Federalismo e presidenzialismo

di Marco Giaconi

Forse aveva ragione Salvemini. Negli articoli scritti dopo la promulgazione della Costituzione Repubblicana lo storico pugliese pensava che una Costituzione “lunga come la notte di Natale” dove c’era di tutto, dalla protezione dell’ambiente alla fiscalità progressiva, fosse una gabbia di ferro che avrebbe, alla lunga, impedito la trasformazione democratica dell’Italia. Salvemini propendeva per uno sfrondamento dello Statuto Albertino, senza naturalmente le norme sulla dinastia dei Savoia e con l’aggiunta del suffragio universale, e alla costruzione di una prassi di governo che avrebbe, sedimentandosi, determinato lo stile di governo della Nuova Italia. Inoltre, come accadde poi per molti del Partito d’Azione di tradizione liberaldemocratica (Tarchiani, Ugo La Malfa, tra gli altri) la questione era sì di rappresentanza popolare, ma soprattutto di qualificazione dell’Esecutivo.
La battaglia democratica per quella che comunisti e socialisti definirono la Legge Truffa del 1953,  che assegnava un premio di maggioranza del 65% dei seggi alla Camera dei Deputati alla coalizione che avesse raggiunto il 50%+ 1 voto valido alla lista o alla coalizione nasceva da una motivazione legittima: la Costituzione aveva costruito una Repubblica dei partiti, e ogni governo avrebbe dovuto contrattare, decreto per decreto, la sua attività.
Governo debole e ricattabile, unità d’azione tra PSI e PCI, democristiani capaci di governare senza i partiti liberaldemocratici o socialisti autonomisti intermedi. Una ricetta per il blocco istituzionale. Fu proprio De Gasperi a costringere la DC a far entrare nei governi “centristi” i piccoli partiti liberaldemocratici o socialdemocratici, che pure non sarebbero stati necessari per arrivare alla maggioranza parlamentare. Era il modello, questo, che Togliatti aveva prescelto. Un bipartitismo di fatto, che legittimava il PCI come leader dell’opposizione, incatenava il PSI al Kominform, lasciava sola la DC al governo e eliminava il peso mediatorio di quelli che “il Migliore”, Palmiro Togliatti, chiamava candidamente “i buffoni”: il PRI, i socialdemocratici, il già piccolissimo PLI.
Sia la DC che il PCI, inoltre, avevano all’epoca della Costituente una logica di funzionamento simile: prima veniva il Partito, poi l’Istituzione nella quale il Partito era incardinato o rappresentato. L’autonomia del sistema rappresentativo era gestita da due grandi partiti che rispondevano, in parte, a poteri esterni. La DC verso il Vaticano, e Montanelli in quegli anni acidamente fece notare che le classi dirigenti cattoliche migliori la Chiese se le prende per sé, mentre i peggiori li spedisce nella DC. Il PCI si ricollegava al Kominform, e alla rete occulta che il PCUS gestiva, tramite il KGB, con i “partiti fratelli” operanti in partibus infidelium. Questo peraltro non evitò che i comunisti italiani, e Longo in particolare, si prendessero una bella lavata di capo a Slarska Poreba, nel 1947, quando insieme al PCF furono accusati da Zdanov di “deviazioni verso l’opportunismo e il parlamentarismo”. D’altra parte, i Padri Costituenti venivano tutti da una militanza antifascista che li aveva resi, forse eccessivamente, sospettosi nei confronti di governi “forti”. Ma senza un Esecutivo efficiente, anche la prassi parlamentare decade a trattativa.
Quindi, l’ipotesi di una riforma in senso presidenzialista del sistema politico italiano non è, in linea di principio, da scartare. Anche la Francia, potenza vincitrice della II Guerra Mondiale, sperimenta dal 1946 al 1953 ben 14 governi, senza peraltro poter decidere se accettare o meno l’ipotesi di una Comunità Europea di Difesa. Il frazionismo delle forze politiche occidentali aumentava a dismusura il potere di ricatto e di interdizione del PCF, guidato da un ex volontario nella Germania nazista, Maurice Thorez. Un “congelamento” della Francia che si stava materializzando, con metodologie diverse, anche in Italia, e avrebbe fatto saltare il quadro NATO. De Gaulle usa la rivolta delle forze francesi in Algeria, c’è la probabilità elevatissima di un colpo di stato militare, chiede i pieni poteri di riforma costituzionale e inizia a programmare la V Repubblica. Era andato dal presidente Coty facendogli capire che, se non si fosse messo da parte, stavano per partire le reti di France Libre e dei generali fedeli a De Gaulle. Fu un golpe bianco, una “spada appesa a un filo”.
In Italia, oggi, cosa possiamo fare per rendere più efficace l’Esecutivo e ripartire meglio la rappresentanza tra Regioni e Stato Centrale? La “Bozza Violante” prevede che la fiducia venga data dalle camere direttamente al Presidente del Consiglio, dopo la formazione del Governo, il governo che diviene “comitato direttivo” della maggioranza. La riduzione del numero dei parlamentari, poi, a parte che la composizione degli organi rappresentativi è una norma costituzionale, deve poi fare i conti con il ridisegno dei collegi, fatto di straordinaria importanza che potrebbe cambiare le maggioranze regionali.
Sulla questione del Senato delle Regioni, a mio avviso è bene fermarsi con attenzione. La rappresentanza locale è già forte, nella “costituzione materiale” italiana, e se il Senato deve controllare la spesa e la produzione legislativa delle Regioni è bene che questo organo sia composto da elementi diversi, non rispondenti a coloro che dovrebbero essere controllati, i governi regionali, appunto. Chi controlla deve essere diverso e nominato diversamente dall’organo che deve controllare. È uno dei vizi veri e profondi della Costituzione Repubblicana. La Magistratura si autogoverna, ed essere autocefali non vuol dire essere indipendenti. L’Università, con l’ulteriore avanzare delle sue autonomie in anni recenti, è ormai fuori controllo. Le regioni sono già, e il federalismo acuirà questo processo, autonome sul piano amministrativo e fiscale. Il che implica che, prima o poi, faranno leggi tra di loro incompatibili, e nessuno, a Roma, potrà dirgli nulla. La politica estera e di sicurezza e difesa, evidente asset del governo unitario nazionale, che peraltro già era carente nella formazione costituzionale, sarà un derivato delle decisioni di spesa a carattere locale. E senza politica estera, oggi, non c’è politica economica, siamo nel mondo globalizzato dove il recto della medaglia a chi vince la globalizzazione è la penetrazione nei mercati lontani, e il verso la credibilità militare e strategica di un Paese. La politica agricola, che un folle referendum aveva abrogato come prerogativa nazionale, ora sarà in parallelo gestita dal ministero delle Politiche Agricole e dalla UE, il cui bilancio è per metà definito dalle spese per le politiche di sostegno all’agricoltura comunitaria. E saranno poi le Regioni a dover avere materia “concorrente” nell’Agricoltura, ma si può bene immaginare che, e accade già oggi, la politica agricola si farà a livello regionale, come peraltro sembra ragionevole.
Quindi, il vero problema non è la scelta astratta tra localismo e centralismo, ma tra esecutivo e rappresentanza, e in particolare tra controllati e controllori. Occorrerebbe, poi, rimodulare, a livello costituzionale, il ruolo delle Authorities, definirlo rispetto alle Commissioni parlamentari, ricordandosi del vecchio detto del costituzionalista cattolico Costantino Mortati: le leggi moderne si fanno in commissione, non in aula.
Quindi, a integrazione della “bozza Violante”, propongo un esecutivo nel quale vanno a capo le seguenti funzioni: a) sicurezza e difesa b) controllo delle Authorities c) gestione delle rappresentanze non diplomatiche all’Estero d) programmazione economica e) Riferimento alla Corte dei Conti.
La Presidenza della Repubblica dovrebbe controllare le attività della Presidenza del Consiglio, in relazione agli altri organi costituzionali.
Le Regioni dovrebbero essere controllate da una nuova Authority, designata da Presidenza della Repubblica, Presidenza del Consiglio e Presidenza della Corte dei Conti. Tale organismo risponderebbe direttamente al Senato, la cui nuova finalità dovrebbe essere quella non di rappresentare le Regioni, ma di elaborare proposte e controllare il governo, mentre la Camera dei Deputati dovrebbe divenire quello che già è, ovvero un organo propriamente legislativo. Se, a questo meccanismo, si debba applicare l’elezione a doppio turno “alla francese” o una uninominale secca, mi sembra questione certo importante ma, tutto sommato, non centrale in questa fase.
Certo, Silvio Berlusconi vuole avere la certezza di essere eletto Presidente della Repubblica, e magari riuscire a possedere il potere di guarire la scrofola con l’imposizione delle mani, come narrava dei Re Taumaturghi merovingi Marc Bloch. Ma qui non si tratta di tagliare l’abito costituzionale sulle misure di un probabile candidato ma, all’inverso, di fare un bell’abito normativo che si attaglierà alla perfezione sul corpo dell’uomo giusto.
 
[12 aprile 2010]