Giovani senza élites
Aveva ragione Benedetto Croce a dire che il problema dei giovani è quello di diventare vecchi. Ritenere una fase transeunte della vita come una sorta di condizione statica, una identità aggiuntiva a quella di cittadino o di studente, operaio o altro, è un errore logico e storico di grande rilievo. E la indagine promossa dal Ministro Meloni e elaborata da “La Sapienza” di Roma conferma che, come tale, la condizione giovanile non esiste più, se non in senso banalmente anagrafico. I dati essenziali sono gravi: tra i 15 e i 35 anni un milione e novecentomila persone non studia e non lavora. Uno su quattro. Tra questi due milioni circa di inattivi, un milione e duecentomila “giovani” è entrato nel sistema della disoccupazione a lungo termine. Settecentomila poi sono definiti “inattivi convinti” che non cercano un lavoro e non intendono trovarlo. Certo, l’espansione folle dell’Università italiana, che ha causato una percentuale di docenti a contratto su quelli di ruolo che arriva al 78,9%, come rileva Roberto Perotti nel suo libro L’Università truccata, e una diminuzione relativa degli iscritti agli atenei italiani, che sono oggi, con gli ultimi dati del CENSIS, 1.779.041, ha modificato i rapporti tra occupati e inoccupati nel mondo giovanile. Ma diminuiscono gli iscritti ai corsi a vecchio ordinamento, mentre sono in crescita gli iscritti ai corsi da “nuovo” ordinamento. Una università più facile, meno impegnativa sul piano delle opportunità professionali, mentre aumentano gli iscritti ai Master di livello. Ma i master costano, e cari, e valgono soprattutto per quelle aree formative che avevano “mercato” anche prima della dissennata amplificazione dell’istruzione universitaria. L’idea, caldeggiata dalla destra come dalla sinistra, che occorresse con ogni mezzo “fare” più laureati ed adeguarsi al numero di “dottori” del resto della UE, è ingenua come tutte le mitologie quantitative della cattiva teoria economica. Le lauree non sono telefonini o vasetti di concentrato di pomodoro, e peraltro produrre più beni non equivale, come dovrebbero sapere tutti quelli che hanno aperto un manuale di macroeconomia qualsiasi, a venderne di più e al prezzo ottimale. Allora i casi sono due: o si limita l’autonomia universitaria, e si reinseriscono quei controlli di gestione e di qualità che permettono l’aumento dell’efficacia dei titoli nel mercato del lavoro, oppure si arriva alla totale autonomia territoriale delle università italiane, che a quel punto potranno (forse) vendere i loro titoli nella ristretta area territoriale in cui operano.
Per non parlare poi della qualità degli insegnamenti: il rapporto LUISS 2009 sulle classi dirigenti italiane vede solo una piccola quota di accademici inseriti tra la “classe dirigente”, che però è vista come “irresponsabile” dal 73% dei cittadini “semplici” intervistati dalla LUISS, con l’85% degli intervistati dirigenti che ritiene che “le relazioni e le raccomandazioni valgano più del merito”, mentre ben il 39,1% della classe dirigente intervistata da quelli della LUISS ritiene, e qui ci colleghiamo alla questione dell’Università, che “non ci siano luoghi in cui si sta formando la classe dirigente”. E non a caso, diversamente da altri paesi UE, il tasso di ascensione sociale, almeno se lo compariamo al titolo di studio, è da Terzo Mondo: in Italia i figli di laureati hanno una probabilità sette volte superiore di arrivare al “lauro” accademico dei figli di famiglie senza titoli di studio elevati.
Un paese che non crea élites è destinato alla morte cerebrale, e quindi economica. E un paese che non sa ancora che le élites si raccolgono dove sono, e non si trasferiscono come un appartamento ereditato da papà o lo studio di avvocato aperto dal nonno, è destinato a un familismo amorale che, dai paeselli della Basilicata dove fu studiato per la prima volta da Bainfield nel 1958, arriva fino alle classi dirigenti, innescando un processo di “bokassissazione” delle élites. Il costo del non- merito, come lo hanno chiamato gli analisti dell’università fondata da Confindustria, oscilla tra il 3 e il 7,5%, ed è in gran parte imputabile alla cattiva qualità e alla selezione a rovescio del sistema scolastico e universitario. D’altra parte, come diceva Indro Montanelli, la Democrazia Cristiana aveva affidato l’asse della formazione ai comunisti, per concentrarsi sui più lucrosi affari delle banche, della Federconsorzi, dei Coltivatori Diretti, dell’immobiliare. Il “partito italiano” dei cattolici, per usare la formula del suo storico Giovagnoli, era un gruppo politico che, proprio come i comunisti, viveva se stesso come una struttura prima dello Stato e egemonica rispetto ai settori in cui operava, secondo il dettato del giurista Mortati e della sinistra evangelica del “Porcellino” di Dossetti e, all’inizio, di Fanfani. Due partiti-stato, che “occupavano” le istituzioni e le usavano come merce di scambio o come conquista di gramsciane “casematte”. In mezzo, c’è rimasto lo Stato, che ne è uscito indebitato e distrutto. Non a caso, dopo la fine della guerra fredda, l’Italia è stata presa in mano, per la curatela fallimentare, da una classe dirigente reale e credibile. Fu il governatore di allora della banca di Emissione tedesca, Duisenberg, spalleggiato dal Cancelliere dell’Unificazione, Helmut Kohl, a dire “di questo italiano ci possiamo fidare”, e si trattava del vecchio normalista Carlo Azeglio Ciampi.
Qualche anno prima, in uno dei tanti governi-ponte o “estivi”, un premier italiano aveva chiesto un finanziamento alla banca centrale tedesca, e il cancelliere socialdemocratico Schmidt lo aveva concesso, ma aveva richiesto in cambio parte delle riserve della Banca d’Italia, che partirono nascoste sotto dei carri ferroviari coperti quasi simbolicamente di rottami ferrosi, e la obbligata liberazione dall’Ospedale militare del Celio di Herbert Kappler, pensionato della RFT, che fu “dimenticato” da chi doveva sorvegliarlo. Un cancelliere socialdemocratico che costringe un governo alla canna del gas a liberare un criminale nazista. Ecco fin dove arriva l’inadeguatezza delle classi dirigenti. I giovani, quindi, saranno sempre meno qualificati, ma anche il welfare a lunga gittata sarà inevitabilmente ridotto, oppure la laurea si troverà a essere del tutto sganciata da un qualche sistema di rispecchiamento del titolo sulla gerarchia sociale e reddituale.
Un paese sempre più vecchio, dei giovani sempre più marginali, una classe dirigente spesso comicamente inadeguata, e nessun “asset” strutturale e produttivo sul quale fare leva per riprendere la crescita economica: l’entrata dei paesi mediterranei nel sistema di libero scambio UE entro il 2015 restringerà l’area di mercato di molte piccole e medie imprese italiane, il costo e la struttura della manodopera sarà sempre meno ottimale, le scuole e le università italiane continueranno, come certe televisioni private, a ripetere all’infinito il “come eravamo” sessantottesco o i gloriosi “anni sessanta”, quando le èlitesitaliane si chiamavano Enrico Mattei e Guido Carli, Paolo Rossi e Giovanni Malagodi, e i filosofi erano Enzo Paci e Lucio Colletti.
[24 luglio 2009]

