Fini, Post Mirabellum
Con il suo discorso, di una lunghezza degna di Fidel Castro, Gianfranco Fini ha rotto l’incantesimo del PDL. Un partito che “non c’è più”, come ha ripetuto dal palco. Viene in mente la battaglia di Via Mercanti, quando i futuristi e i fasci di combattimento milanesi interruppero un corteo anti-interventista del PSI, ritmato da quello che Filippo Tommaso Marinetti chiamava “il lungo belato” di Bandiera Rossa, e portarono a Mussolini, nel suo covo di via Paolo da Cannobio, l’insegna all’ingresso de L’Avanti!. L’Avanti non c’è più! Gridarono i futuristi milanesi. In effetti, il PDL non c’è mai stato. Non è un partito, ma una macchina elettorale e di pubblicità per il leader. Non a caso, quando Berlusconi parla di politica, o crede di farlo, si rivolge ai “promotori della libertà”, che fa tanto promotore finanziario, o addirittura, con supremo sprezzo del pericolo e del ridicolo, alle “Squadre della Libertà”, di cui non si conosce uno specifico padrinage. Almeno Benito Amilcare Andrea Mussolini ce la metteva, la sua facciona con la mascella “a falce”, come dicevano gli antropologi positivisti. Non conta quindi la dimensione del gruppo di “Futuro e Libertà” che nasce a Mirabello. È rilevante invece che esista una forza politica che riprende, in concorrenza con il PDL, la linea di un radicamento di massa che il Cavaliere ritiene inutile, costoso, e che lascia fare volentieri alla Lega Nord, di cui peraltro detiene il logo e il simbolo elettorale, pagato a rate perché Berlusconi, che di affari se ne intende, ha voluto sincerarsi della fedeltà di Bossi e dei suoi. C’è comunque il pericolo che, legandosi al MPA siciliano di Lombardo, che ha già spezzato il PDL isolano e che ha il sostegno del Partito Democratico al Palazzo delle Aquile di Palermo, i “futuristi” finiani creino una sorta di Lega del Sud, tesa a aumentare il livello di valutazione della spesa reale delle regioni meridionali, in un federalismo prossimo venturo, e che Gianfranco Fini, proprio per questa sua caratterizzazione neomeridionalista, possa imbarcare, magari senza saperlo, elementi non del tutto specchiati della classe politica del sud.
Il Presidente della Camera, che è un appassionato lettore di saggi storici, dovrebbe riprendere in mano i testi di Giustino Fortunato, di Gaetano Salvemini, di Ugo La Malfa, del barone Compagna, il repubblicano di Napoli che fondò una delle più belle riviste di economia e cultura, “Nord e Sud”. Se Fini saprà rielaborare la lezione del meridionalismo migliore, che leggeva correttamente il nesso tra corruzione e protezionismo al Nord e mafia e spesa pubblica improduttiva al Sud, saprà correggere meglio il federalismo: non “costi standard” nelle regioni meridionali, ma sostegno alle imprese, apertura dei mercati per i prodotti locali, integrazione dei mercati regionali nella UE e nel resto d’Italia. La questione dei trasferimenti è addirittura secondaria: si tratta di diminuirli a tutti, Nord compreso, e bloccare in tempo le due macchine da soldi (spesso illeciti) della Seconda Repubblica: la sanità privata e l’edilizia, infrastrutturale o privata. Dimagrite queste due zone di spesa, e vedrete come la catena di Sant’Antonio che va dall’economia bianca a quella “grigia” fino alla mafia vera e propria diminuirà di credenti.
Un altro elemento importante, se vediamo in prospettiva il discorso di Mirabello, è quello della politica estera. Gianfranco Fini è stato ministro degli Esteri, un buon ministro. Amico di gran parte della classe dirigente USA, stimato da Barack Obama, in relazione con Nancy Pelosi, la speaker democratica della House of Representatives (sarà perché ai lati dello scranno presidenziale, nella House, ci sono due bei fasci in marmo), ha rapporti con Kissinger e ha patrocinato (con Massimo d’Alema) la carriera dell’attuale ambasciatore d’Italia a Washington.
Il matrimonio di Berlusconi con Vladimir Putin (c’è anche il famoso lettone a testimoniarlo) proprio non va giù né alla NATO né agli USA. Anche la Francia, che ha una sua propria visione dell’Alleanza Atlantica, nutre molti dubbi sia sulla politica energetica che su quella estera del Cremlino. La presenza di Berlusconi alla Conferenza Araba, con il baciamano a Gheddafi, ha irritato molte cancellerie. La sua presenza a Ankara, per certificare quello che tutti sapevano essere falso, ovvero la mediazione risolutiva del Cav. tra Putin e il premier turco Erdogan, ha messo di buon umore qualche ministro degli esteri UE. La trattativa, giustamente valutata come negativa da Fini nel suo discorso, con Gheddafi e il continuo servaggio di Berlusconi nei confronti dell’amico libico, sono state lette sia a Bruxelles che a Washington, non come cadute di stile (ormai ci sono abituati) ma come segnali di uno shift geostrategico dell’Italia che finora non ha portato gravi conseguenze solo perché il nostro Paese, dopo la fine della guerra fredda, non conta una mazza.
Qualora si accentuassero le tensioni in Medio Oriente, dove Silvio Berlusconi, in visita, non ha “visto il muro” israeliano nei territori dell’ANP e poi ha richiesto, in Siria, la cessione da parte di Israele delle Alture del Golan, o si accelerasse la tensione tra costa meridionale afromediterranea e area sahariana in fase di proselitismo da parte di Al Qaeda, in Mauritania, in Algeria, nel Ciad, cosa farebbe l’Italia? Sparerebbe cazzate che vanno bene per tutti i due contendenti, aspettando di fare affari con entrambi? E quale copertura sarebbe data ai nostri soldati in missione, con questa schizofrenia semantica della nostra politica estera?
Se e quando cadrà, Berlusconi dovrà meditare fino in fondo il suo comportamento in politica estera. A Pratica di Mare, Lord Robertson of Port Ellen, all’epoca segretario della NATO, nel 2002, si scandalizzò quando Putin parlò candidamente dell’Unione Sovietica Europea da costruire con il trattato bilaterale Russia-NATO. Berlusconi, che conosce la storia come le buone maniere, non fece una piega, anzi, abbracciò Vladimir. I comunisti, come le donne e il mare, dicono sempre tutto, basta ascoltarli attentamente.
Né è priva di contenuti la polemica finiana sulle riforme abbassate da Berlusconi a slogan elettorali. Riformare la giustizia, bene, la scuola, meglio, ma come, dove, quando, con quali risorse? In politica, ancor più che nel buon giornalismo, vale il criterio delle cinque “W” del manuale dell’Associated Press. Chi, cosa, dove, quando e perché. E quanto, aggiungiamo noi. Il federalismo fiscale, secondo la commissione parlamentare paritetica, dovrebbe costare 133 miliardi di Euro con i costi calcolati a spesa storica, per le materie strategiche, sanità, istruzione, assistenza sociale, e se valutiamo le spese medie per la sanità delle regioni care ma virtuose, come la Toscana, i trasferimenti, anche al Sud, dovrebbero aumentare, non diminuire. Quindi, se lo si deve fare, altrimenti il simpatico Bossi si arrabbia di brutto e gli viene un altro coccolone (che certo non gli auguriamo) facciamolo ristretto (con poche aree di piena autonomia) e soprattutto in funzione dichiaratamente punitiva nei confronti della spesa allegra di tutte le autonomie locali.
E le 13 regioni, le 28 Province, i 440 comuni che utilizzano strumenti di “finanza derivata”, come ci segnala la Banca d’Italia, per un totale di 24,4 miliardi di Euro? Questi debiti locali, chi li paga?
E, aggiungiamo, quando la Lega Nord si è affermata sul mercato politico, il settentrione d’Italia se la passava benissimo, come e meglio talvolta della Baviera. Oggi, il prodotto del Nord Est è calato del 5,9%, più della media nazionale del 5%. Il 30% delle imprese dell’area ha chiuso in perdita. Il credito bancario si è ridotto del 4%, sempre nel Nord Est. Dov’è finito il miracolo?
È probabile che il localismo ossessivo non sia la risposta migliore per i sistemi produttivi regionali. E quindi un progetto nazionale, come quello che ha delineato Gianfranco Fini a Mirabello, sia la cosa migliore per tutti. A Mirabello, comunque, non si usano i tortellini di una nota ditta modenese omonima del Presidente Fini, ma i più sostanziosi tortelli con le melanzane e gli gnocchi di zucca ripieni ai porcini.
[14 settembre 2010]

