Gianni Montieri, Futuro semplice

È come se ci si trovasse nella condizione di voler partire per un altrove che sta in un tempo futuro ancora idealizzato, perciò irrealizzato, una volta finita la lettura della prima raccolta di poesie di Gianni Montieri, ancora fresca di stampa per LietoColle.
Montieri dà voce non più alla semplice caducità delle cose, che ormai si è fatta cifra generazionale e contemporanea se vogliamo della condizione umana in poesia, bensì alla dimensione della precarietà offrendo, rispetto ad altre prove giunte in questi tempi confusi, una lingua più ferma e perciò più dolorosamente disillusa.
Milano non è solo la scena nella quale si muove l'io e i suoi deuteroganisti (moltiplicati nei condomini di Gratosoglio e Quartoggiaro, o in Marta, la Tate e Matteo), è anche la dimensione di tutto ciò che potendo non si è realizzato ancora prima Montieri vi giungesse, ancora prima che Montieri nascesse.
E il sud non è soltanto la terra di origine, dove l'io sta «proporzionalmente» per « appartenenza più che somiglianza» (Risparmi, p. 15), è qualcosa di radicato per tracce composite, eterogenee: sovrapposizioni a tratti spurie quasi fossero sommerso sotto gli abiti dismessi da altri («se non fai attenzione / nei miei occhi non vedrai le briciole / di una purezza conservata a stento / sotto strati di maglioni a fibra mista», ibidem). È un'identità che travalica anche l'appartenenza linguistica e che con vago snobismo («se non fai attenzione») non cura del particolare per gli altri importanti dell'accento, ma mira all'essenzialità, a quelle «parole tronche» che costituiscono un intero patrimonio a minore di risparmi, ossia di ciò che si è preservato dalla corruzione (più per conquistata identità che per rinuncia).
È il percorso di un'ascesa infernale dantescamente in discesa, capovolta, dove la «felicità è un abisso» che l'io tenta di spiegare a un tu nel mentre stesso della caduta (L'ascesa, p. 16), nel farsi delle cose. E l'inferno ha le sembianze metropolitane di Milano, imparata a conoscere discosti, osservando i passi e ascoltando i suoni, vera rarità di questi tempi. Chi mai si ferma più a osservare e ad ascoltare dai tempi di Saba? Solo che in questo caso all'immobilità del poeta triestino Montieri sostituisce l'immersione a ore incerte (se non improbabili) nell'elemento urbano fatto di bar raggiunti all'alba, o peregrinazioni in metropolitana per poi risalire alla superficie e qui comprendere finalmente «che la nebbia ha una ragione» nel momento in cui si distingue il suono del tram lontano anche nel caos cittadino.
In questi versi non c'è lo sbando di chi subisce; c'è il passo fermo di chi scopre e disvela agli altri le regole di un gioco che mostra falle continue («cos'ha Milano che non va?» si chiede Montieri alla fine di Restyling, p. 33) che solo un'ottusa cecità non sa scorgere in nome di una delega concessa decenni fa a una classe arrivista votata alla forma e non alla sostanza, per la quale l'individuo è inesistente e lo si finge indistinto nella moltitudine («I tram vengono da qui // dai condomini di Gratosoglio / da Quartoggiaro o più indietro // raccolgono pezzi di noi / da depositare in centro / poche ore d'aria // l'istante in cui si mischiano i corpi / sulle scale della metropolitana / quando nulla pare deciso / prima dei caffè, delle brioches / si fa finta di essere uguali», Permesso di soggiorno giornaliero, p. 28).
E la fuga allora può assumere i connotati diversamente urbani di Torino, carichi di sentimenti più umani rispetto a quelli intravvisti all'ombra del Duomo dove non germoglia il desiderio di non appartenere al presente («Torino ha denti buoni per portarti / in alto dove il ricordo commuove / e la vista ti consola presentando / agli occhi un confine possibile // rincuora Torino, rivestita e scalza / mentre fa notte e lascia posto / a un desiderio di non appartenenza»; Torino, uno sguardo, p. 36: da notare il titolo sabiano).
Leggendo Futuro semplice ho trovato la ricerca di Montieri per certi versi affine a un'altra raccolta pubblicata da LietoColle quasi tre anni fa: L'ordine bisbetico del caos di Gabriele Pepe. Anche Pepe dava voce alla caducità della condizione umana e abbozzava un'identità precaria ricostruita nell'infinito elenco di oggetti riconducibili all'uomo; ma quella sua denuncia privilegiava gli orizzonti metapoetici e lasciava che la lingua della poesia generasse un'imponente catalogo di vortici che inghiottivano protagonisti ed eventi. Montieri invece si cala nella dimensione piana più prossima alla prosa, forse per le continue frequentazioni da lettore, forse per un'esigenza di mimesi posta alla base del necessario riordino della materia del libro.
Fabio Michieli


