Gianni Farinetti, IL SEGRETO TRA DI NOI
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Il nuovo romanzo di Gianni Farinetti è una conferma prima ancora d’essere una piacevole lettura. Non è facile mettere in scena una storia che per forza di cose guarda a illustri maestri e non rimanerne schiacciati. Invece Il segreto tra di noi è una splendida storia che ruota attorno a una serie di piccoli segreti famigliari, quasi domestici all’inizio, che hanno origine da un unico grande segreto che altro non è se non il segreto della vita (da un certo punto di vista).
Non è nemmeno facile riuscire a narrare un mondo matriarca non essendo donna; eppure Farinetti si cala perfettamente nelle voci delle tre mame come altrettanto fa con i personaggi maschili. E di personaggi qui se ne incontrano parecchi: perfino Fenoglio che ricerca, provocato, materiale per un suo racconto girando per le Langhe.
Siamo in terra di Piemonte; ci addentriamo da subito nelle Langhe resi celebri dai racconti e dai romanzi ora di Fenoglio ora di Pavese. Si parla di fuochi sulle colline, di serate passate a fare filò (e questo ricorda pure Zanzotto e le sue prose, non solo le poesie, anche se con lui si passa alle colline del trevigiano). Si parla degli anni prima della seconda guerra mondiale e di quelli immediatamente successivi. Si parla ancora una volta del mondiale di Berzot. Si riscoprono i colori e i sapori di un’Italia che ora sarebbe etichettata “slow food”. Si rivedono i pudori di quella gente che non sapeva dare voce alle proprie passioni perché preferiva viverle.
È un romanzo che racconta l’Italia come fosse un film di Ettore Scola o di Monicelli (e un po’ il sapore della sceneggiatura lo stile di Faniretti rievoca). È un romanzo che ingloba altri romanzi di forme diverse, compreso il romanzo epistolare proprio nel momento in cui si racconta un amore adolescenziale.
Ma è pure una storia che non lesina dolori, traumi: la violenza della guerra e la violenza subita dalla popolazione durante la guerra; la divisione tra chi credeva nell’illusione fascista e chi la subiva, che è una guerra civile prima ancora che ci si schieri e ci si fronteggi; e chi può dire chi abbia alla fine sofferto di più quando da una parte o dall’altra le madri si sono viste sopravvivere ai figli, piccoli eroi o pedine di un gioco più grande e non voluto.
Sospeso tra la finzione e la realtà, come l’autore stesso confessa, il romanzo di Farinetti induce spesso a sorridere, magari amaramente, perché fa affiorare i ricordi di tutti quanti hanno avuto modo di conoscere ancora, in parte, una società che non è più tale. Qui non si fa l’epica della famiglia e dei valori della famiglia come capita di sentire ogni giorno dai più disparati pulpiti; qui si vive in famiglia, attorno a un caminetto; si vive del lavoro della terra come vivevano milioni di persone fino a non molto tempo fa. Ma si vive e si subisce anche l’incalzante progresso e la ricorsa del benessere. È un romanzo che fa pure della critica sociale senza saperlo, forse; e la fa bene. Farinetti parla di un Piemonte industrializzato che è la fotografia dell’Italia intera.
Giovanni, Carla, zia Madrina, zio Spirito (personaggio che sembra uscire più dalle pagine di Borges che non da quella della letteratura italiana), i gemelli, e tutti gli altri accolgono il lettore in casa propria; lo fanno accomodare e cominciano a raccontargli una storia: la loro storia. Farinetti traduce in parole questa storia, ma interviene raramente di persona nella storia (eccezion fatta per la ricetta del brasato, sia chiaro).
Fabio Michieli


