Il mito del federalismo
Mentre il mondo si globalizzava, l’Italia ha scoperto le piccole patrie, il territorio, le identità locali. La presenza di una forza politica che presidiava il Nord, area produttiva del Paese e canale di collegamento con l’Europa, ha fatto sì che tutte le altre culture politiche rincorressero la Lega Nord sul terreno del federalismo. Mentre il mondo scopriva i grandi flussi finanziari, legali e illegali (e l’economia “nera” fattura, nel globo, circa quanto il sistema petrolifero) e la dislocazione di intere filiere produttive in Asia, in America Latina, in India, noi pensavamo a proteggere i nostri distretti industriali adattando la taglia delle istituzioni politiche alle dimensioni sub-regionali di quelle aree economiche, le uniche rimaste, dopo la fine della grande impresa sotto i colpi di Tangentopoli, ad essere davvero capaci di surplus. Quindi, da un lato la Lega rappresentava gli unici sistemi produttivi rimasti in piedi dopo la ristrutturazione del sistema italiano dopo la crisi del 1989 e la fine della “Prima Repubblica”; dall’altro costruiva i suoi successi politici su un progetto irrealistico e pericoloso: la decomposizione dell’unità politica e territoriale italiana in rapporto ai danè, alla geopolitica della piccola e media impresa che sopravvive negli interstizi di mercati globali dominati da ben altri giocatori internazionali.
Un ruolo marginale per l’Italia, dopo che essa era stata l’antemurale vero della guerra fredda, a cui corrisponde la strutturale incapacità politica nel modificare i flussi globali. Vi immaginate una regione o una piccola patria che si permettono di resistere all’attacco di un “fondo sovrano” cinese, russo o kuwaitiano? C’è da sorridere.
Tanto più vincerà il federalismo, tanto minore sarà la capacità delle istituzioni, locali o nazionali non importa, nel resistere alle guerre commerciali, finanziarie, energetiche, e infine militari in senso stretto che potrebbero vedere implicato il nostro Paese per difendere il proprio modello produttivo e la sua posizione economica. In economia e in geopolitica la carità non esiste e se lasceremo gestire i mercati globali dei nostri quasi 150 distretti dalle volontà e dagli interessi altrui, la piccola e media impresa italiana farà presto la fine della grande industria azzerata da Tangentopoli. Come accadde subito dopo la scoperta dell’America, le nostre aree produttive rimarranno magari di eccellenza, ma non potranno penetrare nei nuovi mercati, nei quali si espanderanno le produzioni a bassa qualità, ma a basso prezzo, che in Fiandra, in Spagna, nella Francia settentrionale, in Germania riusciranno a coprire la nuova domanda in espansione. E noi rientreremo nella grande depressione culturale e politica che caratterizzò la Penisola dal ‘500 fino a tutto il ‘700.
Occorre quindi non una sequenza di piccole e irrilevanti patrie, ma un forte stato centrale che sappia gestire, con meno costi inutili, le trattative che contano: quella con l’Organizzazione Mondiale del Commercio, per esempio, dove le richieste italiane contro il dumping (la vendita sottocosto sui mercati esteri per “bruciare” i concorrenti) sono 152, e dove le dispute pendenti per l’Italia sono 80. Ce lo vedete un sindaco di Qualcosa di Sotto a trattare con il cileno Mario Matus, presidente del consiglio generale del WTO? Io no. Oppure ad impostare le trattative sugli investimenti in Italia da parte dei 51 Fondi Sovrani censiti nel globo, dove non c’è nessun Sovereign Fund italiano ma invece è attivo perfino un National Fund for Hydrocarbon Reserves della Mauritania? Questi “fondi” sono fondi di investimento posseduti integralmente dagli Stati. Stati nazionali, non piccole patrie, Ruritanie e Vallechiare ignote e fantasiose, che peraltro non potrebbero certo gestire asset così cospicui per manovrare i quali occorre una specifica professionalità e una esperienza del mercato-mondo che sarebbe ben difficile reperire tra i cumenda brianzoli o tra gli imprenditori del distretto della giostra di Melara, in Veneto. Più Stato e più Mercato, altro che piccole patrie e federalismi interstiziali tra gli attriti del mercato globale, che non hanno poi nessuna capacità di influenzarlo.
La questione del federalismo fiscale, poi, è rivelatrice di questo cupio dissolvi nazionale, che dalla Lega Nord si è diffuso in tutto il sistema politico italiano. Certo, la normativa sul federalismo fiscale introduce criteri razionali: la responsabilizzazione dei centri di spesa locali, per esempio. Ma se le Regioni compiono scelte dannose e costose, i cittadini non sono liberi di modificarle, per l’ottimo motivo che gli sprechi, per esempio nella sanità, creano debiti verso i privati che la Regione o il Comune devono comunque sanare. Per non parlare del fatto che, nelle amministrazioni periferiche, le scelte di spesa vengono compiute in genere da tutte le forze politiche, che infatti sopravvivono con le dazioni provenienti dai servizi concessi ad aziende esterne o a municipalizzate.
La sanità è un caso di questi giorni, soprattutto nel Meridione, ma è bene ricordare che la criminalità organizzata gestisce, secondo i dati della Commissione d’Inchiesta sul ciclo dei rifiuti, operante dal 1997 al 2001, l’86% del sistema delle discariche in tutta Italia. Quindi, l’idea che l’elettorato possa “punire” la regione spendacciona è un pio desiderio. Salvo poi immaginare che la Regione sprecona, con i sovraredditi illeciti, non possa fare come faceva appunto “Roma ladrona”, ovvero garantirsi delle clientele elettorali da mobilitare al momento buono.
Vi è poi un altro fatto: che la spesa centrale, come peraltro quella periferica, sono difficilmente comprimibili: le tasse tendono ad aumentare, non a diminuire, per l’ottimo motivo che gran parte dei servizi erogati, buoni o cattivi che siano, hanno costi-base che tendono comunque a lievitare e che dipendono, in gran parte, da valutazioni non economiche e da oscillazioni di carattere demografico. Si potrà pensare quello che si vuole dell’INPS, ma se aumenta la quota di popolazione anziana, aumenterà il monte-pensioni. Se poi aumentano le necessità delle Forze di Polizia, per la diversa conformazione della criminalità organizzata, per esempio, o della delinquenza locale, occorre spendere, indipendentemente dalle scelte politiche o dalla efficacia delle azioni di contrasto. Per non parlare della politica estera, o di quella per l’innovazione tecnologica. E perfino la sanità pubblica ha dei cicli che dipendono dall’evoluzione dei farmaci e dalla emersione di nuove patologie, e non da una valutazione generica di carattere contabile. Allora, la soluzione è presto detta: molti dei costi di “Roma ladrona” rimarranno inevitabilmente elevati e fissi, mentre si aggiungeranno gli ulteriori costi, per i cittadini, della finanza locale che dovrà raccogliere risorse finalizzate sul suo territorio, e che se spenderà male, come è fortemente probabile, non sarà sanzionabile dagli elettori o perché tutti hanno messo le mani nella marmellata, o perché le clientele elettorali create con la spesa a debito si muoveranno per salvare i loro portafogli.
La soluzione? Meno impiegati pubblici, fannulloni o meno, da pensionare subito, abolizione delle Province, accorpamento di molti comuni minori (altro che “piccole patrie”!) rendicontazione obbligatoria delle spese sui mass-media per la Pubblica Amministrazione, locale e nazionale, impossibilità per i comuni e le regioni di accedere alla “finanza creativa” (e ne vedremo delle belle, tra poco), una autorità indipendente ed esterna dalla Pubblica Amministrazione che faccia auditing sulle finanze locali, estensione della class action alle Amministrazioni dello Stato, come peraltro già previsto dal Ministro Brunetta, apertura del mercato dei servizi pubblici a cooperative all’autofinanziamento degli utenti, il che sarebbe una ottima idea soprattutto nel sistema scolastico. Altro che dialetto in classe! E poi, chi dovrebbe insegnarlo, il dialetto? Qualche vecchietto reclutato sulle panchine dei giardini pubblici? E chi lo paga, e la domanda ora diviene maliziosa, l’insegnante di ravennate o della “halata di ‘ollesalvetti, diobò”, come la chiamava Luciano Bianciardi? Come lo selezioniamo? Ma sarà davvero quella, l’inflessione tipica della Val Germanasca? Insomma, uscendo dalla metafora dialettal-scolastica, occorre evitare che, dopo una clientela nazionale, i cittadini debbano pagare anche quella delle piccole patrie.
[20 agosto 2009]

