essere titolari di diritti soggettivi e collettivi pone in essere un diverso rapporto tra i cittadini e il potere, generalmente – e non meno genericamente – individuato nello Stato: il passaggio da una condizione di clientes - nella quale ciascuno può al più ricevere graziose concessioni - a una di cives - nella quale emerge con chiarezza la consapevolezza dell’essere titolari di diritti e di poterli rivendicare -, è uno dei tratti caratteristici della fase storica degli ultimi anni. Sull’altro piatto della bilancia o, se si vuole, l’altra faccia della medaglia del patto di cittadinanza è costituita dalle responsabilità pubbliche di ciascuno rispetto ad una sistema di regole condivise, fissate proprio a garanzia dei più deboli e per impedire che la società possa essere caratterizzata da dinamiche di darwinismo sociale.
Non è casuale se il tema della Giustizia, e dell’amministrazione di questa, è stato uno degli argomenti maggiormente dibattuti, non solo da parte del mondo della politica ma anche dei cittadini. Se ci atteniamo al dettato costituzionale, con i suoi valori di rieducazione e reinserimento sociale, riscopriamo l’azione della giustizia non come reinterpretatrice di una volontà punitiva o, peggio, vendicativa della comunità nei confronti di chi delinque ma come riparativa rispetto al patto di cittadinanza spezzato: su questo ci si è spesso occupati del dopo – il reinserimento sociale e lavorativo – e dell’ora – le condizioni di vita negli istituti di pena – ma raramente in quest’ottica si è affrontato il prima – le politiche di prevenzione e di welfare più in generale.
Affrontare il trema della prevenzione e delle politiche sociali significa in qualche modo mettere i piedi nel piatto in una tra le questioni che maggiormente stanno tenendo banco non solo nell’agenda politica generale ma anche tra le priorità sentite dai cittadini: il tema della sicurezza o, più propriamente, della percezione della sicurezza, a cui certamente il provvedimento di destinare i militari a funzioni di ordine pubblico non è estraneo. La distinzione tra questi due concetti non deve apparire capziosa perché se da un lato i dati del Ministero dell’Interno dimostrano il calo oggettivo del numero dei reati legati all’offesa della persona (sicurezza), dall’altro questi sono particolarmente amplificati da una predisposizione dei media nella ricerca esasperata della spettacolarizzazione del crimine (percezione della sicurezza). A ciò si deve certamente aggiungere un dato più ampio che coglie anche le incertezze e la precarietà di vita tipiche di un mercato del lavoro scarnificato di garanzie, estremamente precario e legato a opportunità molto rarefatte. Sentirsi sicuri, nell’ampia accezione data, risulta quindi essere un bisogno dei cittadini; da qui la sicurezza assurge a diritto, a tema politico e in quanto tale neutro. È la politica che sceglie quali risposte dare a tale bisogno. Negli ultimi anni questa risposta è stata di fatto punitiva e repressiva con un aumento della carcerizzazione come pena esemplare, legata anche alla produzione di leggi criminogene nei campi dell’immigrazione e delle tossicodipendenze.
Anche nel resto dell’Europa è vivo il dibattito su quale rapporto tra politiche penali e welfare e, in particolare per quanto riguarda la prevenzione, l’approccio può avere due modalità differenti: da un lato un orientamento al sociale, di tipo francese, che incentiva le politiche sociali, come politiche attive di prevenzione, dall'altro un criterio situazionale, proprio dei paesi anglosassoni, dove invece si riscontra un crescente interesse a un maggior controllo del territorio attraverso elementi di videosorveglianza, piuttosto che di pattugliamenti delle forze dell'ordine. Fino ad oggi nel nostro Paese la scelta ha mediato rispetto a queste due grandi tendenze europee, attraverso una prevenzione integrata che ha saputo guardare, anche se con molti limiti, alle cause dell’esclusione sociale contemporaneamente all’approccio amministrativo o a quello di tipo poliziale.
Ma chi sono nei nostri territori gli attori della prevenzione? Lo Stato in quanto tale non lo è più già da un pezzo, ci sono delle rilevanti competenze dei Comuni e dei Sindaci e ci sono fortissime spinte alla partecipazione da parte della cittadinanza. Sul fenomeno della prevenzione e della percezione della sicurezza abbiamo una battaglia che si gioca sul terreno del consenso sociale; è una battaglia che mette insieme la competizione tra le agenzie produttrici di sicurezza con la retorica politica in senso stretto (potremmo qui aprire una riflessione anche sul ruolo della politica, che in qualche maniera abdica rispetto al suo ruolo di agente di mutamento della società, e invece viene condizionata dagli aspetti "di pancia" della società, dalle sue paure più profonde, dalle sue pulsioni più recondite, che arrivano direttamente alle istituzioni senza essere più mediate dalle forze politiche.…).
Le politiche sociali come politiche di prevenzione attiva sono ancora insufficienti, sempre più il ruolo del terzo settore appare legato a una funzione residuale sostitutiva piuttosto che sussidiaria.
Vediamo qual era sino a qualche anno fa la spesa sociale in Italia: 5,4 miliardi di Euro che corrispondono allo 0,4% del PIL, equivalenti a una ricaduta media di 92 Euro pro capite – con variazioni dai 334 Euro a persona in Val d'Aosta ai soli 38 Euro a testa in Calabria. All’interno di questo cespite l'1% va ai tossicodipendenti, il 2% va ai migranti, il 7% va al disagio degli adulti: è facile verificare che, sommando queste tre voci, otteniamo il 10% dello 0,4% del PIL, cioè lo 0,04 % del PIL, cifra infinitamente irrisoria per le necessità locali.
Il tema del locale viene fuori con forza quando parliamo di politiche sociali perché la riforma che abbiamo avuto assegna agli enti locali, attraverso un processo di sussidiarietà verticale, una straordinaria importanza, all’interno di un quadro complessivo che deve garantire livelli minimi uniformi su tutto il territorio nazionale; inoltre la legge del 2000 attiva un processo di sussidiarietà orizzontale che chiama tutti i soggetti organizzati a concorrere alle politiche locali, mettendo insieme gli attori del territorio detentori di competenze e, nei tavoli di concertazione delineati dai piani di zona, individuando le priorità per l’azione sociale e i modelli d’intervento. Questa dinamica va a sommarsi alla riforma del Titolo V° della Costituzione che assegna agli enti locali competenze e capacità di intervento molto marcati e autonomi.
Il ruolo del territorio nel campo delle politiche sociali è davvero fondamentale: è qui che si può provare a fare stime di esperienze di successi e di fallimenti, pensare a un rimodellamento di orientamento che non riproduca lo schema repressione-punizione-cura, ridare un senso dell’approccio locale attraverso un’assunzione di responsabilità di tutti gli attori del processo; pensare alle politiche di prevenzione nel locale significa fondamentalmente agire sull’esclusione sociale, in un’ottica culturale prima ancora che penale; nelle dinamiche locali si deve favorire la rappresentazione sociale della norma, del crimine, del delinquente, attraverso processi di conoscenza che mettano insieme le agenzie formative e educative dei territori: dalla scuola, alla famiglia - qualunque questa sia -, ai luoghi di aggregazione sociale - dagli oratori, ai circoli, ai centri sociali.
Il ruolo che attende i cittadini scaturisce da tutto questo e si rifà a una idea di società, di rapporti e relazioni tra gli individui che assegnano all’ordito dei legami di rete, alla capacità di costruire ponti, in contrapposizione ai legami che derivano da dinamiche di funzionalità e opportunità: per dirla con Putnam, la prevalenza del bridging rispetto al bonding.
È in un’ottica di sistema che dovremmo essere chiamati ad agire nel prossimo futuro e la vera sfida sarà quella di contribuire alla costruzione dello spazio pubblico attraverso l’azione democratica che possono assolvere le organizzazioni di massa, cioè altro rispetto alla militarizzazione delle città! In particolare due sono le principali direttrici attraverso cui si può declinare lo spazio pubblico: il panorama e la narrazione sociale. Per panorama sociale si intende sia una rappresentazione dei bisogni sociali, dei percorsi individuali e collettivi nei e sui territori, delle organizzazioni che agiscono sul e nel disagio sociale, sia le trasformazioni del welfare state, del sociale allargato e della solidarietà all’interno dell’immaginario collettivo costruito e ricostruito dai media e in particolare dalle narrazioni mediate. La sfida è di ordine non solo culturale e di consenso – nel significato di senso comune -, ma anche di approfondimento e comprensione delle relazioni fra le narrazioni dei territori, dei media e delle singole soggettività (individui, gruppi e organizzazioni). La seconda è proprio quella della narrazione sociale che, prendendo la felice definizione che ne dà la sociologa Gabriella Turnaturi, “…mette in scena non solo ciò che è, ma anche ciò che potrebbe essere e quindi i mondi possibili che continuamente ci sfiorano e che, nonostante tutto, non vediamo se non attraverso l’immaginazione. […] È solo attraverso la finzione che, paradossalmente, idee, categorie e concetti acquisiscono concretezza, si fanno carne e sangue. [….] La narrazione è un metodo di conoscenza in quanto ci mostra l’interconnessione di ciascuno con tutti, di tutti con tutto”.
Forse è troppo, forse è un Paese che non vedremo mai.
È noto, e la storia ce lo ha insegnato, che le trasformazioni democratiche e partecipate per agire il cambiamento sociale sono lunghe e faticose e oggi sembra di vivere in un Paese che non ha più la voglia di pazientare, di costruire da sé il proprio futuro. La scorciatoia dell’autoritarismo viene da lontano, ha radici nei nostri errori, l’abbiamo vista crescere senza esser stati in grado di formulare alternative che potessero indicare strade diverse. Bisogna ripartire da qui, con la situazione data e i piedi per terra. E agire.
“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari - e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei - e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali - e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti - e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me - e non c'era rimasto nessuno a protestare”. (Bertolt Brecht)
[18 giugno 2008]

