Il capitale reale e la crisi dei mutui

di Marco Giaconi

“Il liberismo si fa quando si può”, diceva Giolitti. E stavolta non si poteva. O meglio, non si poteva più. Fannie Mae e Freddie Mac non sono due contadini del Midwest americano, come quelli immortalati nel quadro che fece da copertina alla antologia “Americana” curata da Elio Vittorini. Sono invece due aziende molto particolari, che garantiscono i mutui immobiliari e li concedono. Fannie (Federal National Mortgage Association) ovvero Fannie Mae, è una società “publicly owned” e sponsorizzata dal Governo USA, una figura che nel diritto statunitense si definisce GSE. Procura liquidità al mercato immobiliare accettando in pagamento i mutui primari concessi da banche o associazioni private o anche da agenzie pubbliche.     
Insieme a Freddie Mac (Federal Home Loan Mortgage Corporation) che è anch’essa una GSE, azienda privata sponsorizzata dal Governo, concede prestiti e li garantisce nei confronti di terzi prestatori.
Nella tradizione anglosassone, vi sono molte banche che si sono specializzate in alcuni settori (l’immobiliare, la chimica, lo spettacolo, la gestione dei titoli di Stato) mentre da noi in Italia ha vinto, per una serie di motivi che sarebbe qui inutile spiegare, la banca “universale” di modello tedesco, che fa tutto e, come spesso accade agli enciclopedici, non sa o non fa niente molto bene. Se non altro riesce a coprire con la crescita di un settore di investimento le perdite di altri settori. Questo per pura fortuna o accedendo ai sistemi di cessione dei fondi delle banche di emissione nazionali, che destinano, secondo criteri molto complessi, la liquidità alle banche private o comunque non di emissione. Lì il guadagno è soprattutto il “signoraggio”, ovvero la differenza tra costo di produzione della carta-moneta e il valore ufficiale della stessa.
Non si tratta dell’usura dannata nei Cantos di Ezra Pound, ma assomiglia molto a quel frate ghiottone che di venerdì prendeva il suo pollo arrosto e pronunciava serioso: “Ego te baptizo piscem”.
Insieme, le due GSE americane gestiscono, come afferma in un suo documento ufficiale la “Federal Housing Finance Agency”, l’ente di Stato USA che controlla il mercato dei mutui per la casa, 5,4 trilioni di USD di titoli garantiti da mutui e titoli di debito immobiliare, una cifra pari a tutto il debito pubblico USA detenuto da privati.
La crisi di due aziende come le nostre GSE immobiliari USA è derivata, come ammettono anche le fonti governative, non da cattiva gestione o da qualche reato amministrativo, ma dal fatto che i prezzi delle abitazioni, i salari e gli interessi attivi sul capitale sono andati rapidamente calando in contemporanea, e quindi si è bloccata, da parte di Fannie e Freddie, la capacità di assorbire le perdite in rapporto accettabile sul totale del capitale sociale.
Quindi non hanno stabilizzato il mercato immobiliare, che era una delle loro finalità statutarie, e non hanno avuto di conseguenza sufficiente capitale per sostenere le nuove richieste di mutuo per la casa.
E allora, prima che la situazione divenga critica, l’Amministrazione pubblica ha posto Fannie e Freddie nella posizione di “conservatorship”, che nel diritto USA è una gestione da parte di funzionari dello Stato che devono “stabilizzare” l’azienda.
Ed è cosa diversa dall’amministrazione controllata del nostro diritto fallimentare, o dalle procedure della cosiddetta “legge Marzano” del 2004 (nata proprio nelle more di alcuni notissimi grandi cracks finanziari italiani). La “conservatorship” non è l’anticamera del fallimento, ma è un tentativo (che può essere ripetuto nel tempo) di salvare i “fondamentali” di una azienda, che può anche ritornare, più bella e grande di prima, sul mercato.
Fannie e Freddie potranno comprare, così dice il decreto del Tesoro USA, 20 miliardi/mese USD di titoli sostitutivi garantiti da tenere in portafoglio.
Quindi, più che un tradimento del liberismo americano, si tratta di una regolamentazione eccezionale, operata con gli strumenti tradizionali dei mercati finanziari, delle due aziende di mutuo immobiliare, che certamente sarà onerosa per il Tesoro USA ma che è eseguita con le regole del management moderno e con il rispetto delle necessità del mercato finanziario, che sarebbe investito da una bufera colossale se la crisi dei mutui si riverberasse, moltiplicandosi, nel mercato azionario e obbligazionario USA.
Inoltre, queste pratiche universali di tutela della stabilità dei mercati finanziari arrivano dopo l’ubriacatura ultraliberista di alcuni intellettuali e accademici che vorrebbero, come alcuni divertenti allievi di Milton Friedman, liberalizzare l’emissione di carta-moneta, o addirittura la Polizia.
E qui è bene ricordare che Ronald Reagan non ha mai abbassato il livello dei sostegni pubblici alle imprese e alle amministrazioni locali che svolgono attività economiche, come dimostra il libro di John Sloan The Reagan Effect: Economics and Presidential leadership.
Una cosa è il liberalismo politico, che è fondamentale, altra cosa è il liberalismo economico, che può essere, diversamente dalle libertà civili, temporaneamente sospeso in caso di necessità. Per Keynes lo Stato doveva non tanto e non solo sostenere la “domanda aggregata” (la domanda di beni e servizi di un sistema economico nel suo complesso) ma investire in settori nuovi per crearne il mercato, che sarebbe stato coperto dalle imprese private quando gli ammortamenti e i costi di produzione fossero scesi tanto da permettere al capitale privato di svolgere la sua essenziale funzione.
Se ci pensate, è accaduto con il mercato dell’aviazione civile, della sanità specializzata, delle telecomunicazioni. Ma l’esempio perfetto è internet che nasce come strumento di comunicazione tra computer per gestire la rete missilistica strategica USA in movimento sui camions militari per tutti gli States, poi diviene strumento di data storage e analisi automatica per la DARPA (Defense Advanced Rsearch Projects Agency) e viene poi concesso, come se fosse un brevetto, alla ICANN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers) una società-cooperativa di diritto californiano no profit che, dal 1998, con una concessione speciale del Tesoro USA, gestisce la rete.
Prima lo Stato, nelle tecnologie di punta ad elevatissimo investimento iniziale e forte imprevedibilità nei risultati tecnici e commerciali, per cui nessun imprenditore sano di mente ci mette niente, poi il pubblico ci si abitua e allora, dopo che lo Stato (e più spesso i militari, che mangiano nuove tecnologie anche a colazione) ha pagato i costi di ammortamento e avvio, arrivano i privati, che raffinano l’offerta e la rendono ottimale.
Altro discorso vale per la banca d’affari Lehman Brothers, che non tratta case per i poveracci ma titoli finanziari e imprese quotate in Borsa. Anche in questo caso, però, se non vi saranno notizie di illeciti amministrativi o peggio da parte dei top managers, la richiesta di adire alle pratiche fallimentari (cose diverse dalle procedure adottate dal Tesoro USA per Freddie e Fannie) nasce da una crisi dei mercati, che è durata più a lungo del previsto (e le crisi sono sostanzialmente imprevedibili, e hanno una quota di attitudini psicologiche e politiche degli operatori spesso più importante dei numeri finanziari) alla quale le banche d’affari reagiscono aumentando sia la massa di titoli trattati (e acquisendo anche cartaccia) che la quantità delle operazioni, oltre ad allungare sistematicamente i termini di scadenza o cessione obbligatoria dei titoli.
È un’operazione che serve al mercato e alla stabilità finanziaria. Si tira avanti aspettando che la crisi cessi, e allora i titoli “lunghi” aumenteranno di valore e perfino tanta carta straccia sarà miracolata da uno scambio alla pari con un titolo vero.
Ma le crisi hanno un quoziente politico e psicologico spesso maggiore del 50% e non sono prevedibili nella loro ciclicità. Anche il marxismo, che pensava alla crisi del capitalismo come alla caduta tendenziale del saggio di profitto, non ha mai indovinato perché si generavano nuove aree di investimento produttivo e nuovi mercati per nuovi beni e servizi che, finanziati dallo Stato o da capitalisti attivi in altri settori, aumentavano la produttività di tutto il sistema e modificavano le abitudini di consumo, in modo che le vecchie aziende mature cadevano senza portarsi nella tomba l’intero sistema capitalistico.
Ma se il capitalismo sopravvive grazie all’accesso protetto alla finanza globalizzata gestita dalle grandi banche di affari, senza innovare i prodotti, senza immettere liquidità reale nelle tasche dei compratori (con salari e stipendi alti) allora il suo destino è segnato: morte le aziende nel calderone delle streghe dei cracks finanziari, non ci sarà un altro capitalismo dei produttori che, per usare una vecchia frase ripresa da Togliatti, “raccoglierà le bandiere della borghesia che essa ha fatto cadere nel fango”.
Capitalismo reale contro capitalismo finanziario, sarà questo lo scenario geoeconomico dei prossimi anni. Buona fortuna, ne avremo tanto bisogno.
 
[18 settembre 2008]