Filippo La Porta, DIARIO DI UN PATRIOTA PERPLESSO NEGLI USA

Edizioni e/o, Roma 2008
saggistica
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Conoscere un Paese che non sia il proprio con la capacità di coglierne gli aspetti essenziali e al tempo stesso riconoscerne quasi tutti i dettagli non è facile.Ancor più complicato è quando si tratta di un luogo vasto, controverso, forte e presente come gli Stati Uniti.In aggiunta a questo c’è da dire che per un italiano, ancora oggi, l’America rappresenta una delle fonti della liberazione materiale dalla rovina del nazifascismo e della mitologia della modernità, espressa nel costume della società di massa costruita, nella nostra penisola, a partire dalla fine degli anni ’50.
Il libro di Filippo La Porta cerca di raccontarci il punto di vista di un italiano che ha vissuto un periodo negli Stati Uniti, e ha riconosciuto come proprio quel Paese, quei luoghi, quel mito diventato realtà quotidiana, concretezza di rapporti e relazioni, quella che è la “società più aperta e inclusiva del mondo (nonostante le recenti paranoie terroristiche)”, come Michael Walzer raccomanda continui a essere, attraverso la pratica del multiculturalismo.
La Porta ci racconta momenti gustosi come quello del Mark’s Group, dove si va a un cocktail party, siamo costretti a toglierci le scarpe, mettersi in cerchio e rispondere in verità a tutte le domande che ci vengono rivolte. E descrive anche alcune caratteristiche interessanti, suggerite da italoamericani che ormai vivono in America, come Alessandro Polcri che insegna alla Fordham University e dice che Roma senza abitanti sarebbe bella lo stesso, ma forse New York senza i suoi 8 milioni di abitanti diventerebbe un posto metafisico, dechirichiano.
Accanto a personaggi della contemporaneità che aiutano l’autore a raccontare l’America, si trovano anche alcuni capisaldi italiani dell’analisi americana come Mario Soldati, Giaime Pintor e Carlo Levi, ma anche racconti che precisano bene l’influenza americana in Italia, come il regista Sergio Sollima che raccontava di aver avuto un trauma infantile quando scoprì di non essere americano, ma soltanto un piccolo italiano cresciuto a western e “americani a Roma”. E chiaramente La Porta è consapevole che non si possa uscire dai cliché perché ne siamo composti in massima parte. Ed è proprio attraverso la descrizione di certi luoghi comuni che riesce a far venire fuori il sugo del libro, cioè la percezione di un italiano in America, contrastato tra l’amore per il nuovo mondo che riconosce come suo per la mitografia di cui è imbevuta la sua cultura colonizzata dal secondo dopoguerra e tra l’attrazione pseudo-identitaria verso i simboli italiani in America che sono sì il richiamo della patria lontana, ma lì infinitamente più suggestivi della Patria italica vissuta da dentro.
Nel libro c’è un aspetto molto interessante che è possibile constatare se si vive davvero gli Stati Uniti, e che La Porta spiega con dote di sintesi nel capitolo “Una modernità senza varietà”, cioè che l’America è pienamente moderna ma non oltre, cioè ci sono più periferie urbane italiane piene di luci, nuove architetture e freneticità dei luoghi americani che in genere sono più fatiscenti dei nostri. Potremmo dire che la fatiscenza americana sta alla forma fisica dei loro luoghi urbani, come quella italiana sta ai nostri monumenti restaurati.
In questo diario “patriottico” lo sguardo dell’autore riesce a descrivere molti aspetti strutturali della relazione Italia-America. E forse inconsapevolmente, perché non ce n’è menzione nel libro, l’autore ha compreso senza dirlo uno dei temi più importanti del rapporto che nel corso dei secoli ha determinato la relazione analitica o critica degli stranieri verso gli Stati Uniti, cioè la rappresentazione dell’America e il rapporto con l’individuo americano, cioè con la base della formazione cognitiva dell’homo americanus, la filosofia dell’individualismo democratico. In questo senso mi permetto di indicare due libri che trattano tale argomento: il primo è mio, Una filosofia del cinema americano – Individualismo e Noir (Edizioni Ets, 2004); il secondo è di Nadia Urbinati, Individualismo democratico (Donzelli, 1997).

Alessandro Agostinelli