Grande Fratello e geopolitica
Casualmente, in un tripudio di fumanti paccheri all’amatriciana, ho visto una puntata del Grande Fratello. Da questa esperienza metafisica (peraltro comune ai telespettatori di oltre 30 gameshow della Endemol, che opera in 22 paesi o aree geografiche, compreso il Medio Oriente) ho dedotto alcune leggi di scienza politica che vado a esporvi. Prima legge: tanto maggiore è la retorica della integrazione, tanto maggiore è la prassi del rifiuto. Ormai, da Ferrero di “Rifondazione” fino a Gianfranco Fini, nessuno si sogna più di escludere donne, neri, omosessuali, diversamente abili (l’espressione è infame, ma il politically correct ha le sue leggi, che il cervello non conosce) dal contesto sociale. Invece nella “casa” del Big Brother, che ormai domina televisivamente ben oltre la Oceania di Orwell, la logica del rifiuto preventivo è pervasiva. C’è quello che da donna si è fatto uomo, il gay dichiaratissimo, le donne tel quel, tutti pagano il pegno di una loro diversità che viene letta come un pericolo totale per l’integrità del gruppo. O meglio: c’è la moda, il rituale comunicativo del “diverso”, ma subito dopo il lip service alle chiacchiere del politicamente corretto, si scatenano gli istinti ancestrali.
Vedendo il Grande Fratello mi sembrava di rileggere il bellissimo libro (purtroppo infangato da un premio Nobel) di William Golding, Il Signore delle Mosche, (Mondadori, 2001, Euro 8,70). La trama del testo è perfetta, per chi non creda, come chi scrive, alle “magnifiche sorti e progressive”, o peggio, alla innata bontà dell’uomo. Il termine Signore delle mosche è la traduzione dell’ebraico בעל זבוב Ba’al zvuv, belzebù, il maligno. Dei bambini si ritrovano naufraghi dopo un disastro aereo su un’isola deserta, e scattano dei meccanismi psichici che porteranno al tradimento e all’assassinio di due ragazzi, i leaders, e a un terzo omicidio, bloccato appena in tempo dall’arrivo della sancta auctoritas, quella che fa le leggi e le applica, un ufficiale della Royal Navy. Quindi, seconda legge: Se differenzi le persone in base alla natura, alla biologia e alla identità sessuale, lo scontro intraspecifico può essere fino all’ultimo sangue. Se l’identità è astratta e ideologica, i comunisti e i cattolici nella Brescello di Don Camillo e Peppone, i fascisti della sezione Acca Larentia a Roma negli anni ’70, i socialisti di Craxi, allora il dialogo può essere un sostituto della guerra, e lo scontro fisico può persino trasformarsi in comunicazione e, magari, si può finire nello stesso partito da “Seconda Repubblica”.
Se invece l’alterità è biologica e/o istintuale, allora c’è solo il bellum omnium contra omnes di Hobbes, ma senza il sovrano che garantisce la vita a tutti costringendo, con le cattive più che con le buone, al suo monopolio della forza legittima. Questa storia di sezionare il pubblico dei consumatori-elettori-cittadini in classi identitarie razziali e/o sessuali è una tradizione nordamericana, che ha un senso in un paese/continente di immigrati e di numerose etnie, ma ne ha pochissimo in Europa, dove il rapporto tra popolazione, razza e territorio è affatto diverso. D’altra parte, come diceva Konrad Lorenz, “le malattie intellettuali della nostra epoca usano venire dall’America e manifestarsi in Europa con un certo ritardo”. (Gli otto peccati capitali della nostra civiltà, Milano, Adelphi, 1974, p. 12, Euro 8,50).
Quindi, se lo scontro è biopolitico e non ideale, abbiamo la terza legge del Grande Fratello politologico: il popolo e le classi dirigenti, oggi come tanti anni fa, sono acqua e olio. Non si mescolano, salvo che a pressioni e temperature altissime. Le democrazie liberali tradizionali si sono fondate, e mal gliene incoglie, su quello che potremmo definire il “Mito di Papageno”. Ricorderete che Papageno, il “buon selvaggio” di Mozart nel suo Flauto Magico, arriva per primo a liberare Pamina nel tempio di Sarastro, mentre il middle class Tamino suona invano lo Zauberflöte per vedere la sua amata. E gli tocca perfino rispondere agli enigmi paramassonici di un sacerdote di Sarastro, che gli spiega che il sommo sacerdote non è elemento del Male, mentre Papageno, l’uccellatore con il suo carillon, non deve subire nessun esame.
Ecco, l’idea che la natura sia buona, e che quindi il popolo, che si presume erroneamente più vicino alla natura, sia sempre più buono e sano delle ruling classes, o che gli italiani siano sempre migliori della loro classe politica, come sosteneva un signore tovinese con la evve e l’ovologio sul polsino, è una ulteriore balla.
Questo ci porta ad affermare la Quarta Legge del Grande Fratello: La Civiltà non è la tecnica. Le masse sono sempre quelle, con il telefonino o senza, e il benessere non intacca minimamente la base psichica e comportamentale dei popoli. Ovvero: sperare di creare un trade off tra benessere e pace sociale è una pericolosa utopia. La vita di chi non ha, o non può avere idee più grandi del suo ciclo biopsichico e dei suoi interessi immediati, è come quella dell’animale descritto da Nietzsche all’inizio della sua Seconda Inattuale, L’Utilità e il danno della Storia per la Vita: “legato al piuolo dell’istante”. Una ulteriore, massiccia, dose di scolarizzazione di massa non cambierà assolutamente nulla. Morte le ideologie, o diremmo meglio assorbite nel mito dell’economia le grandi narrazioni politiche, non vi sono limiti strutturali alla confusione tra tecnica e civiltà. È vero quello che diceva Friedrich Engels nella sua Dialettica della Natura, che l’operaio impara a pensare secondo la fisica galileiana quando lavora ad una macchina costruita secondo quelle leggi, ma è anche vero che, se una società come quella occidentale attuale si regge sul consumo e non sulla produzione, che viene lasciata ai Paesi terzi o ai nuovi proletari dell’immigrazione, arriveremo presto al paradosso di un massimo di tecnologia utilizzata dalla popolazione unita al minimo di consapevolezza culturale, civile, politica.
D’altra parte, questo accade anche fuori dal mondo occidentale: il Taliban di Korengar, nella valle di Peshawar, sa benissimo utilizzare i suoi siti internet, manovra il telefono satellitare spesso meglio del Marine che salterà sullo IED che sta preparando con mani esperte di lì a poco, ma in quel caso utilizzare gli esplosivi evoluti non vuol dire conoscere la chimica organica. E il Taliban, finita la sua operazione terroristica, tornerà nella sua grotta credendo che quando morirà fi sabil Allah, sul sentiero di Allah, avendo compiuto il dovere del jihad, la guerra santa, troverà nel paradiso tante urì dagli occhi neri, che lo soddisferanno. La tecnica non è scienza, la scienza non è mai tutta la cultura, checché ne dicano gli ingenui lettori di Dan Brown e delle sue fanfaluche sulla “scienza” contrastata dalla chiesa e dagli Illuminati e la cultura non è tutta la civiltà. Sarà bene che ricostruiamo questi nessi, altrimenti la vedo brutta.
[3 dicembre 2009]


