Grillo e il Pd

di Claudio Serni

La vicenda della candidatura di Beppe Grillo a segretario del Pd che si è consumata nell’ultima settimana, e che sembra non abbia ancora trovato una conclusione, mette a nudo alcuni punti critici del progetto Pd, così come è stato concepito finora. Già in altra occasione, su alleo, ho fatto alcune considerazioni sulle primarie (http://www.alleo.it/content/il-mito-delle-primarie), però non posso fare a meno di ribadire che anche in questa vicenda non si deve parlare di primarie ma di elezione del segretario di un partito aperta a chiunque si dichiari elettore del partito, senza distinzione tra iscritti ed elettori. Questa equiparazione adesso è stata mitigata, rispetto all’elezione di Veltroni, dall’aggiunta di una “prima fase” congressuale in cui saranno solo gli iscritti a votare. Comunque sia, in ultimo, rimane il fatto che il segretario sarà deciso dal voto di chi semplicemente si dichiara elettore del Pd. Procedura questa che non ha nessun corrispettivo nei partiti delle democrazie occidentali.
Mi si permetta un’ulteriore precisazione. L’esempio del Pasok (partito socialista greco) che i fautori acritici delle primarie spesso citano, è fuori luogo. Il Pasok nel 2004 ha scelto di far ratificare la nomina del proprio segretario tramite il voto di tutti i cittadini interessati a farlo. C’era un solo candidato, Geroge A. Papandreou, che era stato nominato all’unanimità dal Comitato centrale del partito e votato da 5000 delegati nel Congresso.
Tornando alla candidatura di Grillo, sappiamo tutti la cronologia degli eventi, in sintesi: annuncio di Grillo alla corsa per la segreteria Pd; reazioni dei dirigenti Pd tra l’indignato e l’ironico; Grillo tenta di tesserarsi in Sardegna e nel comune di residenza ma la sua richiesta viene respinta; colpo di scena, Andrea Forgione, coordinatore del circolo “Martin Luther King” di Paternopoli, in provincia di Avellino, concede la tessera a Grillo e si guadagna il suo momento di notorietà; la tessera è priva di validità perché il Comitato di garanzia si era già espresso sull’inammissibilità di tesserare Beppe Grillo con una propria delibera, in cui si legge, tra le motivazioni, che “Beppe Grillo ha promosso in numerosi comuni del territorio nazionale la costituzione di liste che si sono presentate, in occasione delle ultime elezioni amministrative, con il suo nome in posizione contrapposta a quella dei candidati e delle liste riconducibili al Partito Democratico. Egli ha anche più volte palesato la propria contrapposizione alle idee e ai valori del Partito Democratico.”
Tralasciamo il fatto che stando a queste motivazioni non sarebbero dovute essere accettate neanche le iscrizioni, per citarne solo due, di Alessandra Guerra, ex Lega, sfidante di Illy alla presidenza della Regione Friuli-Venezia Giulia, e di Marco Follini, Vicepresidente del Consiglio nel Governo guidato dal “principale esponente dello schieramento avverso”. E diciamo pure che la decisione di negare a Grillo la tessere è dal punto di vista formale ineccepibile: i partiti, in Italia, sono delle associazioni private, e come tali possono decidere autonomamente chi accettare al proprio interno. Ma ciò non toglie che ogni azione compiuta da un partito politico abbia delle conseguenze appunto politiche. È su queste che non ha riflettuto il Comitato di garanzia, o chi per lui, quando ha dichiarato inammissibile la candidatura di Grillo.
È giusto, un partito deve poter difendersi dagli “assalti alla diligenza”, come può essere letto il tentativo di Grillo, deve cioè avere gli strumenti che gli garantiscano, in modo coerente con le proprie strategie e il proprio modo di porsi, la difesa da attacchi che possano provocargli danni.
Il punto è proprio qui, il nostro partito liquido e incoerente, al momento, non ha questi strumenti, e la vicenda Grillo ha messo in evidenza queste carenze che sono strutturali, organizzative e, conseguentemente, strategiche. Per cui in questa condizione sarebbe stato meglio accettare Beppe Grillo, non perché, come ha detto l’altro giorno Serracchiani, “voglio un partito da Binetti a Grillo”, ma per pura strategia politica.
In un partito ben strutturato, poggiato su una solida riflessione politologica delle procedure democratiche da adottare e degli strumenti organizzativi da darsi, Grillo non avrebbe neanche pensato a candidarsi, ma il Pd, al momento, è molto lontano da essere un partito in questo senso. Per cui a ogni minimo intoppo il Pd deve ricorrere sempre a delle strategie ad hoc, che per essere vincenti richiederebbero a chi le pensa e le mette in atto delle capacità e delle competenze che spesso vanno al di là di quelle effettivamente possedute.
Prima di prendere una decisione, se si ha una visione politica e strategica, e la classe dirigente di un partito dovrebbe averla, si devono valutare le conseguente positive e negative di tale decisione. Mi rendo conto, è banale, ma sembra che questa valutazione non sia stata fatta, altrimenti non riesco a spiegarmi la decisione di escludere Grillo. Infatti, così facendo, non c’è niente da guadagnare e tutto da perdere. Al contrario, se Grillo fosse stato accettato, probabilmente lui stesso non sarebbe andato fino in fondo, perché non avrebbe avuto nessuna possibilità di vincere, le sue armi polemiche contro il Pd si sarebbero spuntate, ad esempio, non avrebbe più potuto accusare il Pd di essere un’oligarchia chiusa. Se invece fosse andato fino in fondo, probabilmente, molti dei suoi simpatizzanti sarebbero potuti confluire nel Pd, che avrebbe potuto riguadagnare così anche parte dell’elettorato che adesso vota Di Pietro. Aver bloccato la strada a Grillo, oltre a fare un favore allo stesso Grillo, a cui permette, senza troppa fatica, una volta in più, di continuare a cavalcare la polemica mediatica, aiuta l’Idv a stabilizzare la propria posizione elettorale, cioè a mantenere quelle preferenze arrivate dal campo Pd alle ultime consultazioni elettorali. Insomma, Grillo poteva essere lo strumento per riconquistare quell’elettorato ceduto a Di Pietro. Inoltre, la scelta della Commissione di garanzia può adombrare l’immagine di un partito inclusivo nelle dichiarazioni ma chiuso nei fatti e quella di una classe dirigente che ha pensato alle primarie come uno strumento di legittimazione piuttosto che come strumento di democrazia.
 
[21 luglio 2009]