Francesco Gabellini, A la mnuda

Giuliano Ladolfi Editore, collana Zaffiro Poesia, 2011, pp. 104, Euro 12
poesia
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Ci vuole un grande coraggio a fondare una casa editrice e ancor più coraggio a voler proporre anche poesia. Nel 2011 è nata la Giuliano Ladolfi Editore e la selezione di volumi sino ad ora pubblicati promette davvero molto bene, anche grazie alle scelte dei collaboratori di redazione. Tra i titoli di poesia appena apparsi, ricevo “A la mnuda” di Francesco Gabellini con prefazione di Edoardo Zuccato, volume di poesie che nasce in dialetto ma con testo a fronte in italiano.
E’ proprio lo Zuccato che già nelle prime righe della prefazione indica un possibile percorso di lettura: «A grandi linee, si può dire che esistano nella tradizione letteraria romagnola due filoni portanti: da un lato una teatralità logorroica e surreale, che ottiene i suoi effetti tramite la sovrabbondanza espressiva, dall’altro il frammento lirico e l’epigramma, che cercano la poesia per sottrazione, scarnificando il discorso in poche immagini essenziali. Se il primo filone ha il suo classico canonizzato in Raffaello Baldini e il suo interprete odierno più originale in Giovanni Nadiani, il secondo, in parallelo, può vantare uno squisito poeta lirico come Tolmino Baldassari e oggi una figura di punta, a mio parere, in Francesco Gabellini. È ovvio che si tratta di una classificazione semplificatoria, poiché si trovano facilmente elementi lirici in Baldini o Nadiani, così come frammenti di teatralità e molto senso del surreale anche fra i lirici, ma queste osservazioni introduttive mirano solo a delineare un quadro di fondo su cui operare delle precisazioni».
Ancora, è lo Zuccato che annota come nella poesia di Gabellini convivano –e vengano mescolate- componenti espressive diverse: lirismo e ironia, sentimento e paradosso, empatia e distacco.
Ciò che però maggiormente mi ammalia -ed è il motivo grazie al quale non ho potuto interrompere la lettura sino alla fine della raccolta- è il dispiegarsi del mondo sfaccettato e apparentemente inutile dei micro-fatti quotidiani di una umanità vastissima e solo apparentemente invisibile. Le poesie di Gabellini mi hanno ricordato (pur con le debite differenze) altri autori che amo: Luca Ariano, Stefano Simoncelli, tutti attenti a convocare vicinanze ed identità ancorate sia alla memoria che alla vita quotidiana. E’ forse scontato ripeterlo, ma con la narrazione di storie si ha una pratica sociale ed educativa presumibilmente universale, che da sempre risponde a molteplici e complesse funzioni: dal "fare memoria" delle origini della propria cultura (o dal mantenere vivo il ricordo delle proprie vicende familiari), alla condivisione di
esperienze collettive, al puro intrattenimento. In Gabellini tutte queste incidenze convivono e non posso fare un parallelo ulteriore con ciò che scrisse Jerome Bruner nel suo “La fabbrica delle storie” quando scrive come «la propensione dell'uomo a comunicare storie di umana diversità, e a rendere le interpretazioni di tali storie congruenti con le più diverse scelte morali e gli obblighi istituzionali predominanti in ogni “cultura" costituisce un potente elemento di stabilizzazione sociale. In altre parole, il narrare costituisce una pratica sociale e culturale potente, che stabilizza e rinnova la vita associata. In questo senso si può allora anche affermare che “la morte delle storie” sia “la morte di ogni comunità umana”.  E quella comunità umana, Gabellini la tiene viva e la rimanda a piene mani, dapprima con l’uso del vernacolo, tenendo in vita e vigorosamente una radice sia di appartenenza linguistica che sociale-territoriale. Dall’altra il voler affrontare (e sfatare) con le armi dell’ironia il mito-uomo, spiegarne l’origine,
assegnarne anche il destino, disegnandone il futuro anche, ma questo operando a livello inconscio, molto prima che il pensiero logico-analitico eserciti una riflessione sulle proprie rappresentazioni ed immagini interiori. E Gabellini, con apparente leggerezza -ma spesso grazie a versi epigrammatici che suonano come una frustata-  ci ricorda come questa riflessione non sfiori neppure il complesso mondo interno e il suo patrimonio di immagini, a partire dal quale noi ci orientiamo nel mondo esterno.
Eppure è grazie alla funzione della memoria che possiamo tracciare il nostro mondo esterno, orientarci. Ed è grazie alla memoria di micro-avvenimenti che una più ampia porzione di storia avviene o che propriamente esiste. Gabellini da voce a molti, narra fatti irrilevanti; persone e cose diventano il centro di quello specifico universo dove le cose accadono. E Gabellini ne è sia il centro che l’osservatore distaccato, la voce fuori campo e il figurante, coscio dell’enormità da raccogliere così come della vastità silenziosa che non è possibile raccontare: «Più tardi passerà qualcun altro// Sono strade bianche, senza nome,/ dove la gente si perde».

SE PIOVE

Adesso che si è un po’ ripreso
ha comprato una sega a nastro.
Taglia della gran legna.
Ha innalzato muraglie di ciocchi
precise, lisce
che non si muove una paglia.

Non le brucia mica.
gli piace di guardarla,
dice che ciò basta
per scaldarsi il cuore.

Se piove
in una camera vuota
seduto su una sedia di plastica
punta il muro.

In quel silenzio
schiacciare uno scarafaggio
sotto una scarpa
è come un tuono nella notte.

Fabiano Alborghetti