Federico Scaramuccia, Come una lacrima (duemila uno)

Napoli, Edizioni d’IF, 2011, pp. 44, Euro 10,00
poesia
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Delle molte date di eventi storici unici, ne ricordiamo poche, forse nessuna. Anche la data della caduta del muro di Berlino, evento che sancì definitivamente la fine di un’era, è per molti sconosciuta ed è uno degli eventi stoici più massicci del secondo novecento. Una data però resta conficcata nel presente ed è ancora capace di evocare sgomento: l’11 settembre 2001.
Nominare questa data vuole dire vedere: vedere il crollo delle torri gemelle, le sagome di due aerei che si infilano negli edifici, l’esplosione; l’attesa, il panico, le sagome dei “saltatori”, uomini imprigionati ai piani superiori degli edifici che si lanciano dalle finestre per trovare la libertà della morte. Oppure le figure spettrali dei vicini d’edificio o dei sopravvissuti, persone coperte di calcinacci che camminano catatoniche per strade coperte di calcinacci. Nubi di polvere. Devastazione, i lampeggianti dei mezzi di soccorso, le sirene, le lacrime. Le grida lanciate con gli occhi nel silenzio raggelante dell’incredulità.
L’11 settembre 2001 è la data di un fermo immagine: il mondo si è fermato, si è paralizzato. L’evento è tragico, totalizzante, non  solo per l’intenzione che racchiude e per l’azione grazie alla quale si compie.
La comunicazione è stata  un elemento di eguale importanza nel fissare “per sempre” questa data, in particolare modo la comunicazione televisiva: un “proiettile magico” quell’azione svolta dai media, per creare consenso e, se necessario, spazzare via il dissenso. I messaggi mediatici hanno effetti diretti sul modo di pensare della gente, indipendentemente dalle caratteristiche socioculturali e individuali dei soggetti, e ciò produce comportamenti prevedibili. Le informazioni sono iniettate nella mente del pubblico e qui sono immagazzinate nella forma di mutamenti di sensazione e atteggiamenti che producono il comportamento desiderato dalla fonte del messaggio. Dalla tragedia come evento conchiuso, si è passati ad un secondo livello, più sottile e labile nei confini: la paura e in parallelo la caccia a chi la paura ha generato.
“Come una lacrima” di Federico Scaramuccia è un dramma in due atti. L’autore squaderna in varianti metriche e ritmiche il dolore reale delle vite spezzate e quello virtuale teletrasmesso in tutto il mondo.
L’eccesso di “pathos”, per così dire «montato a neve», non stride affatto con l’orribile evento. Un’onda d’urto emotiva che l’occhio televisivo fa dilagare come un’impalpabile palla ovattata che tiene in scacco la globalità. Ed è Scaramuccia che infatti spiega, in una nota a chiusura di raccolta, come «la lacrima, del resto, è “la macchina da presa” per eccellenza. (…) Un “grande vetro” grandangolare che espone il dolore facendone uno strumento di controllo».
Scaramuccia divide la raccolta in due sezioni, due atti, appunto. La prima in capitoli ternari: la concatenazione degli eventi. La seconda, in distici a rima baciata: lo “scatenarsi” della reazione a catena, appunto quell’onda d’urto emotiva che l’occhio televisivo moltiplica.
Una scelta potente quella di Federico Scaramuccia, decidere di usare la forma chiusa, addirittura desueta, parrebbe. Uno stridio sembra, vista la gravità, l’enormità della storia. Eppure la penetrazione del messaggio in poesia di Scaramuccia, la verità della storia che ci ri-racconta avviene giustappunto per questa esatta ragione: lontano dal parlato “piatto”giornalistico o del dire popolare, lontano dalla retorica del consumo della notizia, Scaramuccia crea una frusta letteraria capace di strappare brandelli di pelle dalla coscienza. Il lavoro di composizione di ogni testo è un intarsio di rara efficacia, denso eppure aereo, laddove si alterna la prima voce dell’evento alla voce del Coro (nel primo atto); dove alcuni testi sono più immagine dell’immagine stessa (nel secondo atto) proprio perché rifiutano il confine dell’immagine, catapultando quanto avviene non già nell’osservazione, ma nella comprensione di quanto osservato.
Federico Scaramuccia  vince, con questa raccolta, il Premio di Letteratura intitolato a Giancarlo Mazzacurati e a Vittorio Russo e che porta appunto alla pubblicazione del volume nella collana «i miosotìs» delle Edizioni d’If. Una scelta, quella della giuria, lungimirante e attenta al valore di una poesia non estetica ma capace di dare una scrollata alle coscienze e, soprattutto, all’attenzione.

Guarda posa il volo eccolo che atterra
posa il volo ma non abbassa le ali
si posa prima di toccare terra

ancora in volo prima che si incagli
si posa solo quando il cielo splende
quando con rabbia ne brilla la carica

Coro
abbraccia la morte piegando le ali
si avvinghia alla vita mentre si arrende
con rabbia che avvolge ma non si scarica

(un’eco che deforma in sottofondo)
(le braccia storpie piegano sui tagli)
(blindano la vita che si distende)
(che si contorce come in gabbia invalida)
 

Fabiano Alborghetti