Francesca Pellegrino, DIMENTICO SEMPRE DI DARE L’ACQUA AI SOGNI

Kimerik, Patti (2009), Euro 12,00
poesia
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E’ servito molto tempo a Francesca Pellegrino per giungere alla pubblicazione della sua raccolta di esordio, un periodo in cui l’autrice pugliese si è confrontata con molte realtà letterarie nell’ambito del web e delle riviste. Ciò spiega, almeno in parte, perché “Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni” ci consegni una voce che alla sua opera prima appare già ben definita e consapevole delle proprie potenzialità espressive. E va subito detto che nel caso della Pellegrino le doti sono molte: la sua scrittura oscilla tra una fruibilità di fondo e scarti di creatività trasversale, tra la tensione ed il sarcasmo, bilanciando gli elementi che la compongono con una naturalezza che immagino combini in sé la predisposizione naturale ed un lungo periodo di ricerca.
“Tanto che andrò di ruspa / e sangue / sul disordine dei fiori / pestati”, già l’apertura non lascia dubbi su quanto troveremo nel libro, che sarà un cammino interno volutamente impietoso e spesso duro, organicamente scomposto. Il punto di partenza è  nell’incomunicabilità di fondo che rende difficili i rapporti dell’autrice non soltanto con il mondo esterno ( “Ci sono cose trasparenti e / fragili / tra me e il mondo” ), ma soprattutto con se stessa, un paesaggio interiore che appare una distesa di “macerie di decenza”, “questo male malato di sempre / che non ha mai potuto / saputo dire e fare e / malamore”. Eppure Francesca Pellegrino non si rifugia in un fin troppo facile pessimismo, ma contemporaneamente manifesta una tensione che è rabbia ed insieme attaccamento alla vita, e lo fa traducendo la propria urgenza in immagini che brillano per la propria chiarezza visionaria: “Sto come un buco al suo chiodo / avvitata ruggine di niente / intorno al niente. / Ma rossa / che neanche il sangue.”. Lo slancio del libro è anche qui, in questa frase sospesa che lancia in avanti, lascia aperta non una porta ma la tensione nel cercarla. L’autrice rifiuta le illusioni ( “ Credimi / che è meglio fare senza – i sogni / talvolta hanno gli occhi / chiusi e non parlano”) e non si nasconde ( “ eppure / una volta era carne /questa plastica.”), ma la tempo stesso sa che la vita ha una pienezza che deve essere cercata rifiutando vie di fuga, accomodamenti, compromessi ( “ Potevo fare la brava / e starmene buona / sulla mia sediolina / con i disegni stampati sopra”). La solitudine è necessaria, è come fare spazio a ciò che potrà venire, apparecchiarsi una mancanza dentro ( “… parlare l’amore registrato / della solitudine”, appunto) che richiama in sé il desiderio di un contatto che sia, davvero, profondo.
Lo spiraglio che sembra aprirsi in alcuni dei testi della parte centrale non è consolatorio, piuttosto appare un bicchiere-anima mezzo pieno e mezzo vuoto, ma quantomeno consapevole della propria debolezza e della propria forza, che è proprio quella di riuscire a denudarsi – finalmente? – senza paura, lasciando esposta la propria parte più remota, formata da una umanità dolente perché vivissima, e da una densa femminilità. “In fondo / mi salvano solo questi / due centimetri di cuore, appena”, però salvano di una salvezza precaria ma voluta, anche se non cambiano la prospettiva ( “E poi sono tornata / esattamente dove ero fuggita.”) il senso è nel tornare, nel voler tornare. La scrittrice è una donna-bambina, o piuttosto una donna-adolescente, perché degli adolescenti ha la capacità di vivere tutto come se fosse assoluto ed ha ritrovato il coraggio quasi sfrontato di mostrarsi per come è dentro. Si chiude il cerchio e se ne apre un altro, in una condivisione forse possibile almeno per un momento: “ E raccomandare / a mio figlio / di non tenersi mai silenzi / sul cuore / e di mettersi la maglia di lana / d’inverno”, pur sapendo che finché si vive “non si finisce mai / non si finisce mai / di morire.”  

Francesco Tomada