Guerra e democrazia

Dipende forse da un'affetto conservatore verso le forme passate e tradizionali di ordine politologico, ma il fatto che si svolgano elezioni mentre la guerra prosegue non mi convince molto.
Sia detto subito, per sgombrare il campo da equivoci, che l'affleunza alle urne, da parte degli iracheni, è un bel segno di voglia di cambiamento. Tuttavia, il vantaggio della lista "Coalizione irachena unita", benedetta dal grande ayatollah Al-Sistani dimostra che forse l'Iraq, d'ora in poi, vuole farcela da sola.
Il rapimento di Giuliana Sgrena, come quelli di altri giornalisti europei, e i continui conflitti armati in tutto il territorio iracheno stanno a significare che la guerra non è finita e che forse si dovrebbe iniziare a pensare quale possa essere, d'ora in poi, il ruolo del grande assente: l'ONU. Proprio dopo la prima vittoria di Bush jr. in questi due anni, cioè il dato positivo dell scelta elettorale, e la conseguente maggiore attivazione degli osservatori delle Nazioni Unite, sarebbe utile pensare ad un vero ritiro delle truppe occidentali, nelle forme che si sono organizzate finora e in un passaggio ad un regime di controllo diverso, che comunque mantenga un equilibrio di sicurezza per la popolazione civile.
Purtroppo, questo spiraglio di luce, non fa dimenticare il danno enorme che questa guerra sbagliata ha prodotto in termini di morti militari e civili, di danneggiamento al patrimonio edilizio e artisitico di una regione ricchissima di beni monumentali, di amplificazione esasperata del terrorismo. Proprio quest'ultimo elemento è il peggior servizio che questa amministrazione americana abbia fatto al mondo occidentale: una specie di barile di benzina gettato sul fuoco dell'integralismo islamico.