Grosso grasso debito greco
Quando, nella fase di entrata della Grecia nell’Euro, il governatore della banca centrale ateniese chiese quale fosse il plurale ufficiale del nome della nuova divisa europea, i banchieri centrali riuniti a Francoforte si mostrarono stupiti. “Sapete, euros, se usiamo il plurale inglese, in greco vuol dire piscio”. La linguistica è utile, talvolta. Oggi, questa fermata alla toilette costa, dei 110 miliardi previsti dal fondo EU+Fondo Monetario Internazionale, 8,4 mld alla Germania, alla media di 103 Euro a cittadino tedesco, 6,2 mld alla Francia, con costo medio di 92 Euro, 5,5 miliardi all’Italia, per 92 Euro pro capite, 3,7 mld alla Spagna, con 80 euro a testa per ogni spagnolo, 1,8 mld all’Olanda, per 109 Euro ad abitante, 1,1 miliardi al Belgio, con un ricarico di 110 euro per ogni abitante. Gli altri paesi di Eurolandia pagheranno meno di un miliardo di Euro.
La Banca Centrale Europea continua ad accettare i bonds emessi dal governo di Atene quali titoli collaterali nelle operazioni open market, agendo come prestatore di ultima istanza sul mercato secondario, ma non è chiaro cosa accadrebbe se la BCE dovesse ripagare gli investitori per il valore ufficiale dei titoli ateniesi.
Questo ci fa intuire la regola dei costi ripartiti tra gli europei: la quota che abbiamo sopra enumerato riflette l’esposizione dei singoli paesi rispetto alla quota da loro detenuta dei bonds greci. La Germania si prenderebbe il 28%, che è la sua quota di capitale sull’Eurozona, la Francia il 21 e l’Italia il 18%. Le banche private erano già uscite dal mercato greco prima, ecco perché il carico debitorio va sui governi.
L’Italia è il titolare della Greek loss nella UE, con una perdita di 23 miliardi di Euro in titoli, e la Spagna perderà 18 mld in costi collaterali derivanti dal ricarico, via BCE, del sostegno alla Grecia in default.
Per l’Italia, che pure ha fatto un ottimo lavoro, grazie soprattutto a Giulio Tremonti, di contenimento del rapporto debito/PIL, c’è un pericolo serio. Intanto, il tasso debito/PIL è ancora peggiore di quello greco, ma la competitività delle imprese italiane, dall’entrata nell’Euro in poi, è andata progressivamente decadendo. Quindi, l’economia italiana, con un forte debito estero, una scarsa crescita, una competitività calante, è passibile di quelli che i banchieri internazionali, chiamano, eufemistici come una signora dell’ottocento, adverse shocks.
L’inizio della storia, per Italia e Grecia, è proprio nella fase di entrata nella moneta unica: Roma e Atene abbassano, nel 1999 e nel 2001, i loro tassi di interesse ai livelli tedeschi, i più bassi dell’Eurolandia, e spingono i consumi e i valori immobiliari.
All’inizio della crisi dei subprime nel 2007 il debito italiano e greco salgono, ma, sul piano percentuale, il debito pubblico italiano ha le stesse dimensioni di quello greco.
Nel 2011 il debito di Roma dovrebbe salire al 123,5%, e nel 2014 al 128,5 %. Quello greco, a parte la crisi attuale, è previsto in crescita del 126,8% nel 2011. Seguono, nelle tabelle del Fondo Monetario Internazionale, il Belgio, con il 104,9% nel 2011, gli Stati Uniti con il 97,7% che arriverà al 108,2% nel 2014, la Francia con l’86,6% nel 2011 e il 92,6% tre anni dopo, il Regno Unito, che passerà dall’89,3% al 98,3% nel 2014, la Germania che arriva, dal suo modesto 87,8% del 2011 al 89,3% del 2014, poi l’Irlanda, con l’87,9% del 2011 e nessuna previsione per i tre anni successivi, il che indica un inizio di speculazione sul debito strutturato di Dublino, e infine la Spagna, con il 66,9% del 2011 e nessuna previsione FMI per i tre anni successivi. Allora, la questione è chiara: Grecia, Belgio, Irlanda e Spagna saranno colpite dagli adverse shocks tra oggi e il 2014.
Per l’Italia, la questione è semplice. Il debito pubblico è il 115% del PIL, e gli interessi costano il 4% del Prodotto Interno Lordo annuale. Le entrate fiscali riescono a coprire le spese, in media ponderata biennale, ma il costo stesso del debito cresce ben di più della economia italiana, e quindi il servizio del debito pubblico cresce ogni anno a meno che il residuo primario (la differenza tra entrate pubbliche e spese esclusi gli interessi sul debito statale) non diminuisca. Il debito nazionale di Roma è in gran parte a breve, e quindi l’Italia è potenzialmente più vulnerabile agli shock avversi di altri paesi europei con la stessa struttura del debito.
La variabile positiva, per l’Italia, è costituita dall’alto tasso di risparmio privato, e da un piccolo attivo delle partite correnti (bilancio merci e servizi+trasferimenti unilaterali netti+redditi netti dall’estero) che naviga su un +1,6% all’anno, ed è attualmente in fase di calo.
Ma la perdita di competitività dell’Italia, dal 2000 ad oggi, è paragonabile a quella di Atene, dato che il costo unitario del lavoro è salito del 32% dal 2000 al 2009, dato similare a quello della Grecia, il cui costo unitario del lavoro è cresciuto del 34%, un tasso simile a quello della Germania, con un rapporto paritario, a Berlino, tra produttività e crescita dei salari, mentre in Italia la competitività è calata proprio verso quei mercati, gli USA, la Cina, Il Giappone, l’Eurozona “bavarese” che sono in concorrenza verso i mercati asiatici e atlantici con i prodotti italiani.
Naturalmente, la crisi greca aumenterà il costo del denaro a credito, il che renderà ancora più difficile la crescita italiana, oltre a diminuire la quota delle sue esportazioni. Inoltre, il nesso tra aumento dei tassi e crescita del prezzo del petrolio potrebbe portare a un oil shock tra il 2009 e il 2010, che drenerebbe risorse da un paese, come l’Italia, che importa il 93% delle sue forniture di idrocarburi.
Il prezzo del credito offerto alla Grecia da parte dell’Eurozona e del FMI è un problema, non una soluzione. Il tasso è l’Euribor + 300 punti base, e l’Euribor è il tasso medio al quale avvengono le transazioni bancarie in Euro tra le grandi aziende finanziarie europee. Viene rilevato ogni giorno. Talvolta, più volte al giorno. In altri termini, il 5% a tre anni. Un tasso minore di quello di mercato al 7,5%, il che implica un sussidio che i mercati globali leggeranno in modo avverso.
In sostanza, l’Eurozona è stata più “cara” dei Fondo Monetario Internazionale per il credito alla Grecia, il che verrà anch’esso letto come una debolezza strutturale dell’Euro e verrà utilizzato da quei lupi della speculazione internazionale. Fra l’altro, i mercati internazionali stanno già interpretando la carità ad Atene come particolarmente “pelosa”. I dirigenti dell’Euro “forte” stanno collegando il loro aiuto ad Atene al mercato di un titolo derivato e molto diffuso, l’Euribor Swap.
Lo “swap” è, come dicono i tecnici delle banche di affari internazionali, è un contratto in cui due parti si scambiano flussi di pagamenti in conto interesse. Quindi, i governi agiranno sugli swap Euribor per tenerli fissi in area ottimale per coprire il debito greco e per rientrare rapidamente, quando le necessità nazionali faranno premio, sui capitali prestati a Platone e Aristotele.
Peraltro Trichet, il presidente della Banca Centrale EU, ha chiarito che sarà proprio il governo greco a stabilire il timing della immissione di liquidità ad Atene; il che farà certamente imbizzarrire i mercati speculativi, che saranno informati dell’arrivo della provvista e succhieranno il midollo dell’euro come i vecchi milanesi fanno con il centro dell’ossobuco con i piselli.
Se poi aggiungiamo che il debito greco è in aumento, ceteris pari bus, almeno fino al 2012, la mancata indicazione ai mercati della data in cui Atene rientrerà parzialmente del debito concesso dall’UE è una istigazione, e così verrà letta dai mercati, a fare speculazione al ribasso sull’Euro.
Inoltre, Atene ha dovuto emettere bonds a sei mesi e a un anno con tassi del 4,5-5% prima del salvataggio Eurozona, e anche questo è un indice che la valutazione a lungo termine del mercato ateniese è ormai del tutto compromessa e quindi, dato che l’assistenza alla Grecia nel 2011 e 2012 sarà soprattutto a carico del Fondo Monetario Internazionale, con l’accordo della BCE, e che il FMI ha delle regole di restringimento degli aiuti alle nazioni in default, questo significa che i mercati speculativi aspetteranno l’entrata dei capitali del Fondo per poi attaccare il valore esterno dell’Euro prodotto nei mercati greci.
E se, nella fase di sostegno alla Grecia, arrivasse un altro default sovrano? Che si fa, passiamo da Platone a Seneca? Naturalmente, la Banca Centrale Europea ha fatto benissimo a sostenere Atene. Non poteva fare diversamente. Se le banche dell’Eurozona pagano il 3-6% di interessi sui bonds dei governi UE, al lungo termine, li depositano a Francoforte, e poi li chiedono in prestito alla BCE al tasso definito dalla banca centrale europea, che è l’1%, mentre fanno quattrini a palate con i titoli collaterali che vendono sui mercati “privati”, poi comprano ancora debito sovrano denominato in Euro con i guadagni sui mercati aperti dei “collaterali”.
Portogallo e Grecia sono andati contro questo progetto di circolazione del debito. Lisbona e Atene hanno speso la liquidità acquisita con questo schema finanziario per gestire il loro debito nazionale, “fare politica” (e clientele) e far crescere, con l’aiuto delle solite banche USA che ristrutturano le perdite, il loro debito nazionale. Una uscita geofinanziaria dall’Euro, gestita con un rapporto improprio di certi governi con le banche di affari statunitensi, che ha rotto la macchina centrale del debito in Euro. Una lotta del Dollaro contro la divisa europea, è questa la sostanza della questione. Rotta la macchina dell’Euro, gli USA saranno liberi di sommergere, come già fecero nel 1973 e negli anni ’80, i mercati finanziari della UE con la loro commercial paper, che sarà ripagata ad un prezzo prefissato e resa collaterale, in futuro, al Renmimbi cinese e alle altre divise dei Paesi in fase di crescita.
Per quel che riguarda il collaterale debitorio greco, gestito con l’Euribor+300 punti base, esso sarà trattato come junk bond, titolo spazzatura, ad alto rischio, il che permetterà alle banche internazionali di acquisire scarso debito che abbia un collaterale di titoli provenienti dalla Grecia. La cosa renderà probabile la rottura del sistema magico del credito in Euro che abbiamo sopra descritto, le banche non pagheranno più l’1% che vuole la BCE.
Il Piano B del Fondo Monetario è il “modello Argentina”. Il paese va in default dichiarato, si spalma il debito sulla nuova divisa (un nuovo “euro”?) che si carica di inflazione per assorbire i debiti pregressi, come è sempre accaduto, e la Grecia poi potrebbe fare concorrenza all’area Euro con la sua nuova moneta-patacca, che abbatterebbe i costi di produzione, e creerebbe un surplus esterno, utilissimo per fare fesse, come spesso lo sono, le banche internazionali. L’Euro era il “marco tedesco in ostaggio” che François Mitterand e Margaret Thatcher vollero per permettere la riunificazione tedesca, che nessuno dei due desiderava. Ora l’Euro ritorna il “Marco in Prestito” alla Eurozona con una bassa produttività e un altissimo e incontrollabile debito pubblico. E’ questo il nucleo politico della transazione finanziaria.
[5 maggio 2010]


