Guerre finanziarie e commerciali
L’Euro fu voluto dalla Thatcher e da François Mitterrand per accettare l’unificazione tedesca, che entrambi vedevano come il ritorno del gigante germanico all’interno dell’Europa e l’inizio della loro marginalizzazione geoeconomica. La moneta unica europea fu concepita come “ostaggio” finanziario per permettere a Berlino di acquisire i Laender orientali con la parità, del tutto fittizia, tra marco Est e moneta federale. Ma questo non ha impedito che l’Euro fosse una moneta fondamentalmente asimmetrica: la Germania, dopo la crisi da riassorbimento dell’Est comunista, è rimasta la massima economia esportatrice dell’area UE, il che genera forti surplus commerciali, mentre i suoi partners economici mostrano condizioni simmetricamente opposte. Ovvero, forti deficit di bilancio pubblico e grossi trade deficit.
L’export della Germania è pari a quello della Cina, (ovvero 1,2 trilioni di Dollari) anche se i Laender della nuova Repubblica Federale totalizzano una popolazione di 82 milioni di persone e la Cina arriva a 1,3 miliardi di cittadini.
Gli USA sono, ben distaccati, terzi nella classifica dei top exporters globali. Le esportazioni sono state la chiave del successo tedesco dopo la riunificazione, dato che l’export germanico è cresciuto del 65% dal 2000 al 2008, mentre la domanda interna è rimasta stabile, negli ultimi nove anni. Quindi, per colpire Berlino occorre deformare la sua bilancia dei pagamenti e la forma del suo export.
I paesi consumatori, al contrario, manifestano vasti deficit nelle esportazioni connesse a bilanci in debito strutturale. In Italia, per esempio, il trade deficit è di 55 miliardi di USD e il bilancio è in perdita per circa 110 miliardi di Dollari. L’Euro era stato pensato per rimuovere i costi delle divise multiple e la connessa svalutazione competitiva, oltre alla possibile, e spesso realizzata da membri della stessa UE, speculazione al ribasso delle singole monete nazionali.
Quindi, si sono evidenziate con la moneta unica, le strutture profonde dei sistema produttivi nazionali. Tra il 2000 e il 2009 il costo del lavoro, in Germania, è salito di solo il 5,8%, mentre nell’Europa meridionale il costo unitario del lavoro è salito, nello stesso periodo, del 30%.
In sostanza, l’Euro ha conferito alla Germania un vantaggio competitivo, visto che la moneta unica rendeva l’export tedesco meno costoso rispetto alle produzioni condotte all’interno dei paesi meno “virtuosi”.
L’efficienza produttiva di Berlino e l’abbattimento dei suoi costi comparati di produzione ha reso possibile una “svalutazione di fatto” da parte della Germania nell’Eurozona.
Inoltre, l’Euro forte ha permesso alle nazioni debitrici di espandere rapidamente la loro quota di ulteriori debiti a tassi di interesse più bassi dei precedenti, modellati, i tassi post-Euro, sulla moneta europea forte a guida tedesca.
Se non ci fosse l’Euro, la dracma greca cadrebbe rispetto al marco tedesco, aumentando il costo dei beni germanici per il consumatore greco, che comprerebbe meno made in Germany.
Il deficit commerciale greco cadrebbe, i prestatori di capitale chiederebbero tassi più elevati per acquistare i bonds ateniesi, e quindi il governo greco sarebbe costretto a politiche virtuose per quanto riguarda la spesa pubblica.
Quindi, la Germania è di fatto costretta a sostenere, attraverso risorse eccezionali, le aree dei suoi compratori, quelli che hanno sfrutttato le condizioni dell’Euro per aumentare a dismisura i consumi e i debiti. Quindi, o la Germania sostiene l’Eurozona dei consumatori made in Germany, o le nazioni più deboli fanno default e giungono all’insolvenza, chiudendo di fatto i loro mercati ai beni e ai servizi tedeschi.
Berlino ha favorito il comportamento delle nazioni debitrici comprando i loro titoli di Stato, e le ultime stime ci dicono che la Germania detiene oltre 250 miliardi di USD di titoli pubblici nell’area di pericolo dell’Eurozona. Quindi, se la Germania permette il default dei Paesi deboli, l’Euro non esisterà più, di fatto, e l’export tedesco, che è l’unica fonte di capitali freschi per Berlino, cadrà a livelli insostenibili per il “modello renano”.
Se invece la Germania diviene il “prestatore di ultima istanza” dell’Eurozona, allora i costi del sostegno all’Euro saranno solo suoi. Uno split della moneta unica che favorirebbe USA e Cina: gli Stati Uniti potrebbero ricominciare ad acquisire capitali a debito per sostenere la loro economia in crisi strutturale, la Cina potrebbe sostenere le industrie dell’Eurozona che la interessano, acquisirle per il classico “tozzo di pane”, dato il colossale surplus di Pechino nella sua bilancia dei pagamenti, e sommergere di prodotti made in China tutti quei mercati dove prima di acquistava tedesco o comunque UE.
Se non si capisce questa sfida strutturale, non si intuisce qual è la vera posta in gioco.
Ma, infine, se il debito delle nazioni già in deficit strutturale, per l’export e per il bilancio pubblico, continua a crescere, anche la potente locomotiva tedesca non potrebbe farcela, e sarebbe la fine non solo della “Europa renana” ma di tutta l’area Euro, che diverrebbe la zona in cui gli USA spediscono la loro peggiore commercial paper a scontare, e dove la Cina, acquisendo le aziende di punta, farebbe abbattere il tasso di produttività unitario del lavoro non solo in Germania, ma nel resto dell’UE.
Il downrating da parte di Moody’s del mercato dei titoli pubblici greci, all’inizio di questo maggio, non è stato molto chiaro. La notizia di Moody’s è arrivata subito dopo che la BCE e il Fondo Monetario Internazionale avevano garantito 120 miliardi di Euro per evitare il default sovrano di Atene. Il giorno successivo al downgrading della Grecia, il mercato azionario USA aveva perso 999 punti in pochissimo tempo, mentre dopo le dichiarazioni di Moody’s su Atene il mercato dei titoli statunitense aveva recuperato oltre i due terzi della perdita iniziale.
I mercati finanziari delle grandi banche di affari internazionali usano programmi computerizzati denominati HFT, High Frequency Trading, e tanto è rapida la manipolazione dei flussi tanto più essa è invisibile agli altri investitori non HFT, il che genera un ovvio effetto-valanga sui titoli resi oggetto di speculazione al ribasso o di rapidissima rivalutazione. Oggi l’HFT opera nel 70 % delle transazioni in titoli sui mercati selezionati dalle international banks. Se il mercato, nei classici dell’economia, era il massimo (e oggettivo) sistema di informazione sui dati reali dei beni trattati, oggi il mercato è uno sciame informativo facilmente manipolabile da chi possieda quelle tecnologie e quei capitali iniziali per generare un “effetto di massa”, di cui tutti gli altri investitori non conoscono la reale entità o finalità.
Quindi, la scelta è insieme geopolitica e finanziaria. O sosteniamo l’Euro con le tecniche di gestione dei mercati che altri possiedono e noi non abbiamo, oppure predisponiamo i nostri mercati interni a resistere sia all’invasione di titoli da Est e da Ovest ad alto rischio, sia a non essere acquisiti, dopo un brutto “bagno”, a prezzi stracciati. Oppure, a trovare in fretta mercati nuovi, extraeuropei, per il nostro surplus produttivo, sloggiando i maggiori concorrenti internazionali dalle nuove aree: America Latina, Asia centrale ed orientale, Giappone, Africa. In tutti i casi, il gioco sarà durissimo.
[13 maggio 2010]


