Fidel Castro

di Paolo Cantini

Fidel Castro lascia il potere, dà le dimissioni. La notizia fa il giro del mondo e tutti i notiziari aprono con il saluto di commiato del Comandante en jefe al popolo cubano. L’uomo che, comunque la si pensi, ha scritto alcune pagine di Storia del secolo passato, abbandona ora ufficialmente il potere che ha conservato per oltre quaranta anni.
Sono lontanissimi i giorni della Sierra Maestra, il manipolo di cavalieri in marcia immortalati da Raúl Corrales e il trionfo di quella epica Revolución sul Malecón de La Habana. Le immagini di Osvaldo Salas e di Alberto Korda consegnano alla storia la figura di un personaggio indomito, quasi un eroe di cappa e spada, ed è difficile accostare quei potenti bianco e nero alle ultime immagini del Lider Maximo che compunto nella sua tuta olimpionica degli atleti cubani, accenna timidi passi marziali nella corsia di un ospedale.
Già, perché da quell’afoso giorno di mezza estate del 2006 le notizie che arrivano dalla più grande isola delle Antille parlano di un Castro prima molto grave, poi in lento recupero, poi in procinto di riprendere il suo posto, poi ancora mesi di silenzio, poi fotografato in compagnia del suo delfino Hugo Chávez o del presidente Lula o più semplicemente intento a occupazioni più banali come leggere il giornale o telefonare, ma sempre da un ospedale.
In questi giorni la notizia dell’abbandono sembra dare il segnale di chissà quali sconvolgimenti si appresterebbe a vivere Cuba, come se, pensionato Fidel Castro tutto dovesse cambiare. Chi pensasse al grande caimano, come a un paese governato in toto da un dittatore che tutto può e di tutto dispone, al pari di quello che spesso accade in qualche staterello africano, commetterebbe un errore di valutazione non da poco. Fidel Castro Ruz, ancorché la sommatoria delle principali cariche politiche dello stato Cubano, è un icona, una specie di leggenda per il suo popolo, quasi verrebbe da dire il padre, o il nonno, dipende dall’età, di tutti. Per quanto se ne possa dire, la Rivoluzione, anzi il “Triunfo de la Revolucion” è un punto di orgoglio per molti cubani. Non dimentichiamo poi che circa il 60% della popolazione ha meno di 50 anni e per tutta la sua vita ha sempre visto il Comandante en jefe arringare folle oceaniche nella Piazza della Rivoluzione, ben solido nella sua postazione sul palco, con la sua barba, la sua guayabera verde-oliva e il dito indice puntato verso il nemico imperialista. Il sistema di potere che governa il paese è ben strutturato e radicato finanche nell’ultimo pueblo della provincia più sperduta. I CDR (Comitati della Rivoluzione) governano la vita di ogni cuadra e su un muro scrostato dal sole di Baracoa resiste ancora la scritta “No hay seguridad, sin vigilancia revolucionaria en cada barrio”. Non è possibile pensare che, in questi 18 mesi trascorsi dagli interventi chirurgici di Fidel, non ci si sia preparati e non si siano prese le misure per provvedere alla governabilità del Paese, anche senza la presenza del capo carismatico.
A Cuba nulla accade per caso o lascia sorpreso chi regge le più alte cariche governative e politiche, e fanno quasi sorridere le dichiarazioni di G. W. Bush o più ancora le folcloriche manifestazioni dei cubani esiliati nelle viscere del mostro di Martiana memoria. Da anni a Cuba ci si domandava “Che succederà quando non ci sarà più Fidel?” e la risposta degli stessi cubani era evasiva o abbracciava un ventaglio di possibilità talmente disparate da non fornire alla fine nessuna risposta esaustiva, ma quello che traspariva era la rassegnazione a credere che non molto sarebbe mutato. E quindi la paga in pesos cubanos, ma le cose che si comprano sono in pesos convertibles (con un rapporto di 24 a 1), le file interminabili per qualsiasi cosa, uno spostamento di poche decine di chilometri all’interno di una provincia che diventa un calvario, o un’avventura, come in uno dei film di Juan Carlos Tabío, tra i più conosciuti del cinema cubano che nasce dal racconto di Arturo Arango “Lista de espera” e che nella versione filmica conserva lo stesso titolo, e l’eterna arte di arrangiarsi, di resolver insomma, in cui i cubani sono maestri dichiarati e che si concretizza nel laconico ritornello “No es facíl”, che chi abbia avuto la ventura di scendere almeno una volta al José Martì di La Habana o all’Antonio Maceo di Santiago, avrà ascoltato come un ritornello da Cabo San Antonio a Punta de Maisí.
Sotto la guida di Fidel si sono succeduti gli anni del consolidamento della Revolución, prematuramente consegnata tra le braccia dell’orso sovietico, delle programmazioni economiche quinquennali e delle raccolte record della canna zucchero, della vita dignitosa e non priva di soddisfazioni e di vacanze a Varadero allora sì libere per tutti, e garantita dagli approvvigionamenti quasi a fondo perduto di Mosca, mentre il “Che” Guevara, lasciato al suo destino crudelmente romantico, si faceva ammazzare, solo, in una scuola della selva boliviana dal sergente Terán, in cambio di un orologio e di una promozione peraltro mai arrivata. Con il crollo di Mosca arrivarono gli anni feroci del Periodo especìal, raccontati in modo asciutto da Pedro Juan Gutierrez e poi la lenta risalita, grazie al turismo che ora si vorrebbe circoscrivere e controllare sempre più, fino ad arrivare al miracolo del Venezuela e al patto di ferro tra i due paesi che si guardano da qualche centinaio di miglia nel Mar del Caribe. E tutto questo certamente sotto la guida del Lider Maximo, ma soprattutto grazie a un sistema radicato che ha forgiato e cresciuto al suo interno i quadri dirigenti nati praticamente dentro la Revolución come Carlos Lage Dávila, che oggi ha 57 anni, o Felipe Perez Roque, che di anni ne ha addirittura 43. Sembra quasi che il vecchio adagio Gattopardiano non faccia presa nelle Grandi Antille e Raúl Castro, dal volto arcigno e contratto, che fino ad ora ha sostituito pro tempore il più illustre e, perché no, amato fratello, continuerà a recitare un ruolo di primissimo piano sul ponte di comando dell’Isla che resiste nelle calde acque del Golfo del Caribe. Il petrolio venezuelano, ottenuto a prezzo di favore grazie alle varie Operación Milagro e Barrio Adentro – e che qualche malalingua racconta venga rivenduto a prezzo intero sui mercati internazionali –, le cospicue rimesse dall’estero dei cubani espatriati e di tutti quelli che a vario titolo mantengono relazioni con l’isola, il sempre più diffuso interscambio con la Cina, tanto che sempre più spesso, sulle bianche panchine immacolate del parque Calixto Garcia di Holguín si incontrano spaesati tecnici cinesi mischiati ai giovani Holguineros vestiti come rappers statunitensi e agli studenti boliviani che vengono a studiare a Cuba a spese dello stato cubano, tutte queste cose, dicevo, sono tra quelle che mantengono ancora vivo il sogno socialista, quello che di qua dall’Oceano è vissuto come un simbolo, dimenticando che dietro questo simbolo ci sono persone in carne e ossa, persone che si fanno sempre più spesso domande sul destino della Revolución, domande che due studenti universitari tra tanti, appena un mese fa, hanno posto con fresco candore ma con ferma convinzione al Presidente dell’Assemblea Nazionale Cubana Ricardo Alarcón (certo non uno qualsiasi del Gotha politico ma uno che sta un passo dietro i fratelli Castro). Gli studenti si chiedevano, e chiedevano al loro presidente, chi sono i candidati al Parlamento, perché noi non possiamo andare in certi luoghi del paese e perché non possiamo viaggiare liberamente all’estero, perché gli stipendi sono in moneta nazionale e non sono sufficienti per fare praticamente niente? Fa quasi impressione, per chi abbia un po’ di dimestichezza con le cose di Cuba, che ci si sia potuti rivolgere in modo così diretto e critico a un tale funzionario di stato e soprattutto che non ci si sia stata poi nessuna tirata d’orecchi nei confronti degli avventati giovanotti. Certo è che, tralasciando le ipotesi che vedrebbero questa manovra come un tentativo di mettere in difficoltà il Presidente Alarcón, visto che le sue risposte sono state tutt’altro che esaurienti, è da un episodio come questo che si potrebbe pensare che qualche timido segnale di cambiamento possa essere preso in considerazione, ma dare per fondati i toni ottimistici della Casa Bianca, ce ne corre. Così come ogni volta che si affronta un viaggio in quel di Cuba, ce ne corrono di chilometri sulle strade crivellate di buche e di crepe, disintegrate dal sole e dai cicloni tropicali, dove caracollano pericolosamente i nuovi bus, che si chiamano Yutong e a cui, viste le strade del paese, è stata ridotta la garanzia dai fornitori stranieri. Cinesi, naturalmente.
 
[21 febbraio 2008]