Grandi Opere

di Sergio Nieri

Su un punto Veltroni e Berlusconi sono assolutamente d'accordo: le grandi opere, giudicate fondamentali per invertire la tendenza alla decrescita del Paese e volano di occupazione non assistita nel periodo di nuova “stag flazione”, cioè di recessione produttiva in tempi di inflazione esogena.
Fattore di innesco, quest'ultimo, della nuova spirale negativa tra prezzi al consumo e salari (senza che questi ultimi possano essere adeguati ai primi) e generatore di profonde diseguaglianze sociali. Diseguaglianze molto più nette e inedite di quanto non riferiscano i centri studi delle forze politiche. L'ambientalismo del sì diventerebbe il “pannicello caldo” sulla situazione economica e produttiva di un Paese che si è fermato per migliorare il rapporto fra il debito pubblico e la ricchezza nazionale. Una cura da cavallo meritoria sul piano etico (la pressione fiscale assorbe il 43% del Pil), ma che ha determinato, oltre alla crisi politica, una contrazione della crescita e, con essa, l'esplosione della cosiddetta questione salariale senza che le sacche di parassitismo che imbrigliano la nostra spesa pubblica venissero politicamente  rimosse. Situazione molto simile, a parte le doppie cifre, a quella di inizio anni ’70, quando il rincaro della bolletta energetica e la spesa pubblica fuori controllo determinarono una crisi di sistema ritoccata ad arte con la svalutazione della lira. Operazione oggi non più possibile. Anzi, il rialzo dell'euro (che oggi si mangia il dollaro) impone la competizione, ancorché zavorrata dalle conseguenze del risanamento finanziario, e un Paese dove le merci possano essere trasferite al minor costo e l'energia possa essere approvvigionata senza eccessive intermediazioni internazionali. Al limite, prospettandone una distribuzione eccedente i fabbisogni territoriali a cura di inediti operatori privati.
Ecco allora che la materia del contendere si sposta inevitabilmente dai velluti dei palazzi romani alla trincea delle amministrazioni locali e delle ex aziende municipalizzate, divenute intanto partners commerciali di imprese internazionali interessate al business del gas e delle energie alternative. Cambiano i ruoli e le funzioni politiche dei Comuni e dei Sindaci, destinati a diventare parte integrante di una strategia globale. Lo Stato attanagliato dai vincoli di bilancio, impossibilitato a sostenere la crescita, se non con espedienti fiscali comunque estemporanei (si veda il precedente del cuneo che produrrà i primi effetti nel 2009), trasferisce sui terminali locali, e dunque sui cittadini residenti di quelle aree territoriali, tutto il carico di una manovra di politica economica giudicata essenziale per trarsi d'impaccio dalla palude della crescita zero. Così si vuole avviare il recupero keynesiano dell'economia nazionale dal lato della domanda, quando ci saranno (nel 2010) maggiori risorse da redistribuire. Ma con quali costi per la democrazia locale, costretta tra chi, prima o poi, dovrà decidere sull'autorizzazione di una grande opera e il comprensibile dissenso della popolazione residente, già penalizzata dalla svalutazione dei salari e di fronte alla prospettiva indotta dalla svalorizzazione del proprio territorio?Sarà questo il tema nodale dei prossimi anni?

 [17 marzo 2008]