Fabio Michieli, DIRE

“ domandi versi? Te ne mando autentici:/cadenza esatta: ritmo attento e sempre/misurato: quasi fosse un tango-/te ne mando, certo! ma sempre identici: un balzo breve, un verso canticchiato…”. Questo nell’Epigramma (risposta delle muse) che chiude la raccolta “Dire” di Fabio Michieli, dove il “balzo breve” non vuol essere un segno di modestia, bensì riproporre l’elemento trasversale della raccolta, che si lega in modo circolare ai versi iniziali: “volevo un libro bianco per noi due/una pagina bianca quasi pura”.
L’imperfetto “volevo” lascia l’azione incompiuta, come il balzo breve che non raggiunge l’oltre.
Il tendere verso è una costante dei versi di Michieli, e appare visivamente nelle mani tese verso un tramonto che fugge, verso Euridice che si allontana, verso la città di cui si sente il peso che trascina giù, verso la verità che non si raggiunge e la realtà che non è ciò che sembra, ma ombra, Idea. La citazione dei versi di Montale “…ma la musica/sempre più si allontana” racchiude il tutto. E’ l’assoluto che sfugge.
Invece la musica, quella interna al verso di Michieli, cattura fin dalla prima pagina senza mai essere troppa, fondendosi perfettamente col significato del dire, come due corpi legati nel tango “stacca il tacco dal fondo e accenna un passo/ne attacca un altro, mentre i corpi fondono/all’unisono movimenti e musica”.
Il senso del limen, della soglia oltre la quale non è dato procedere, soglia in cui si fonde la linea che separa il di qua e l’oltre, è una costante che simbolicamente si identifica col tramonto “là dove tutti i limiti s’incontrano –dove a ogni notte segue nuovo un giorno”. Mistero che non si svela all’occhio umano, anche se gli occhi cercano insistentemente il sole “fino a bruciarne l’iride bugiarda”. Elemento montaliano che ritorna nella “occasione perduta”- quell’incontro-scontro: quella presa mai trovata”.
Euridice che appassionatamente chiede ad Orfeo di voltarsi e guardarla, perché a lei sia negato di risorgere alla luce, ci lascia negli occhi l’immagine della mano tesa di Orfeo in un gesto che annulla ogni possibilità di congiungimento e suggella lo svanire di lei. Verità che si sottrae all’indagine umana, mistero dell’oltre che non è dato all’uomo di conoscere.
Rimane la consapevolezza del limite della stessa ricerca a cui nemmeno il tempo aggiunto al tempo può dare risposte certe, e allora il tendere verso può essere solo affidato alla parola poetica. La fatica del vivere rimane fissata in questa ansia, in questa nostalgia di verità.
La maschera multicolore e multiforme parla di Venezia, nasconde un io lacerato dalla impossibilità e incapacità di essere padrone della propria vita, uomo come “ involucro cavo” destinato ad accogliere una potenzialità di esistenza. E’ l’uomo che vive come dovere una vita che non si è scelta, che sente la aleatorietà dal caso ed a cui sfugge anche la propria identità: “mostro/mille e più volti accolti in uno solo”. Maschera intesa come possibilità di sopravvivenza, come dileggio del “mondo smorto”, in un contesto di fatica e di sofferenza reale. La sofferenza trasuda da una serie di scelte lessicali che ne danno il peso: sbatte, schizza, fango, secco, gelo, morte, marce, schianto, esplode, rabbia, deflagra, ceneri…nere, reliquie, arsa, rogo, dimessa terra o vitrea serra/o crepa inerme o piaga purulenta”.
Eppure queste scelte linguistiche non sono tali da prevalere sul tutto. Fa da contrappunto, infatti, una diffusa ricerca di leggerezza, un tendere alla incorporeità, che non è il cupio dissolvi tragicamente inteso come fine, ma un bisogno di sciogliere il nodo che lega alla pesantezza del corpo, per farsi elemento lieve ed aereo, per identificarsi con “altre cose leggere e vaganti”. In questo contrasto fanno da padroni i tramonti sulla laguna, ricorrenti, insistenti, colorati, che simbolicamente contengono già la nostalgia di Venezia.
Marisa Cecchetti


