Federalismo o debiti locali

di Marco Giaconi

Se il federalismo è il mito fondante della sedicente Seconda Repubblica, vediamo come stanno le finanze delle autonomie locali. In linea di massima, il mito secondo il quale gli elettori punirebbero gli sprechi delle Autonomie è, come spesso accade ai miti, un falso storico. Le spese delle Regioni, dei Comuni o delle inutilissime Provincie sono verificabili come quelle dello Stato Centrale, ovvero molto poco. Inoltre, le strategie illusionistiche messe in atto dalle classi politiche locali hanno lo stesso potenziale e gli stessi meccanismi di quelle messe in atto dai politici nazionali: si parla d’altro, arrivano le scelte di vita, la stampa amica può montare uno scaldaletto, si possono infine esaltare le magnifiche sorti e progressive di qualche asilo montessoriano, dimenticandosi dell’ospedale vicino o della viabilità nella provincia accanto. Ogni issue politica, ogni argomento può essere modificato all’infinito, e l’elettore non ha modo, nemmeno se si trova sul territorio, di valutare l’efficacia delle scelte amministrative, per lo stesso motivo per cui non ha la possibilità di scegliere le politiche militari dei reparti italiani dell’ISAF in Afghanistan.
Il debito residuo delle amministrazioni locali, come ci rivela uno studio della Banca d’Italia, è al 30 Giugno 2009 (l’ultimo dato strutturato disponibile) di 29.995 milioni di Euro per l’area del Nord Ovest, di 16.171 mln. di Euro per il Nord Est, mentre il Centro arriva a 29.666 e il meridione raggiunge i 33.402 milioni di Euro di debito residuo. I Comuni sono più indebitati al centro, per 13,702 mln di Euro, mentre il Nord Est ha il residuo debitorio minimo, di 8.374.
I titoli emessi all’estero sono massimi nel Lazio, con 3.194 mln Euro, minimi, per ovvi motivi, nel Trentino Alto Adige, con 14 mln., mentre l’Emilia Romagna ha solo 47 mln. di debito residuo denominato in titoli emessi all’estero. Al Lazio segue la Campania, con ben 2.167, mentre la Sicilia si attesta su 930. Altre sono le fonti dei redditi politici a Palazzo delle Aquile. Le passività “altre”, i debiti con banche nazionali o locali, sono massime in Campania, con 2.422 mln., seguita dal solito Lazio con 1400 mentre il terzo posto è raggiunto dalla Lombardia, con “soli” 114 milioni di Euro.
Il Lazio, al 2008, ultimo dato disponibile, ha un debito totale di 18.904 miliardi di Euro, con 3,2 miliardi di titoli esteri in scadenza e 334 milioni di Euro prestati da istituti di credito nazionali. Un debito assicurato a tasso fisso solo per il 35% del totale, sempre nel Lazio, e una prospettiva di estinzione del debito che arriva fino al dicembre 2036. Mancano però, per il Lazio e per il resto d’Italia, le passività derivate dai “titoli atipici” e ai derivati che hanno caratterizzato la recente crisi di Wall Street del 2008. E nessuno può prevedere quanto colpiranno questi titoli, quando verranno a scadenza. Il federalismo ha quindi l’apparenza di un “gioco del cerino” tra classe politica centrale e amministrazioni locali: noi, a livello nazionale, non possiamo più fare troppo i nostri comodi, perché ormai la concorrenza internazionale ci guarda e il livello di indebitamento si riflette immediatamente sul rating dei Titoli di Stato venduti sul mercato globale. E sono quelli che fanno, per dirla con i meridionalisti del primo Novecento, “la carne del nostro osso”. Voi, in periferia, fate il cavolo che vi pare, tanto questa macchina di indebitamento non si riflette immediatamente sul mercato dei nostri titoli pubblici, che fornisce oltre il 64% del fabbisogno di cassa dello Stato.
Quando vi parlano di tasse, da aumentare o da diminuire, tenete a mente che ormai le imposte dirette sono una quota importante, certo, ma non essenziale della copertura della spesa pubblica.
Quindi, in prima battuta, la crisi debitoria è asimmetrica, e colpisce soprattutto quelle aree che, selezionando una diversa classe politica, avrebbero bisogno di maggiori investimenti in sanità, scuole, servizi alla popolazione.
Nel giugno del 2004, il debito non consolidato degli Enti Locali, escludendo la Cassa Depositi e Prestiti per la quale non sono disponibili dati ufficiali, è risultato pari a 52,6 milioni di Euro, dato che possiamo confrontare con le analisi che abbiamo riportato sopra. Lo swap di ammortamento, previsto dalla L. 28 Dicembre 2001 n. 441 è il trasferimento periodico di quote di rimborso a un intermediario finanziario, che si obbliga a ritrasferire alla scadenza dell’intero debito dell’Ente Locale il capitale e gli interessi alla controparte bancaria. Ma nulla si dice, nella normativa, sulla gestione del fondo obbligazionario né, tantomeno, cosa accade in caso di default dell’intermediario o dell’Ente.
La Finanziaria del 2007 ha ridotto il costo finale del debito, la obbligata riduzione dei rischi di mercato e la proibizione di fare derivati su precedenti derivati, ma qui è l’entità delle somme che fa pensare, non il loro scaglionamento nel tempo. Mi torna in mente quel bidello di asilo a Livorno, che aveva comprato a rate una immensa Mercedes e, per pagarla, mangiava solo tonno e fagioli, tutti i giorni.
Il decreto della finanziaria 2008 che obbligava alla maggiore trasparenza le Amministrazioni Locali non è, peraltro, mai arrivato in porto.
Per quanto riguarda la finanza derivata, le ultime analisi disponibili al 2007 parlano di 18 regioni interessate a questa forma di debito, 44 provincie, 50 comuni capoluogo e ben 447 comuni non capoluogo o minori. I magliari delle banche d’affari internazionali hanno passato al setaccio la Penisola, sembrerebbe. L’importo complessivo ipotetico è di 35.276.487.781,00 di Euro in finanza creativa.
Le ristrutturazioni vengono finora considerate, salvo alcuni decreti ad hoc, come ulteriore ricorso ai derivati ma da quest’anno le amministrazioni locali possono aumentare la consistenza del loro debito al 31 dicembre dell’anno prima, con una percentuale non superiore a quella determinata da un apposito decreto del Ministero dell’Economia.
Immagino che Giulio Tremonti, attento seguace ed estimatore di Quintino Sella, voglia prima far estinguere, almeno in gran parte, questa massa di debito per poi passare al “federalismo fiscale” che, in presenza di queste esposizioni, finirebbe per essere utilizzato dagli Enti Territoriali Locali per pagare le loro pendenze, magari con decreti ingiuntivi o con chiusure nettissime di credito, nazionale o internazionale. Gli ultimi dati di BankItalia sono meno sconfortanti del solito, dato che il debito pubblico è calato, dal record di ottobre 2009 di 1.801,685 miliardi di Euro a 1.783, 858 mld. di novembre. Una cura da cavallo, che però non intacca, se non in minima parte, la crisi finanziaria degli enti locali. Nessuna crescita delle attività della banca di Emissione potrebbe, infatti, coprire una esposizione verso la finanza strutturata  del 57,5 % di comuni e provincie italiane, con 27 miliardi di Euro della cifra che abbiamo citato sopra che pesano direttamente sui bilanci delle città.
Allora, per sintetizzare: a) bloccare la spesa in finanza strutturata di tutte le amministrazioni locali, b) esaminare, da parte del Ministero dell’Economia, i dati reali al 31/12/2010 di tutti i debiti delle Autonomie Locali e, infine c) costruire un fondo per tutte queste istanze debitorie, comunque denominate e, infine, d) creare un pool di enti finanziari nazionali e internazionali che fanno (unicamente loro) lo sconto di questi e solo questi titoli derivati, fino al termine dei contratti.
Fatto questo, e obbligando gli Enti Locali a un tetto massimo di un 3-5% di aumento delle tasse a loro dovute, fino all’estinzione dell’intero monte del debito calcolato sull’intero territorio nazionale (si possono inventare operazioni per le tre aree, Nord, Centro e Sud, ma non di più) e poi, alla fine, liberi come augelli, passare al famoso federalismo fiscale.
I casi sono due: o le classi politiche locali saranno, come i giocatori di poker che stanno perdendo tutto, stimolate a spendere come se piovesse, e allora andremo verso il baratro locale e nazionale, oppure dovranno operare in un quadro nuovo in cui potranno far debiti solo per quote irrilevanti delle entrate fiscali e dei trasferimenti dallo Stato centrale. Tutte le classi politiche sono attente a “comprare” l’appoggio dei loro elettori con la spesa in deficit, sia sul territorio sia a livello nazionale. Nessuno paga, o meglio, nessuno si accorge di pagare. Allora, l’unico modo di uscirne è arrivare a un massimo di costrizione per eliminare il debito pregresso, per poi passare a un minimo di trasferimenti dal Centro alla Periferia.
 
[26 marzo 2010]