FRANCESCA TINI BRUNOZZI, FRAU

Edizioni TorinoPoesia, Torino, 2007, pag. 102, Euro 10,00
poesia
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Le edizioni TorinoPoesia sono una realtà vivace e ben condotta, con un catalogo che guarda molto seriamente lontano. Tra gli autori letti di recente, Francesca Tini Brunozzi (assieme ad un manipolo d’altri che tratterò in altre occasioni) è stata una scoperta non da poco. Pubblica nel 2007 “Frau”, volume che raccoglie poesie scritte tra il 1993 ed il 2007, divise in sezioni, ognuna però riconducibile ad una netta e forte linea comune: la poesia civile, quella della denuncia e dell’indignazione, del perdono anche e della realtà senza mediazione, quella della realtà che viene respirata dal cuore e diviene dolore o – a seconda dei casi - trasforma in recupero, riscatto o liberazione.
Confesso che la mia sezione preferita è quella d’apertura, “Padre mio che sei in cielo / preghiera civile”, ventisette testi di sette versi ciascuno di una bellezza e forza che una sola lettura non basta: la Seconda Guerra Mondiale vista con gli occhi di una moltitudine e due soli personaggi assieme, gli eventi, e la terza o millesima presenza, quella dell’autrice/osservatrice che tutto ripercorre e traccia con filamenti erosivi di lucidità e amore stupefacenti, di condanna e pietà, di impotenza e l’inspiegabile attonita presenza della coscienza, il sapere che il senso della morte avviene attraverso il corpo degli scomparsi - nostre fonti - ma ancor più grazie a chi ne può raccontare, gli scampati, ribelli della cronologia degli eventi contrari, apparentemente astorici, in contrasto con il monopolio della violenza eppure vittime essi stessi, vincitori ma detriti. L’intera sezione è però dedicata alla madre (rivelazione scoperta solo alla fine della sezione) proiettando i ventisette testi verso una direzione finale differente, inaspettata.
Seguono in ordine di assoluto piacere la seconda e la terza sezione  che assieme alla prima valgono l’intero libro e delle quali tratteggerò solo qualche punto (le ultime due, quarta e quinta -che il volume chiudono- non le tralascio per disattenzione ma per concentrare invece su quanto immediatamente si è imposto all’attenzione ed al cuore)
Rispetto alla sezione d’apertura, diversissima la seconda: “Poltrona Frau/ poesie con handicap”. La composizione delle poesie è  ancora una volta programmata su una sorta di geometrica scansione: tranne la prima in apertura, le successive sono tutte composte secondo una sorta di graffio: nove versi, divisi in stanze di tre, impaginati per “cascare” lentamente da sinistra a destra, come se slittassero, cadessero piano. Versi brevissimi, quasi haiku, quasi epigrammi. Un dialogo che è pensabile rivolto alla madre o essere un parlato di madre (ma non riprende, non direttamente quanto è invece la “dedica” diretta data alla prima sezione), di donna, di ogni donna. Un dialogo più con sé stesse che con un terzo interlocutore, un dialogo vivacissimo, diretto, senza mezzi termini. Pochi tratti, piccoli sferzate di verità, appunto, graffi.
La terza sezione è la più marcatamente ludica, “non ballo alle feste”. Testi lunghi, assonanze martellanti, anche ritornelli, testi smaccatamente polemici o provocatori, proprio da “cattiva ragazza” o piuttosto da qualcuno troppo sincero (o disilluso); sono sberle queste poesie, sputi, sono pugni pestati in preda ad una sbronza o sono la massima realtà possibile che viene gettata in faccia ma che non si vuole ascoltare. A tratti collego talune scene alle poesie di Bukowski. Rapporto lui/lei o familiari, immagine del sé o dell’altro che il proprio sé proietta verso di noi; colate di vetriolo (anche gentile a volte, per quanto può essere gentile venire così ustionati) appoggiati senza apparente continuità temporale in una sezione dove tutto gioca e tutto viene utile per una ennesima denuncia e dove i mezzi vanno dall’uso smodato di americanismi, all’uso di caratteri speciali al posto delle lettere come ad  esempio l’uso del segno $ al posto della S, pseudo-trascrizione fonetica in favore di una esse palatale (da pronunciarsi come in sciarpa o scialle) a riprodurre la koinè Ungarettiana, quando commentava le puntate televisive dell’Ulisse (che pronunciava Ulissce),  quanto la più sfrontata lingua che si possa versare in una poesia.
Vale la pena questa pubblicazione, sfaccettata, ritmica, bruciante: vale la pena per il senso vivido e puro di una poesia civile che non si nutre di stereotipo o peggio vagheggia di concetti astratti. Francesca Tini Brunozzi nella realtà della terra è immersa, per davvero. Si è sporcata le mani, di terra, e si vede. 

I
Padre mio che sei in cielo resta là
non tornare in terra perché qui c’è guerra.
Ho sperato che fossi tu a espiare
che fossi proprio io a pagare nella vita
con la vita tua tutti i crimini di guerra.
Che fossi io a risarcire con la tua perdita
a far tornare la pace quaggiù in terra.

 

Fabiano Alborghetti