Gabriella Musetti, Beli Andejo
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“Beli Andjeo (Angelo bianco) è un affresco del Tredicesimo secolo nel monastero ortodosso di Mileševa, nella Serbia meridionale”, e da questo affresco trae ispirazione Gabriella Musetti per un poemetto pubblicato nella serie Armonica del Ramo d’Oro con una veste grafica ricercata e riuscita. Il dipinto raffigura un angelo vestito di bianco, seduto su un masso rosa squadrato, mentre con la mano sembra indicare la direzione a due donne che si trovano vicine su un ponte, con un’aria timorosa e interrogativa. Forte è il contrasto fra la calma e la sicurezza dell’angelo e l’incertezza delle donne avvolte nei loro mantelli scuri, contrasto se possibile enfatizzato dal trasformarsi dei colori dell’opera nel corso dei secoli fino a mostrarsi ai gruppi di visitatori che oggi si recano al monastero.
Le donne sembrano avere “il lutto / ancora caricato sopra i visi”, “hanno cercato il Cristo morto / ma non è qui”, perché è nella condizione umana porsi interrogativi che hanno bisogno di risposte certe e sicure, “non si accettano i miracoli”; tutto nell’angelo è invece teso verso una direzione differente, la posa, il vestito, “lo sguardo che comprende è chiaro / gli occhi calmi” nell’annunciare un miracolo che si è già compiuto ma non può essere compreso, “ fermo è il dito / che indica la strada”.
Nell’immagine ferma da secoli si apre una distanza immensa tra ciò che è trascendente, divino, e ciò che invece resta terreno, perché “ è sempre una spaccatura inferta di netto / come il volo impetuoso ora quietato / a mostrare la dismisura”, tra un eterno - che segue altre vie ed altri linguaggi - e i nostri “brevi segni d’impermanenza”. Nell’affresco, ma anche negli occhi di chi oggi lo osserva, si schiude dunque “un rimando di sguardi che guardano / altrove” quasi a testimoniare la discrepanza fra “due lingue che non si capiscono / non più / o forse non ancora”.
Gabriella Musetti, con una scrittura sicura, che alterna ciclicamente passaggi piani ad altri in cui il tono si eleva e si sospende da qualche parte sull’arco teso del tempo, non si limita a raccontare, ma entra dentro alla scena, ne diventa partecipe come donna, dunque necessariamente più vicina al punto di vista terreno: “io sento fraterno lo sguardo delle donne /… / quella ritrosia / che non è segno di debolezza /… / è monito del pianto dello strazio /di tutte le conseguenze già subite”. E sembra di trovarsi a guardare questo affresco che per certi versi è troppo in alto, lì dove “la luce filtra bianca dalla finestra”, mentre per altri è ancora oggi così terribilmente vicino come anche la storia recente del luogo ha purtroppo dimostrato, perché “su queste terre è transitato l’odio / le guerre ogni forma possibile / di lacerazione”. Non si tratta dunque di una descrizione, ma di un lavoro molto più profondo, dove Gabriella Musetti dà voce a quello che l’opera suscita, facendone risaltare il significato non dichiarato, attualizzandolo, contestualizzandolo grazie ad un uso della parola che rimanda e suggerisce ma si ferma prima dello spiegare. Così la scrittura, che pure trova il suo inizio in un dettaglio preciso, finisce per lasciare chi legge sospeso come le due donne sul ponte, non tanto nel dolore di una tensione viva, quanto nell’incertezza di chi ancora oggi non capisce e non può capire. Al tempo stesso, però, l’esserci dell’affresco, il suo rimanere immobile e verticale su un muro di malta e tempo, suggerisce un senso di fascino e stupore che supera i secoli e si spinge fino ad oggi, mantiene viva la speranza che la strada indicata dall’angelo esista nonostante tutto, che comunque si possa “andare all’altra riva”.
Francesco Tomada

