Eugenio Scalfari, L’UOMO CHE CREDEVA IN DIO

Einaudi 2008, pagg. 158, € 16,50.
saggistica
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Quando chiudi il saggio di Eugenio Scalari, “L’uomo che non credeva in Dio”, ti resta la consapevolezza di aver ascoltato una grande lezione di vita, raccontata con pacatezza riflessiva e attraversata dalla poesia: “Isole dell’aria migrabonde -scrive guardando dal suo balcone il panorama di isole a nord della Sardegna.- Questo verso mi torna in mente tutte le volte che ho davanti agli occhi lo scenario del mare punteggiato dalle terre vaganti della fantasia. Le isole navigano e noi con esse, col bagaglio dei nostri sogni leggeri. Al tramonto, quando arriva l’ora del blu, i sogni cedono il posto ai ricordi”.
 

La poesia lo ha affascinato, insieme alla storia, alla filosofia e al mito, fin dagli anni del liceo, iniziato a Roma e terminato a Sanremo, quando aveva come compagno di banco Italo Calvino. Due strade che si allontanano dopo l’8 settembre ’43, Calvino a fare il partigiano, lui a Roma e poi in Calabria nelle terre paterne.
Bambino timido e malinconico, figlio unico dall’infanzia ordinata e solitaria, legame consapevole della “convivenza accidentata dei genitori”, di cui si sente prematuramente responsabile, negli anni del liceo è l’incontro con Cartesio, “crocevia da cui inizia la modernità”, che gli fa scoprire il pensiero e la centralità dell’io e diventa l’inizio di un percorso volto alla ricerca del senso ultimo della vita.
Nato e cresciuto in era fascista, il padre appartenente alla borghesia interventista delusa dalla guerra e pronta a rispondere  al richiamo di D’Annunzio su Fiume, Scalfari si è sentito fascista per undici anni, dal ’32 al ’43: “Nacque con il fascismo il partito di massa, un’intuizione moderna (come parecchie altre, a cominciare dalla personalizzazione della politica e del partito nella figura del Capo) fondata su alcuni strumenti di notevole efficacia di carattere culturale e di un tipo specifico di scenografia. Credo di poter spiegare il funzionamento di quegli strumenti perché sono stati applicati alla mia mente e sulla mia pelle senza che io ne avessi coscienza…Pensavo di essere uno dei pochi veri e sinceri fascisti, ingiustamente punito per aver scritto la verità. Avevo scritto sul giornale del Guf di Roma che il partito era caduto in mano a un gruppo di profittatori che ne avvilivano la tempra morale e l’autorevolezza politica”.
 La sua crisi nel rapporto col fascismo è conseguente alla sua coerenza morale ed alla sua ricerca di verità. Fin da piccolo si era posto la domanda insidiosa se i buoni siano davvero quelli che vincono, e da adolescente aveva parteggiato per Ettore e non per il pelide aggressore, rimanendo costante la sua ammirazione per l’intelligente ricerca di Odisseo.
Intanto si fa strada una certezza: “Non ci sono alternative alla vita e dunque il suo senso altro non è che viverla”, nel suo “breve percorso che si svolge sotto l’incubo della morte”. Per superare questo “la natura ci fornisce segmenti di senso limitati nella nostra naturalità di animali socievoli, coscienti, abili, operosi”. Questo “senso limitato” che coinvolge lavoro, piaceri, salute, competitività, amore per il prossimo, innamoramento, conquista di spazio e tempo personali, “dà senso alla nostra giornata”. L’insieme di tanti segmenti è la nostra vita tutta intera. “La paura, l’incertezza e l’angoscia di noi morituri hanno suggerito alla nostra mente la mirabile invenzione dell’oltremondo e dell’ente infinito, eterno, misericordioso che lo presidia”.
Formato giornalisticamente a contatto con intellettuali come Mario Pannunzio e Arrigo Benedetti, già collaboratore a “24 Ore” quando lavorava alla Banca del Lavoro, fondatore de L’espresso, insieme a Benedetti nel ’55 e di Repubblica nel ’76, svolge una professione che definisce crudele, perché ha la necessità di entrare nella vita altrui, ma che costituisce anche un “contropotere con potere di controllo”. Il ricorrente dualismo tra necessità di assecondare il pubblico e quella di restare saldi nelle proprie convinzioni è stato sempre da lui superato in nome dell’etica; voci paradigmatiche dell’Italia repubblicana sono state per lui Ugo La Malfa ed Enrico Berlinguer.
“L’uomo che non credeva in Dio” è il frutto di un’esistenza piena e il risultato di una lunga ricerca umana e filosofica, giunta alla consapevolezza della preziosità del nostro cammino e della apertura all’altro, elementi che sono di per sé un atto di fede: “Le cose- e le persone- bisogna accarezzarle con mano lieve, bisogna fissarle a lungo, coglierne il calore, pesarne la consistenza spogliandosi delle difese del proprio io, dei suoi appetiti, del suo narcisismo, della sua profonda e connaturata convinzione di essere il centro del mondo. Bisogna dimenticarsi di sé per conoscere l’altro senza invaderlo, bisogna modificare la grammatica della psiche per passare dall’io e dal tu al noi. Il noi dell’accoglienza che cancella la separatezza.”
Il senso della vita è nella possibilità di realizzare la persona umana al meglio, senza prevaricazione e senza essere avari di sé: “sono gli unici due peccati -lui dice- che io riconosca per gravi e sarei disperato se sapessi di averli commessi”.

Marisa Cecchetti