Il futuro americano

di Marco Giaconi

Barack Obama ha vinto, come accade nelle arti marziali orientali, sia per le sue scelte che per aver sfruttato i passi falsi dell’avversario. Con la vittoria del candidato democratico (e l’affermazione dei democratici alla House of Representatives e al Senato) è finita la tradizione repubblicana che voleva una presidenza imperiale, e quindi il massimo di interventismo politico e militare globale, correlata allo “stato minimo” e alle riduzioni fiscali della tradizione reaganiana. Oggi, questa correlazione non è più materialmente possibile: o si salva l’economia USA o si continua a essere presenti in tutti i quadranti strategici mondiali.
Ironia della sorte, appena il 6 febbraio 2007 G.W. Bush e il segretario alla Difesa Robert Gates davano inizio all’African Command, AFRICOM delle forze militari USA. Del resto, dopo la fine della “guerra fredda” l’opinione pubblica americana tollera solo interventi brevi, circostanziati e poco onerosi, mentre l’azione in Iraq e la presenza autonoma USA in Afghanistan (fuori dall’ambito ISAF) ha creato non troppe spese e molti problemi. L’America è un “impero riluttante”, in cui serpeggia sempre la battuta di Jefferson “amici con tutti, alleati con nessuno”.
Sul piano economico, la deviazione tra i programmi di Obama e di McCain era massima. Ma siccome oggi l’unico vero strumento di gestione dell’economia, dopo le grandi liberalizzazioni e la globalizzazione è la leva fiscale, è sulla modulazione delle tasse che si vedono le scelte di fondo.
Le riduzioni di tasse votate dall’amministrazione Bush nel 2001 e nel 2003 arriveranno a conclusione nel 2010. La loro riconferma fino al 2018 costerà, secondo il “Congressional Budget Office”, 2.827 miliardi di dollari, naturalmente per tutto il periodo della riconferma. Misure che intendono stimolare la crescita, soprattutto favorendo la spesa dei redditi maggiori (l’1% del totale dei contribuenti USA) che hanno già ricevuto il 30% delle riduzioni di imposte, secondo i calcoli del “Tax Policy Center” federale.
Il 44° presidente americano pare intenzionato a fare una riduzione per le quattro più basse classi di reddito, parzialmente finanziata dall’inasprimento fino al 36% e al 39,6% delle due classi a maggiore reddito. Crediti di imposta, come in Italia ha voluto Giulio Tremonti, per le nuove aziende e vantaggi fiscali per le Piccole e medie Imprese USA.
Sulle minori entrate e minori spese dell’amministrazione pubblica il neo presidente degli Stati Uniti vorrà investire di più, da parte dello Stato, nelle infrastrutture, con la creazione di una “banca dei Reinvestimenti infrastrutturali” dotata di 60 miliardi di dollari, il raddoppio degli investimenti nella ricerca di base, e 20 miliardi di dollari su cinque anni per l’informatica e l’educazione.
Dove troverà tutti questi soldi il nuovo presidente?
Semplice: o aumenta le tasse, ma il risultato di queste azioni è largamente imprevedibile, o riduce gli investimenti nella Difesa, oppure aumenta l’inflazione e chiede soldi in prestito sul mercato mondiale. Ma questo potrebbe avere effetti perversi sui cicli economici e produttivi statunitensi. I prestatori sono sempre feroci concorrenti.
Barack Obama è un democratico postreaganiano: anche lui vuole far crescere l’economia stimolando la domanda, ma vuole favorire le classi meno abbienti, che spendono unitariamente di meno ma sono notoriamente molto numerose. Soprattutto nei momenti di crisi.
Se ce la farà sarà un bene per l’America, che abbandonerà la cultura della finanziarizzazione eccessiva, che l’ha portata a infestare l’universo mondo con la sua cartaccia borsistica, e per gli alleati storici degli USA, come l’Italia, che venderanno più prodotti sul mercato USA, non solo borse di Gucci e Ferrari Testarossa.
Ma la proiezione sui bilanci pubblici del programma elettorale di Barack Obama (com’era per lo sconfitto McCain) è largamente deficitaria. Il Committee for a Responsible Federal Budget ha calcolato un deficit al 2013 di -281 miliardi di dollari secondo quel programma.
Il problema è che la globalizzazione costringe i governi alla sola leva fiscale, e questa è assolutamente insufficiente per gestire i cicli economici.
Per la sanità gli USA sono al 37° posto della classifica dell’OMS sui sistemi sanitari più efficienti del mondo, e il 15,3% della popolazione non gode di copertura assicurativa-sanitaria. In questo campo Barack Obama ha promesso l’accesso eguale alla salute, l’estensione del programma federale progressiva a tutti i cittadini, e i programmi MEDICAID saranno finanziati, secondo il neo presidente, da crediti di imposta familiari e individuali, in modo che il costo assicurativo non ecceda il 5 o al massimo il 10% del nucleo familiare. Già, ma sono proprio le persone sole, gli anziani, e i disoccupati ad aver maggior bisogno di assistenza medica.
Werner Sombart si chiedeva Perché non c’è il socialismo negli Stati Uniti?, titolo di un suo testo recentemente tradotto in italiano. Già, perché?
Perché c’è stata la Frontiera dell’Ovest da aprire (“go west young man”) e perché la distanza tra singoli produttori agricoli non rendeva necessaria la solidarietà di gruppo che ha costruito il socialismo emiliano, per esempio, nato dalla solidarietà delle grandi masse di salariati a tempo, attivi nelle grandi aziende agricole della Pianura Padana.
Ma, se è per questo, non c’è stato neanche il fascismo, in USA, dove pure l’IRI venne studiato attentamente dai programmatori del New Deal rooseveltiano.
Insomma, se l’eccesso di culture solidaristiche ha reso gli europei figli un po’ bamboccioni della Mamma Stato, certamente un pochino di organico socialismo o tecnocrazia del ventennio non farebbe affatto male agli americani.
Quindi, il 44° Presidente si troverà a gestire, nella sostanza, un grande buco di bilancio, come peraltro sarebbe accaduto al suo avversario repubblicano, ma in democrazia le gatte da pelare si possono impunemente rifilare al successore. Come potrebbe risolverlo?
Dai calcoli degli economisti del NBER, proprio a Chicago, i possibili risparmi sulla proiezione armata USA nei teatri già aperti (Iraq e Afghanistan oltre ad alcuni minori) arriverebbe a raggranellare circa 124 miliardi in cinque anni. E l’abbandono del quadrante iracheno non modificherebbe granchè il dato. Ma se il presidente Obama riprenderà la tradizione ciclica degli USA, che ad una espansione spesso frettolosa dei fronti militari fanno succedere una chiusura nazionalistica e pacifista, ugualmente frettolosa, allora sarà il momento dell’Europa. Che dovrà accollarsi le spese di una presenza seria, di peacekeeping o altro, nei quadranti ancora aperti e in quelli che si vanno delineando. Per non parlare della lotta al terrorismo jihadista che, con G.W. Bush è stata messa in atto leggendo, erroneamente, Al Qaeda come una organizzazione correlata agli Stati dell’”Asse del male”, mentre invece era, ed è, una organizzazione di tipo nuovo con una politica globale del jihad che ha poco o nulla a che fare con gli stati islamici radicali (Iran, Siria, Pakistan) ma che può allearsi temporaneamente con questi e quelli per i propri fini. L’Europa, se l’America si rinchiuderà nel suo guscio chiuso da due oceani, dovrà finalmente pensare alle questioni del jihad globale, che si risolve con l’impegno politico-militare e di intelligence, che le classi dirigenti europee non vogliono ancora prendere troppo sul serio. Se posso permettermi un consiglio, vorrei che i Capi di Governo europei e la Commissione UE iniziassero, con il 44° Presidente USA, un discorso non ancora ben chiarito: l’apertura dei mercati USA ai prodotti di largo consumo della UE, per evitare agli americani di legarsi mani e piedi ai cinesi e per favorire davvero quella nuova liquidità dei poveri e della middle class americana impoverita dalla crisi finanziaria e immobiliare. Basta con il protezionismo americano, che favorisce solo le industrie decotte e quelle foraggiate dallo Stato. Comunque, auguri, America!
 
[6 novembre 2008]