Fabio Franzin, Co’e man monche (Con le mani mozzate)

Sasso Marconi, Edizioni Le Voci della Luna, collana segni, 2010, pp. 89, Euro 10
poesia
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Le edizioni di Sasso Marconi Le Voci della Luna stanno pubblicando autori di valore, quando non proprio eccezionali (come Francesco Tomada o Fabio Franzin, solo per citarne due) e fa onestamente rabbia che non siano rintracciabili attraverso i più elementari canali di distribuzione e abbiano un sito internet degradante per la poesia di qualità che invece offrono, anche nella fattura dei volumi, bella e curata sotto ogni aspetto.
Un autore di ritorno, è appunto Fabio Franzin: nel 2006 pubblicò con grande successo (e con la prefazione di Edoardo Zuccato) “Mus.cio e roe – Muschio e spine” al quale seguirono alcune pubblicazioni in plaquette e molte in rivista. Non che ne avesse bisogno, ma un salto siderale avverrà con “Fabrica”, pubblicato con le edizioni Atelier nel 2009 dove Franzin racconta della vita da operaio in fabbrica. Il giorno che gli viene comunicato che quel libro stravince il Premio Pascoli di Poesia Franzin viene licenziato e la fabbrica chiusa. In “Co’e man monche  (Con le mani mozzate)” ci viene raccontata quale è la vita di un uomo che d’improvviso si trova senza lavoro. La lingua in uso è nuovamente il dialetto dell’Opitergino-Mottense (una variante del dialetto Veneto-Trevigiano) ed è lo stesso Franzin che si occupa delle traduzioni a fronte, in italiano. Come fu per Fabrica, dire che questo libro è eccezionale, non rende giustizia.
Scandito da cinque sezioni, Franzin percorre le giornate ed i silenzi di un tempo speso ad aspettare qualcosa che non verrà: un miracolo forse, un nuovo lavoro, una politica attenta all’uomo, una classe dirigente e industriale che smetta di spremere la fatica dell’uomo per farne succo di soldi che lo spremuto mai vedrà. Franzin è uno scarto, diciamolo chiaro: dopo decenni di vita operaia spesa ad ingrassare il sistema, diviene uno scarto truciolare di nessuna importanza. Vaga, aspetta. Si industria nelle piccole cose quotidiane di una casa che cura sollevando la moglie da molte incombenze. “Cerca di rendersi utile” o meglio ancora, cerca di dare un senso ad una esistenza privata di una dignità primaria: il lavoro. E’ Manuel Cohen che annota in una prefazione densissima e acuta, uno dei punti cruciali: si tratta del “(…) dopo la fabbrica, come dire di un inaspettato tramonto-tsunami a Nord Est; come dire della fine di un sogno consumistico-cementizio, come dire di una grande depressione economica abbattutasi sull’occidente industrializzato (…)” proseguendo poi: “Ma l’orrore è nel paesaggio, impresso nel vuoto dei capannoni dismessi, nei luoghi inquieti testi deambulatori senza meta, senza orari, per le vie del paese o della città”.
L’orrore è anche altrove: in quanti come lui, con quello stesso sguardo negli occhi, con l’incapacità di dire o almeno essere anche di sostegno a “prossimo tuo” che psicologicamente non regge e crolla; ex-colleghi alla deriva, nello sfacelo fisico, ammalati nel corpo ma soprattutto nella mente. Depressioni, suicidi. Tutto quel possente vuoto e nulla che risucchia senza che sia data un’alternativa. Franzin torna sui luoghi del lavoro, ne ascolta l’assenza di vita. Si chiede anche cosa ne sarà di quegli spazi, quei capannoni infiniti che recano, ognuno, il cartello “fittasi” appeso di sguincio al cancello. E quel cartello lo ha anche lui, nell’anima. Affittasi. Affittasi uomo capace di lavorare, capace di impegno, di fatica, di resistenza. Affittasi un uomo reso vuoto. Le mani servono e potranno servire, non sono mani mozzate; non servono delle mani tenute in tasca. Franzin non è solo la voce di una vicenda singola, né la voce di una specifica area geografica. Fabio Franzin è la voce di migliaia di operai lasciati a casa, o di quanti, giovani, cercano un lavoro e non ne trovano. Franzin è la voce della coscienza di un intero popolo che cerca una giustizia ed un senso e che non può concepire l’abbandono – da parte dell’apparato politico-industriale- e la noncuranza. Ma chi lo sente questo altissimo grido? La voce di Franzin echeggia nel capannone vuoto e a rispondere è solo l’eco, che sbatte contro pareti nude e vuote. E la solitudine di un uomo, che lo sa.

IV
E cussì star qua, co’e man
in man, ‘a testa scontrarse
contro ‘a mura de ‘sto tenpo
scuro, massa lasco, i pensieri
far spiràe fra incùo e doman,
‘torno un ieri che ‘l par za
un passà senza ritorno romài.
Star qua, co’e man restàdhe
vòdhe, seràdhe su a pugno
come te un sgranf de rabia,
o a sofegàr l’aria che manca
ai suspiri de l’ansia; operai
sen, sì, quei che ‘e senpre stat
carne da mazhèo, quei che ‘à
da tàser, senpre, e basta, schèi
che no’ basta mai, tea busta,
sbassàr ‘a testa e ringrazhiàr
istéss co’a ne casca tee man.
Ma ‘dèss quant’eo che costa
‘a desgrazhia de ‘ste ore vèrte
e spòjie, de passi cussì, tant
parché ‘e ore passe, un caffè
al tavoìn del bar, el zhùchero
da cior su, piàn, co’l cuciarìn?

IV
E così rimanere qui, con le mani / in mano, la testa sbattere / contro il muro di questo tempo / buio, troppo lasco, i pensieri // far spirale fra l’oggi e il futuro, / intorno a un ieri che sembra già / un passato senza ritorno ormai. / Stare qui, con le mani rimaste // vuote, chiuse a pugno / come in un crampo di rancore, / o a soffocare l’aria mancante / ai sospiri dell’ansia; operai // siamo, sì, quelli che sono sempre stati considerati / carne da macello, quelli che debbono / tacere, sempre, e basta, soldi / che non bastano mai, nella busta, // abbassare la testa e ringraziare / lo stesso quando cade nelle mani. / Ma ora quanto costa / lo spreco di queste ore aperte // e spoglie, di passi così, tanto / perché le ore passino, un caffè / al tavolino del bar, lo zucchero / da raccogliere, lentamente, col cucchiaino?

Fabiano Alborghetti