Francesca Matteoni, TAM LIN E ALTRE POESIE

Ci siamo già occupati della grandiosa rinascita della collana di poesia delle Edizioni Transeuropa ma un altro titolo davvero notevole e che desidero segnalare, è uscito nel 2010 ed è “Tam Lin e altre poesie” di Francesca Matteoni, pistoiese ma cittadina del mondo (soprattutto dei vari “Nord”).
Francesca Matteoni ha esordito nell'antologia “Nodo Sottile 2” (Cadmo, 2001). Segue “Artico” (Crocetti, Milano, 2005) e “Appunti dal parco” (Wizarts, Ascoli Piceno, 2008). E’ inserita nel “X Quaderno di poesia di Marcos y Marcos” (2010 – con una nota di Fabio Pusterla). È inoltre nella redazione del blog letterario Nazione Indiana, si occupa della rubrica di scrittura della rivista romana “Metromorfosi”.
Del 2010 è appunto la raccolta alla quale diamo qui lettura, accompagnata da un CD edito da “Storie di Note” con eccezionali testi e arrangiamenti di Nada, cantautrice leggendaria che bisogno di presentazioni non ha.
Quando ho letto “Tam Lin e altre poesie” non ho potuto fare a meno di riprendere un volume che lessi molti anni or sono: “La ricerca del significato” di J.S. Brunner che –sintetizzando- ci dice come il "narrare" costituisce in primo luogo una modalità fondamentale del pensiero umano di interpretare la realtà, e quindi di controllare il mondo dei significati. Più praticamente, la scoperta della dimensione narrativa del pensiero illumina la funzione del narrare nell’esperienza vitale soggettiva, nello sviluppo della mente e dell’identità infantile, e così nella trasformazione adulta. Si rivela narrativa (e non logico-analitica) la modalità con cui la mente racconta di sé a se stessa, e perciò costruisce e ricostruisce incessantemente il disegno della propria storia di vita, e, interpretandosi, si orienta e si auto-dirige: fuori dalla narrazione noi non possiamo rendere coscienti i nostri bisogni, i nostri desideri, le nostre paure.
Il perché trovo un collegamento tra Brunner e la Matteoni è presto detto: Tam Lin è –storicamente- il personaggio di una “ballad” celtica-scozzese: Tam Lin ne è il protagonista (riassumendo per sommi capi la storia) ed è un uomo mortale tenuto prigioniero dalla Regina delle Fate. La sua vita (e la libertà) potranno essere riscattate solo da Margaret, che gli darà un figlio. A questa figura imprigionata e poi redenta, la Matteoni dona una voce (o forse è quella dell’autrice stessa che decide di incarnarlo). Da rimandi favolistici, tessendo una geografia di luoghi (siano essi tundra, boschi o solo una stanza) la Matteoni esplora da un lato il conflitto dell’identità nel rapporto con l’altro e con l’amore; dall’altro il parallelo che corre tra animale ed umano, le differenze e forse le possibili riconciliazioni. Infine la trasposizione di Tam Lin personaggio di una fiaba a quella di uomo contemporaneo, nel faccia a faccia tra vecchi significati e nuove funzioni. Non è azzardato tratteggiare anche una certa vena civile in queste poesie della Matteoni: l’autrice realizza come Il desiderio di appartenenza e di recupero delle origini va di pari passo con il bisogno di rispolverare le tradizioni al fine di soddisfare l’esigenza d’identità comunitaria. La “distruzione creatrice”, motore trainante delle società attuali, riprende le istanze della cultura popolare (e quindi della fiaba) riadattandole a nuovi precetti della contemporaneità (e credo di immaginare che la Matteoni non sia lontana anche dal teorizzare come il bisogno di appartenere ad un’identità rientra nelle logiche di produzione moderne).
Il riciclo continuo, la negoziazione tra significati e simboli del passato con quelli del presente, rientra (qui citando il Bauman di “Consumo, dunque sono”) nelle ragioni della vita liquida-moderna.
La Matteoni riallaccia quindi una serie tematica a lei cara (oltre che amante dei molti “Nord” è studiosa della letteratura inglese e nordica) per catapultarla nella contemporaneità ed usando con maestria il linguaggio poetico, non scevro di grandi confronti (Yeats, sopra tutti, o Carroll, ma di confronti si tratta e non emulazioni!) formula un canzoniere d’amore proprio, personale.
La somma dei testi che compongono la raccolta possono essere letti sia come quadro d’insieme che come testi indipendenti, ognuno col peso e la storia di rimandi che sono convocati e non tragga in inganno l’apparente leggerezza dei versi o –appunto- l’allaccio con la sottotrama di pura ispirazione favolistica: obbiettivo della Matteoni (oltre a scrivere un eccellente poesia) è porre la caducità dell’uomo al centro della storia con le debolezze oppositive che ne marcano il percorso o, soprattutto, con la mancanza di storia nella contemporaneità contrapposta alla stratificazione buona del passato, laddove abitudini diventavano usanze e le usanze leggende. Francesca è Tam Lin e Tam Lin è (infine) tutti noi.
Tam Lin
(del difendersi)
II
Tam Lin che apri gli occhi come bicchieri rotti
– non puoi riempirli di lacrime
non puoi vedermi attraverso per intero
vedi il colore azzurro delle calze
le nocche delle mani come scogli
nella corrente.
Ti trovo in un accenno di bosco
dove le sedie, i muri vanno capovolti
dopo le voci stinte dei liquami
le plastiche, i relitti-crivella.
Se mi togli ogni sogno
dillo nella tua lingua-albero
se mi svuoti in un figlio
lavalo nell'olfatto delle bestie –
fallo perfetto, estraneo, crudele.
Io sono una madre senza latte
e con un laccio al polso.
Nessun ostacolo è così forte
come le biografie-tenaglie
e nessuno così in fretta si fa sabbia.
Abbiamo echi diversi nel passare
cronache di pane secco e becco di piccione
eppure quando ti avvicino
è me che scruto in lontananza.
Tu sei una vita-corazza, quasi senza suono
– un pomeriggio ti sei sdraiato
trascinandoti scabro sul mio petto
eri un gemello sordo, male incastrato.
La Terra della Fate non è di crepuscolo radente
un eterno sfrondarsi delle morti,
ma è l'assenza del moto piuttosto,
lo scolo di vecchie memorie
rabberciate al paesaggio e in un battito
tutto il mondo che cresce altrove
si fa solido, ti fa uscire di senno.
Mangia un certo numero di primule,
sfiora una certa rosa, fai di polvere
il taglio della spina – ma non c'è al di là
nessuna benevola regina, solo puledri grigi
di foschia per giungere a niente,
alla fame costante.
Ti chiedi se l'amare abbia davvero
affinità coi fiori, con la loro immutata
indifferenza, le nature fatate
o sia un oggetto inanimato,
una pallottola, ad esempio, una scheggia
di rottame.
Qualsiasi cosa accada ti devo trattenere
fino al chiaro, al cuore che si monda di radici.
Ti fai molte pellicce animalesche,
ma di loro non ho timore –
un minerale, la gravità del fuoco
di sbarra riflettente. Sei straziato
più volte, dissolto. Una coda di pioggia
ci avvolge, scivola giù nei polmoni.
Se ti tocco, senti – questo è il mio volto.
L'abbecedario. Il chiasmo del futuro.
Fabiano Alborghetti

