Il mito delle primarie
Dopo le dimissioni di Walter Veltroni si è aperto nel Pd un dibattito su cosa fare, se eleggere subito un nuovo segretario o andare alle primarie e/o a un congresso anticipato. Sappiamo tutti come sono andati i fatti, quale scelta è stata presa, ma il dibattito sui giornali, tra i militanti, simpatizzanti o semplici commentatori, soprattutto sul web, è continuato, spesso con accenti critici nei confronti di tale scelta. Il punto è, come sintetizzato il 23 febbraio scorso dal vice direttore de L’Unità, Giovanni Maria Bellu, “se fosse stato per la maggioranza (una maggioranza schiacciante) espressa dai messaggi on-line, le nostre pagine di politica interna oggi non si occuperebbero del giuramento di Dario Franceschini a Ferrara ma dell'avvio dell'organizzazione delle primarie (o del congresso-subito)”. E a questa si potrebbero aggiungere altre citazioni.
Per farla breve, è indubbio che sul web la maggior parte dei commenti di blogger e di utenti vicini al Pd sia critica nei confronti della scelta presa dall’Assemblea nazionale, molto meglio a loro giudizio avviare un percorso verso nuove primarie. Se a questo aggiungiamo alcune dichiarazioni di esponenti del Pd altrettanto critiche, è facile che passi il messaggio, che alcuni commentatori politici insinuano, che abbia vinto ancora una volta l’oligarchia, cioè che la scelta sia stata presa dalla solita nomenklatura di partito. Ma, dall’altra parte, non possiamo essere così ingenui da non considerare che le primarie possono essere usate in questa fase come un’arma retorica utilizzata dalle minoranze interne per contestare la maggioranza che detiene, in qualche modo, la leadership.
Ma al di là di questo, ognuno ha le sue opinioni, quello che mi sembra sbagliato è far coincidere democrazia partitica con primarie, come invece emerge da molti forum e da alcune dichiarazioni. Si possono fare tutte le primarie che si vogliono ma il partito può essere non democratico al suo interno. Per rendere un partito democratico si possono utilizzare come strumento le primarie, ma sicuramente non devono essere il solo strumento e non devono essere considerate acriticamente sempre lo strumento migliore e necessario.
Detto in altri termini, non credo che le primarie siano la panacea a tutti i mali del Pd, anzi ritengo che primarie come quelle del 14 ottobre 2007 che hanno eletto Veltroni a segretario del Pd siano tra le causa della crisi attuale del partito. Quindi ripetere qualcosa di simile sarebbe stato un’ulteriore sbaglio, ma questa volta col senno di poi, cosa sicuramente più grave.
Questa mio atteggiamento nei confronti delle primarie deve essere articolato e giustificato, ma prima voglio fare due precisazioni.
Innanzitutto, se vogliamo affrontare un discorso serio, è necessaria una chiarezza concettuale: quelle del 14 ottobre 2007 non sono state primarie, quel giorno è stato eletto, in maniera del tutto anomala o originale (scegliete voi) il segretario di un partito. La definizione di primarie, universalmente riconosciuta da tutta la letteratura, è quella di elezioni finalizzate alla selezione di candidati a cariche pubbliche, e si chiamano appunto primarie perché a esse seguirà la fase successiva dell’elezione.
L’altra, è sull’assemblea che ha eletto Dario Franceschini segretario, la cosa che più mi ha fatto riflettere e che mi ha infastidito non è la scelta di eleggere un segretario, che invece ha indignato il popolo del web, ma la percentuale vergognosamente bassa di delegati che hanno partecipato. Non si può negare che anche questo sia un effetto delle primarie dell’ottobre 2007, diciamo pure che questi delegati sono i figli di quel sistema, sicuramente da rivedere, di elezione del leader. A questo punto mi viene in mente un altro mito su cui varrebbe la pena soffermasi a riflettere, e cioè la bontà incondizionata e assoluta della cosiddetta società civile, ma questo è un altro discorso.
Sarà chiaro che in questo caso non si sta parlando di primarie ma di elezione del segretario di un partito aperta a tutti i cittadini iscritti o meno a quel partito, cosa che, per quanto ne sappia io, non è mai accaduta nelle democrazie occidentali.
A dire la verità, lo Statuto del Pd ha riportato ordine, riservando il termine primarie solo per “le elezioni che hanno per oggetto le scelta dei candidati a cariche istituzionali elettive” (capo IV, articolo 18, comma 1), ma non è stato recepito dal linguaggio politico e giornalistico. Detto questo, è giusto definire primarie le consultazioni che si sono svolte in tutta Italia nel Pd per scegliere i candidati per le prossime elezioni amministrative. Queste sono state primarie vere e competitive con risultati anche inaspettati. L’unico punto su cui dovremmo riflettere è su ciò che con un termine politologico inglese viene definito selectorate, trasposto in italiano con selettorato. In parole povere: l’insieme di coloro che hanno il diritto di votare e quindi di scegliere i candidati che si presentano alle primarie. Da qui discendono due tipi di primarie, quelle aperte in cui il selettorato coincide con l’elettorato, come nel caso degli Stati Uniti; quelle chiuse in cui il selettorato è limitato agli iscritti al partito, è il caso delle primarie di diversi partiti europei. Va da sé che le primarie con cui sono stati scelti i candidati del Pd alle amministrative sono del primo tipo, cioè aperte.
Nelle primarie di questo tipo c’è sempre il pericolo di inquinamento del risultato per i possibili voti di simpatizzanti della parte avversa, che hanno l’interesse a far vincere il candidato che ritengono meno forte nella sfida decisiva con il proprio. Questo soprattutto in contesti di primarie non istituzionalizzate come in Italia, a differenza, per esempio, dagli Usa, dove le procedure delle primarie seguono regole stabilite dai diversi stati federali, ma anche qui, come vedremo, non hanno di per sé una valenza totalmente positiva.
L’unica cosa che mi sembra interessante notare a proposito delle primarie locali è che molti partecipanti ritenuti outsider, che sono riusciti a vincere, hanno incentrato la loro campagna nella critica e nella presa di distanza dalle amministrazioni precedenti del centrosinistra (la mia riflessione si basa sull’osservazione di alcune primarie nei comuni toscani amministrati da sindaci del Pd). Allora mi chiedo: il candidato del Pdl non potrà giocarsi nella campagna elettorale una distanza ancora maggiore rispetto all’outsider del Pd?
Intendiamoci, non voglio dire che le primarie siano sbagliate, tutt’altro, ritengo che nella scelta dei candidati per sindaco siano giuste, ho qualche dubbio sulla modalità in cui si sono svolte, e con questo non voglio affatto dire che siano un bene solo quando sono gestibili dagli apparati dirigenti del partito, ma solo che in Italia sono in una fase sperimentale e poco meditata dagli organizzatori. Per cui ci sono dubbi sulla loro efficienza competitiva, cioè se i candidati che hanno vinto le primarie siano candidati vincenti nella competizione elettorale, a questo proposito sarà interessante vedere i risultati delle elezioni amministrative di giugno e sulla loro efficacia democratica, cioè se siano lo strumento migliore per democratizzare un partito, ammesso che questo sia il fine, almeno è questo che viene detto delle primarie e richiesto a esse. A questo proposito mi limito a due osservazioni.
Per cominciare, le primarie accentuano il fenomeno della personalizzazione della politica oramai conosciuto in tutte le democrazie occidentali, e a questo consegue forse che il legame, soprattutto di
linguaggio, tra politica e media si faccia più presente, accentuando ancor più un dilemma non ancora risolto per molti partiti, e cioè che la “modernizzazione della comunicazione offre ai protagonisti della politica numerose opportunità ma, al contempo, essa li vincoli rendendoli schiavi, o quantomeno prigionieri, della logica dei media” (Sani, a cura di, Mass media ed elezioni, Il Mulino, 2001, p. 13).
Secondo, le primarie vengono sbandierate come strumento per smantellare le oligarchie, come possibile strada del sempre invocato ricambio generazionale, ma non è automatico che attraverso le primarie si affermi una nuova classe politica. Per esempio, consideriamo la storia delle primarie americane. Esse, pur nascendo come risposta allo strapotere degli oligarchi di partito, oggi permettono nel Congresso oltre il 90% di quello che in inglese si definisce incumbency success, cioè che oltre il 90% dei membri del Congresso uscenti che si ricandidato vincono le primarie.
Con ciò non voglio dire che le primarie portino a questo fenomeno, non ho sufficienti dati scientifici per poterlo affermare, ma semplicemente, ed è cosa ben diversa, che anche un sistema di primarie aperte non è garanzia per evitarlo.
A queste osservazioni se ne potrebbero aggiungere altre, ma credo che siano sufficienti per il mio discorso che è molto semplice: le primarie non sono una risposta valida sempre e comunque per tutti i problemi. Fermo restando che, personalizzazione esasperata della politica, a scapito di linee programmatiche, eccessiva commistione di linguaggi tra politica e media, immobilità delle élites politiche, siano considerati elementi negativi, le primarie non sono lo strumento per risolverli, o almeno, non sono il solo strumento democratico per risolverli e comunque non sempre il migliore, occorre sempre analizzare il momento la situazione e, come tutti gli strumenti più o meno democratici, anche le primarie hanno degli elementi positivi e negativi. L’importante è averne una concezione teorica critica per poterne limitare gli aspetti negativi e sfruttarne quelli positivi che indubbiamente ci sono.
Concludo riportando due argomenti, l’uno a favore e l’altro contro, le primarie aperte, come quelle effettuate dal Pd per la selezione dei candidati alle amministrative, due argomenti che semplificano in estrema sintesi dibattito internazionale in merito.
L’argomento contro più convincente è quello che sottolinea la mancanza di peso tra iscritti, attivisti, semplici elettori o simpatizzanti e, in casi distorti, elettori dei partiti rivali nella scelta dei candidati. In definitiva, non c’è nessun incentivo per gli attivisti, il che rischia di deprimere una partecipazione attiva e un impegno costante nel partito, con il risultato di allontanare coloro che s’impegnano di più, che ci mettono più energia. Questo è secondo me un aspetto da tenere particolarmente sott’occhio in un paese come l’Italia di scarsa cultura civica. Sarebbe, sempre a mio avviso, disastroso credere che possa essere fatta l’equazione tra Stati Uniti e Italia.
L’argomento più convincente e maggiormente condiviso a favore di primarie aperte è quello che sottolinea come esse possono favorire l’emergere nuovi temi, nuovi punti di vista e personalità nuove che portino nuova vitalità nei partiti. L’esempio ormai classico positivo è la vittoria delle primarie da parte di Barack Obama, ovviamente tutto amplificato e reso perfetto dalla successiva elezione a Presidente, ma qui parliamo di primarie.
Non posso fare a meno di chiedere: bastano delle primarie aperte per avere un Obama italiano?
[25 febbraio 2009]

