Gelmini Tamagochi
Mettiamola così: il Cavaliere ha un consenso del 72%, imbarazzante, lo definisce lui, con il ghigno mefistofelico di un narciso incartapecorito, stampato sul volto di gomma e riflesso in una sorta di allucinante eco visiva sul volto dei suoi scherani, di quel circo improvvisato, composto da figuranti riemersi dalla Commedia dell’arte: il tamagochi Gelmini che si muove a comando come avesse piantate sulla schiena delle pile Duracell, il truce Tremonti, con quella sua fonesi da vecchietta psicopatica, protagonista di un romanzo di Agatha Christie, la bella Carfagna, nouvelle Justine, evaporata dal boudoir ed approdata in parlamento e il mignolo Brunetta, lo psiconano fustigatore.
Bene, questo è il quadro e l’ironia potrebbe durare all’infinito, ma servirebbe a poco, perché loro, sì proprio loro sono i vincenti.
Il tamagogi ha varato con un decreto una riforma che riporta la scuola italiana al paleolitico, con pseudo motivazioni didattiche, ma sostanzialmente per tagliare fondi, recuperare il bottino come faceva lo sceriffo di Sherwood. Ora tocca alla scuola, domani alla sanità etc.. e la Sinistra, confusa e disorientata, ha ritrovato la piazza ma non la tempistica: tutti sapevano che lo sciopero del 30 ottobre sarebbe stato postumo, tutti, tranne i sindacati.
Ma la piazza comunque si è mossa ed è proprio da questo dato che, a mio avviso, è necessario far scaturire una riflessione politica. Questa piazza, questi movimenti spontanei non si riconoscono più, necessariamente, in qualche sigla politica; il movimento degli studenti ha dimostrato in questi giorni di lotta e di protesta una precisa volontà di autodeterminazione e autonomia ed una certa diffidenza verso chi vorrebbe cavalcare la tigre senza averne la competenza. Nelle scuole e nelle università, durante i giorni dell’autogestione, si è letto il decreto, si è commentato, si è anche cercato di capire cosa ci fosse di buono (poco a dire il vero), c’è stata una richiesta ed una ricerca di informazione che è partita dal basso (visto che in televisione, nelle varie trasmissioni dedicate alla scuola, si sono visti solo politici che marciavano per slogans e neppure un insegnante o uno studente che potessero esprimere la loro opinione e neppure uno di quei “grandi pedagogisti” della sinistra che un tempo avevano tentato un’altra riforma) Si è assistito ad un blabla, tutto chiacchiere e distintivo, dove i contenuti e le informazioni latitavano.
Questo la piazza l’ha capito e l’ha capito anche Qualcun altro che, suggestionato da mister K., ha mandato un po’ di squadristi a piazza Navona per far capire che la piazza è solo confusione e marasma, rispolverando echi di opposti estremismi.
E allora, come se ne esce? Il Referendum abrogativo può essere una risposta tattica, ma non strategica (e bisognerà scegliere bene i quesiti e non fossilizzarsi solo su alcuni punti), non risolverà il problema dei tagli, ma può essere una prima tappa, ma non servirà a niente se non sarà affiancato da una capillare, estenuante e ragionata lotta politica che controbatta punto per punto i nodi essenziali del decreto. Bisognerà che la sinistra (che tra l’altro farebbe bene a ricompattarsi evitando inutili e fatui narcisismi) segua passo per passo gli errori e le bugie che inevitabilmente verranno fuori da questa riforma. Alcuni esempi: loro dicono che non aboliranno il tempo pieno e allora che le scuole ne facciano richiesta e poi vedremo, loro dicono che i tagli sono necessari per riqualificare la professione docente e la ricerca e allora andiamo a vedere dove si vanno a fare questi tagli e se le risorse recuperate saranno “reinvestite” nella scuola e documentiamo, interpelliamo, informiamo, sputtaniamo i passi falsi che faranno, stiamo loro col fiato sul collo, facciamo di nuovo politica. Insomma loro stanno bluffando, ma il 72% (ma sarà vero?) degli italiani ci crede e allora andiamo a vedere le carte che hanno in mano e mostriamole agli italiani, facendo controproposte serie, critiche, intelligenti (perché non basta solo dire NO), perché, poi, passata la tempesta, tutti torneranno ad essere rassegnati in quel morbido qualunquismo all’italiana (ma tanto anche la sinistra che ha fatto? E allora vediamo un po’… tanto in fin dei conti la scuola non è poi così importante… gli studenti fanno solo casino, gli insegnanti sono fannulloni…).
Se si abbassa la guardia ora, sarà la fine, perché non bisogna pensare che questi grandi cortei siano il sintomo di un Italia che cambia, sono solo l’espressione di un disagio che va cavalcato e interpretato con l’ottimismo della volontà e il pessimismo dell’intelligenza.
Perché loro, i circensi, stanno iniziando la demolizione sistematica della cultura e della conoscenza per farle confluire, nei loro perversi progetti, in un teatrino di scuole private già pronte, di Fondazioni e Consigli di amministrazione che renderanno la scuola e l’Università un baraccone di cloni al loro servizio.
[2 novembre 2008]

