Fabio Pusterla, COCCI E FRAMMENTI

Alla Chiara Fonte, Viganello Lugano (CH), 2011
poesia
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Pochi mesi fa, su queste stesse pagine, avevo recensito Supernova di Fabiano Alborghetti (L’Arcolaio), sottolineando come, al di là del valore del libro in sé, il formato plaquette offrisse agli autori notevoli possibilità espressive ed ai lettori un lavoro essenziale e denso: rinnovo la stessa considerazione adesso riguardo a questo Cocci e Frammenti di Fabio Pusterla, librino n. 9 della collana 10x10 – questi sono infatti le misure in centimetri del volumetto – edito dai tipi di Alla Chiara Fonte di Lugano. Ammetto di non sapere praticamente nulla di questa casa editrice, ma sottolineo come la plaquette si presenti, nella sua semplicità, molto curata dal punto di vista grafico, sia per quanto riguarda i testi, sia per le immagini, e dunque nella particolarità del suo formato susciti subito ottime impressioni.
L’autore non ha certo bisogno di presentazioni, in quanto Fabio Pusterla è – giustamente – una delle voci più affermate e conosciute del panorama poetico contemporaneo; qui raccoglie quattordici brevi poesie che ripropongono il suo stile leggibile ed immediato ma al tempo stesso molto misurato nei dettagli. I componimenti sembrano dividersi su due tematiche ricorrenti: alcuni infatti sono descrizioni di paesaggi, e si popolano di fiori, alberi, animali, mentre in altri diventano protagoniste le figure umane di cui Pusterla disegna con pochi nitidi tratti l’essenzialità del comportamento. Si scava e si accresce una distanza fra gli ippocastani che “giungono al loro massimo splendore”, fra i fiori “abbaglianti azzurri”, ed i ritratti di una umanità piccola (non per dignità ma spesso per ruolo sociale) come la sguattera che cammina “con la testa alta”, il venditore di teli da spiaggia che si ferma a bere, l’autista che si lamenta del proprio lavoro che lo porta a sera “e dopo nero, fumo nero e basta”. Qui Pusterla denuncia senza denunciare, racconta “la lama che spezza il filo dei mondi” e nelle sue parole si affaccia un senso di pietas, di indignazione, o anche di desolazione per l’aridità a cui una contemporaneità basata sul mercato ci ha condotti, fino a renderci “sordi all’ultimo sole di Provenza”. Tutto questo in quattordici piccole-grandi poesie racchiuse in un volumetto di centimetri 10x10: lo spazio basta, a saperlo usare tutto, e bene.

Francesco Tomada