Guantanamera, Guantanamo

di Marco Giaconi

Y para el cruel que me arranca/el corazon con que vivo/Cardo ni ortiga coltivo/Coltivo la rosa blanca. Probabilmente questi quattro versi della splendida Guantanamera  potrebbero concludere la questione della chiusura di Delta Camp (detto fino al 2006 Camp X Ray) e delle altre strutture della baia di Guantanamo in cui finora sono stati rinchiusi i “nemici combattenti” catturati dalle forze USA nelle aree in cui opera il jihad. Una struttura che raccoglie, finora, secondo le ultime notizie pubblicate, 160 sauditi, 85 yemeniti, 82 pakistani, 80 afgani, 30 egiziani, 30 giordani, 19 algerini, 18 marocchini, 12 cinesi, 12 kuwaitiani, 11 tagiki, 11 turchi, 8 tunisini, 9 britannici, 5 kazaki, 2 australiani, 2 canadesi, 2 ceceni, 2 georgiani, 2 sudanesi, 2 siriani, 2 uzbeki, 1 dal Bangladesh, 1 dal Belgio, e altre unità rispettivamente dalla Danimarca, dalla Germania, dall’Iraq, dal Kenya, dalla Libia, dalla Mauritania, dal Qatar, dalla Spagna, dalla Svezia, infine 31 elementi di “nazionalità sconosciuta”. Un bel campionario della “guerra santa globale”. E i nostri ROS dell’Arma dei Carabinieri, interrogando i cittadini o i residenti italiani allora (nel 2004) detenuti a Guantanamo, hanno davvero capito come fosse fatta e che logica avesse la “guerra santa”, e che reti avesse tra i “bravi cittadini” che lavoravano in Italia.
L’11 Febbraio del 2008, Mustafa Ahmad Al Hawsawi, Ali Abd Al-Aziz Ali, ed altri sono stati sottoposti al giudizio della Commissione Militare USA, per aver partecipato attivamente agli attentati dell’11 Settembre, che sono noti a tutti.
Nel 2004 tre prigionieri britannici di Guantanamo sono stati rilasciati senza processo avendo poi raccontato di torture, deprivazioni sensoriali, repressione religiosa. L’Unione Europea, naturalmente, ha chiesto la chiusura di Guantanamo, fin dal 2004. Insomma, Camp Delta non è certo un villaggio turistico come quelli che Gianni Agnelli fece costruire alla Cuba castrista nel pieno della guerra fredda… Molti hanno espresso dubbi, anche all’interno del sistema giudiziario USA, sulla efficacia e la liceità delle carceri di Guantanamo, ma quel poco che finora abbiamo saputo sulla struttura del jihad viene da lì. Il resto proviene dalla messe di documenti, alcuni di importanza straordinaria, che l’ISAF e le forze USA hanno raccolto, nelle more di qualche rapida operazione, in Afghanistan. Ma, per usare una frase ormai consunta, il problema è politico. Ovvero sapere se Barack Obama vuole continuare la “Global war on Terror” che ha ereditato da George W. Bush, concentrandosi sull’Afghanistan, e abbandonando prima possibile l’Iraq. Magari avendo “frazionato” tra enclaves curde, cristiane (a Ninive), sciite buone, sciite cattive, sunnite delle tribù di Kazan al Unizan che sanno benissimo che l‘Iran vuole mettere le mani sull’Iraq dopo che gli USA saranno usciti, sunniti dello sceicco Ali al Atem, che hanno cooperato con le forze del Gen. Petraeus per sgominare quelli di Al Qaeda, elementi delle minoranze bashire, e tanti altri. Insomma, forse gli USA, con G.W. Bush prima e Barack Obama adesso, faranno dell’Iraq un paese balcanico-islamico, creando con ogni probabilità le condizioni per altri efferati casini internazionali. Ma per fare la guerra gli USA hanno bisogno di una coperta di Linus morale. Gli americani credono alle guerre, e le fanno se percepiscono di essere moralmente migliori, più buoni, del nemico. Se, come spesso accade in guerra, gli uni e gli altri, indipendentemente dal diritto internazionale, fanno le stesse cose, gli americani si sentono male, perdono la percezione di una “moral superiority” che sola li manda in guerra, mentre loro vorrebbero tanto essere, come affermava Thomas Jefferson, “amici con tutti, alleati con nessuno”. Come amo ripetere a una mia amica che ha casa a New York, l’America non l’ha scoperta Cristoforo Colombo, l’ha trovata Jean Jacques Rousseau. Gli uomini sono tutti buoni, nello stato di natura, poi arrivano i “carnefici europei”, gli antidemocratici, i terroristi e, da buoni com’erano, gli esseri umani divengono cattivi, almeno per un po’. Per ripetere la battuta della lettera che scrisse Voltaire a Rousseau dopo aver letto  Il Contratto Sociale, “caro Jean Jacques, ho provato a camminare a quattro zampe, ma mi viene difficile”.
Quindi per Obama la chiusura di Guantanamo è essenziale per “vendere” la guerra a un pubblico americano stanco e sfiduciato, che non ha avuto lo scalpo di Osama Bin Laden in tempo. Ma anche questa sarebbe stata una sciocchezza, perché il jihad globale farebbe subito nascere “one hundred Osamas”, come recita il titolo di uno studio dello Strategic Studies Institute dell’Esercito USA.
Insomma, Barack Obama si trova a giustificare la guerra al suo pubblico, che vuole operazioni rapide, indolori, efficaci, e che poi non se ne parli più. E quindi la chiusura di Guantanamo va benissimo. Recupera la “moral superiority” che è una giustificazione essenziale per un pubblico, come quello USA, poco incline a uscire dai confini della vecchia Dottrina Monroe, del tutto insensibile alle grida di dolore. E c’è voluta la carneficina dell’11 Settembre per poter giustificare, perfino per un presidente come G.W. Bush, le operazioni in Iraq e poi in Afghanistan.
La questione dell’Iraq di Saddam Hussein, poi, si è incastonata in una sequela di equivoci: la fonte CURVEBALL diceva che c’erano le armi di distruzione di massa in Iraq, ma era stato rispedito al mittente da tutti i Servizi europei che avevano avuto a che fare con lui. Gli USA devono fare presto – si diceva – la pubblica opinione non permetterebbe una lentezza dopo l’11 Settembre; il tipo grassottello sembra essere credibile, le foto dai satelliti… Insomma tutto si muoveva verso una guerra all’Iraq saddamita che era coinvolta con Al Qaeda come lo possono essere tutti i regimi arabi e mediorientali,  ma che non era certo il temibile “asse del male”…
Quindi, se Barack Obama chiuderà Guantanamo, come ha promesso, da un lato eviterà la “black propaganda” che il mondo filoarabo e filojihadista ha montato in questi anni contro gli USA, rafforzerà un popolo, come quello USA, nella sua volontà di fare quel poco di guerra al jihad che rimarrà in piedi dopo l’uscita degli USA dall’Iraq, e la correlata presenza dei talebani sul 73% del territorio afghano, come dimostrano i dati dell’ICOS, creerà le condizioni per quel “soft power”, fatto di seduzione, mass-media, e tante altre cose che, d’ora in poi, sostituirà i pezzi di “hard power” che si sono rotti nella macchina strategica americana del Bush jr. Insomma, si poteva fare di meglio, ma va bene così.
 
[19 gennaio 2009]