Grazie Elliot Gould

di Alessandro Agostinelli

Disincantato ma non cinico. Elliot Goldstein, un ebreo di Brooklyn, diventato l’antieroe del cinema della “nuova Hollywood”, compie 70 anni. Il suo pigmalione è stato il regista Robert Altman che l’ha diretto in varie pellicole, due assolutamente da ricordare: la prima MASH, il film dove Gould interpreta un chirurgo scanzonato e romantico, prototipo di tutto quello che di buono hanno dato gli anni Sessanta-Settanta al mondo; la seconda Il lungo addio, dove interpreta Philip Marlowe, dipingendolo di un’aura tutta nuova e assolutamente pertinente, come un detective innocente, ironico e con quello stile beat che soltanto Gould ha avuto nel cinema americano. In questo senso l’attore è riuscito davvero ad unire gli ultimi fuochi della lost generation fitzgeraldiana alla più eticamente impegnata stagione dei Sixties a stelle e strisce.
Elliot Gould io l’avrei voluto come fratello, come amico, come compagno di viaggio. I suoi personaggi sono sempre stati il meglio della creazione democratica statunitense e l’uomo ha rispecchiato esattamente i suoi prodigi attoriali. Un eterno ragazzo riccioluto, impertinente e giocherellone che non ha mai dimenticato di essere stato giovane e ribelle. Non è un caso che una delle sue migliori interpretazioni sia stata condensata in un film per nulla famoso come L’impossibilità di essere normale, dove da ex leader della contestazione studentesca di Berkeley diventa professore, salvo tornare dall’altra parte della barricata quando scopre da vicino le meschinità dell’ingranaggio accademico.
Questo attore, che ha sempre professato una vita tranquilla e rilassata (da beat californiano), senza accapigliarsi per il lavoro, ebbe modo di litigare con Ingmar Bergman per i turni di lavorazione e un metodo troppo “professionale” dello svedese. Inoltre non ha mai disdegnato film minori o di scarso appeal artistico, dedicandosi negli ultimi due decenni alla televisione. Ultimamente è stato giustamente rivalutato da Steven Soderbergh che l’ha voluto come componente anziano del rat pack hollywoodiano della trilogia di Ocean.
Una settimana fa, a una festa in suo onore, per anticipare i festeggiamenti di questo settantesimo compleanno, non ha smentito l’ironia di sempre. Con il suo affascinante, irresistibile e tenero sorriso pare abbia detto: “Ho l’età di Robert Redford e non me n’ero accorto. Avevo sempre pensato che lui fosse della generazione precedente”.
Non c’è critica in questo, perché Redford è un grande attore e un grande democratico. E questo Gould lo sa bene. Tuttavia quella frase è profondamente vera. Per coloro che amano una visione del mondo aperta, solidale, tollerante, per tutti quelli che pensano che gli altri siano un valore, che sia meglio la pace della guerra, che sia meglio distribuire la ricchezza invece di convogliarla soltanto verso un’oligarchia, Elliot Gould resta e resterà l’attore preferito, l’eterno ragazzo che non pensa mai in termini di potere.
 
[28 agosto 2008]