Gabriele Pepe, L'ORDINE BISBETICO DEL CAOS
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Ciò che manca al mondo d’oggi, all’uomo d’oggi, è la pietas virgiliana, come pure assente è quella dantesca; e così su un panorama ben piallato, livellato, reso uniformemente uguale e anonimo «il cacciatore arranca // senza fiato, rincorre la sua vita / preda cangiante che del cosmo / si crede l’epicentro» (Le colonne immerse, p. 14). Ironico e sprezzante, Gabriele prosegue, rincarando la dose, con questa sua nuova raccolta la costruzione di un impietoso ritratto della nostra contemporaneità (nonché della nostra vicenda) di uomini (auto)privatisi del senso del proprio esistere caduco (come afferma con la consueta precisione Stefano Guglielmin nella nota introduttiva, Lucy sull’argine dell’alba).
È un dramma polifonico quello portato in scena da Pepe con L’ordine bisbetico del caos, dove sin dal titolo si è posti innanzi a un sapiente gioco di specchi rovesciati con la tradizione, sicché sarebbe (e in effetti è) inutile ricercare quello o quell’altro autore sullo sfondo di questo immenso affresco, perché l’autore alla fine è uno solo e gioca con tutto quanto di meglio ha a sua disposizione. E così all’ordine offertogli dalla forma chiusa si contrappone il disordine generato dalla scomposizione e decomposizione materia, perché ciò che non è scomposto dal poeta è decomposto dal tempo, dalla storia, e perciò preso di peso e accostato, assemblato nella sua poesia. In virtù di questo modus poetandi nella madre primordiale, nella Lucy del poemetto che occupa l’intera ed eponima prima sezione sarebbe fin troppo facile e scontato soffermarsi sul limpido richiamo ai Beatles («Vigilia in luce etipica / … / caduta tra le melme o forse un lago / in un cielo risorto all’improvviso / di acuti diamanti / allucinati voli», Lucy, 1, p. 17) e non rendersi conto che è tutta la storia della progenie di Lucy quella che ci scorre sotto gli occhi, raccontataci nel breve giro dei suoi passi «per quel mare tranquillo di basalto / con passo primordiale / ad incrostarmi cenere / con balzo d’allunaggio / a congedarmi fossile pedestre / inverno della specie / impronta di natura ristagnante / orma di sangue congelato / bastione di biosfera», Lucy, 2, p. 18). Ed è sempre alla Prima Donna, all’Ur-Madre, alla «madonna delle ossa», che si chiede perdono per ogni supponenza umana, per ogni gesto, atto, passo, che «dal mondo ci solleva / per ricondurci a terra / compresi i troni e nuove tracotanze» (quindi pure ogni reiterato furto al dantesco albero del bene e del male, come si legge nella quarta parte del poemetto, p. 20).
Gabriele Pepe sa di chiedere molto al lettore; sa di costringerlo a seguire le forzature su una lingua tirata fino al suo limite; una lingua che si regge sul ritmo incalzante della perfezione metrica dei suoi versi. Ma non è sterile estetismo. Nella ripresa delle forme chiuse, che in anni non molto lontani ha conosciuto l’alta espressione di Raboni, e recentemente ha trovato in Rentocchi e Frasca nuova vitalità e originalità, ha qui ragione d’essere proprio perché è l’estremo ordine che si pone il compito di racchiudere il disordine interiore di chi ha ancora la forza di opporsi eticamente allo «sfacelo contemporaneo» (Guglielmin). Nella barocca esplosione di suoni; nella ridda di parole come fossero un labirinto che attrae verso il suo centro per poi fuggirlo, troviamo l’io; troviamo l’uomo che ha fuggita la sua natura, ha mentito a se stesso: «Non vivo a saldo cuore combattente / ma vigliacco bivacco nell’addome / uccel di grasso a casalinga piuma» (Sperperato incanto, p. 28; e ancora: «Non voglio più lambire incanti cortigiani / talmente vasto regno dell’abbaglio che occhi / bruciano a contemplare stimmate profane / opache stelle d’ineffabile entropìa», In corso di espiazione, 1, p. 29). E bisognerebbe poter dare conto di ogni verso compone la seconda sezione della raccolta, Referto degli specchi, per sviscerare la forza di questa poesia: assonanze, consonanze, rime, quasi rime, allitterazioni, paronomasie, e via disccorrendo; tutto il repertorio/patrimonio d’artifici metrico-retorici messi al servizio di un discorso perfetto che traghetta questo libro di diritto sullo scaffale che ospita i più bei libri di poesia pubblicati negli ultimi anni. Un libro, come si è detto, che rovescia il mondo con ironia e ce lo rovescia addosso; una commedia, anzi comedìa capovolta per poter compiere questa volta sì una discesa senza ascensione. Nessun paradiso attende l’uomo. Trittico calante, poesia che chiude questa sezione, lo dice a chiare lettere mentre sul piano stilistico si ricongiunge al poemetto Lucy. Caduti nuovamente in basso, da questo abisso che credevamo d’avere abbandonato col secolare progresso riprendiamo il viaggio; «ma ogni viaggio inizia con un laccio / neostringa ombelicale / di un essere cromatico che in lieve differita / concilia l’anima con il suo clone» (Aracnosophia, p. 40). Siamo giunti così alla terza sezione, Il taglio della scienza, dove si nomina il caos direttamente, senza alcuna mediazione. Pepe ci sbatte di fronte il «Caos che nasce dalle fondamenta / vacilla sfrigola e concreto cristallizza / sintetizzando in scopi ignoti un universo / esposto e risoluto che ne guscio / dell’alte forze e delle discipline tribola» (Genesi, p. 42). Con il linguaggio della scienza («Feto barionico», «embrione quantico») si costruisce un uomo nuovo, affatto messianico, ma cosciente della propria caducità perché «Morte già dispone alla mattanza» (Crespa d’onde, p. 43); una mattanza che ai nostri occhi si smercia come quotidiana e ordinaria cronaca da becera informazione mediatica (»Al netto delle cronache mondane / tra fuoco e fango / tra plasma e plasma / tra sponda e sponda / tra l’onda impura / e l’acqua marcia / a grumi provvisori / passando per la cruna / al mondo delta creolo / un po’ del nostro sangue / un po’ del nostro lutto / appena in tempo… / che carnevale affiora. // Ancora»; Katrina, pp. 50-51; ma qui il discorso vale per tutta l’ultima sezione, Particolari in cronaca). Letto l’ultimo verso della raccolta si sottoscrive senza riserve quanto dichiara nella bella postfazione Luigi Metropoli, emblematicamente intitolata Oltre l’ossimoro permanente: «quella di Pepe è poesia inventariale al massimo grado, una sorta di lirica al quadrato, il bacino nel quale versano secoli di fiumi in rima […]. È un moto vertiginosamente discensionale, uno scivolamento verso il basso e il corporeo ad accompagnare la regressione quasi archeologica alle origini dell’uomo e del cosmo, condito da un’esibizione dell’organico e del disfacimento.»
Fabio Michieli

