Il PDL mai nato
Gianfranco Fini ha mollato, a pranzo, una spigola metaforica sul cerone del Cavaliere di Arcore e Berlusconi, come è tipico di quelli che non hanno ancora superato la fase pre-edipica, dà la colpa all’altro. Sul piano psicologico e caratteriale, i due non si sono mai amati. Ma in politica, come nei matrimoni borghesi, l’amore è un optional. Nelle mire di Berlusconi, Fini doveva essere la faccina beneducata del PDL, quella da sfoderare quando si deve trattare con il Presidente della Repubblica o con Barack Obama, mentre magari si fa aspettare la Merkel parlando al telefono, manco fosse la fidanzatina del liceo, con il primo ministro turco, Recep Tayyp Erdoğan, leader della parte “moderata” (diffidare di questo termine, sempre) del Partito del Benessere, formazione messa al bando nel 1998 dalla Corte Costituzionale di Ankara che poi si è fusa con il Partito della Virtù (seconda diffida ai lettori) dando vita infine all’AKP, Partito per la Giustizia e per lo Sviluppo. E poi c’è chi, in Italia, si scandalizza per il “partito dell’amore”. Provinciali! Si tratta, comunque, per quel che riguarda la Turchia, di partiti-affari che sono collegati con gli interessi petroliferi e finanziari sauditi e kuwaitiani. Tra poco, russi. Il sogno del Cav.! Un partito che si comporta come una società di consulenza per il big business. Detto tra parentesi, e da tecnico del settore, solo la sesquipedale imbecillità della UE è riuscita a premere perché i militari turchi non possano più avere un droit de regard sul sistema politico di Ankara che, se infiammato dal jihad o dall’islamismo wahabita degli Al Saud, già operante in Croazia e Albania, potrebbe incendiare definitivamente l’Europa imbelle che ci ritroviamo. Gli americani sono andati “succhiando la ruota”, come si dice in gergo ciclistico. Quando c’è da fare una bischerata per “esportare la democrazia”, a Washington non si tirano mai indietro. Ma il pluralismo ha le sue leggi, che il cervello non comprende. In ogni caso, il Presidente della Camera ha un difetto. Da vecchio leader del Movimento Sociale Italiano, è uno che alla forma-partito ci crede. Il MSI è stato un partito vero, per certi aspetti più verticistico e strutturato dello stesso Partito Comunista. D’altra parte, come cantavano gli squadristi del ’21, “comunisti e fascisti giocavano a scopone, vinse Mussolini con l’asso di bastone”. Esilarante, ancora oggi, la lettura del capitolo di Malaparte, nella sua “Tecnica del Colpo di Stato”, quando Curzio porta in giro il giornalista del Times, tutto pieno di gnagnera democratica, a vedere i proletari fiorentini che, la notte prima della fatidica discesa verso la Capitale, stanno preparandosi per la Marcia su Roma, il golpe bianco del duce, e gli fa notare le “manone marxiste” dei sanfriedianini che stanno partendo per portare all’idiota piemontese l’Italia di Vittorio Veneto. Loro l’avevano fatta, sul Piave e a Cima Vezzena, e non volevano vederla posta in svendita dal suddetto idiota, come poi comunque avverrà. Mussolini, da socialiste révolutionnaire, viene arrestato dalla polizia alla stazione di Lucerna, e i miei studenti zurighesi mi facevano sempre notare che “noi avevamo capito subito chi era”. Berlusconi, casomai, i poliziotti li evita, et pour cause, non li sfida come il “compagno” Benito Amilcare. Ma, per tornare alla noiosa attualità, la forma-partito è morta, e Berlusconi interpreta correttamente, con la sua plastica amorosa e cerulea, questa trasformazione della politica italiana. Cosa farebbe Gianfranco Fini con la sua Fondazione Alleanza Nazionale, forte di 150 immobili di pregio, liberi da censi livelli e ipoteche, come recita la formula giuridica, e un bel pacco di rimborsi elettorali? Sedi locali? E oggi a che servono? E poi, con la guerra che gli farebbe il Cavaliere di Arcore, ce lo vedete voi un imprenditore a finanziare la nuova struttura di Fini, e aspettare i ritorni? E poi, comunque, quale sarebbe il progetto del Presidente della Camera? Rimanere al palo con una ridotta parlamentare non ha senso. Raccogliere le sparse membra di radicali di destra, liberali incarogniti contro il Cav., che liberale non è manco di notte, qualche repubblicano sedotto dal pelo alto 12 centimetri. Sto parlando del tappeto che ricopre nell’area studio il pavimento della Villa di Arcore. Il fatto è che il provincialismo del nouveau riche è un mito ideologico, prima che televisivo, fortissimo per l’italiano medio. Gianfranco propinerebbe, alle masse sedotte e ulteriormente rinconglionite dai Grandi Fratelli, analisi dotte e dialoghi sottili, aperture alla sinistra e ricordi evoliani, futurismo e riforma delle pensioni, diminuzione delle tasse e esoterismo alla Guènon. Tutto ottimo, ci mancherebbe, ma il popolo non capisce, è proprio il suo mestiere non capire. Altrimenti, sarebbe classe dirigente. E, per dirla con i marxisti, quale sarebbe la “composizione di classe” di questo partito? Il problema, per il PDL berlusconiano, non si pone nemmeno. Al Cavaliere, dei partiti, compreso il suo, frega meno di niente. Lui vuole che vengano eletti parlamentari che dicono sempre di si. Si pagano la campagna elettorale, ci mancherebbe, poi giurano nelle mani del capo, in una cerimonia che nel diritto islamico si chiamerebbe Bayat, come quella che richiede Bin Laden alle organizzazioni jihadiste che chiedono la protezione dell’ombrello di Al Qaeda. Berlusconi oggi ha passato la quota Forza Italia del PDL alla Lega, che è bravissima a raccogliere i voti, mestiere che ai berlusconiani non viene troppo bene, ed è quello che serve. Ci fosse qualche anarchico bravo a prendergli le preferenze, al Cav. andrebbe bene lo stesso. La Forza Italia del Nord è una commistione tra “Comunione e Liberazione”, la sua area imprenditoriale, la “Compagnia delle Opere”, qualche supporto imprenditoriale nelle Confindustrie locali, un po’ di CISL e, come si dice in gergo marinaro, alla via così. Ora questo sistema è gestito dalla Lega, e al Cav. non frega niente. Per la Forza Italia-PDL del Sud, lasciamo perdere. Non è un caso che il ministro Maroni, ottimo responsabile degli Interni, sia espressione di un partito che non ha neanche uno sgabuzzino aperto nel Mezzogiorno. E il consenso, come accade anche in altri casi, il Cav. lo vuole già bello e scodellato nel piatto dalle strutture parallele e correlate, nella famosa e infernale “società civile”, al PDL. Sostenere un partito che fa “ideologia” o, peggio che andar di notte, “cultura” a Berlusconi non passa neanche per la base del midollo osseo. Il PDL, visto da Arcore, è un bancomat elettorale. Il modo migliore è quello di prendere voti da chi ce li ha già. Punto. Ed è quello che una società smarrita e impoverita, ignorante e plebea, marginale e estetizzante vuole. Un partito che fa la morale ma strizza l’occhiolino a tutti, e che mette insieme progetti incompatibili, basta che ci sia, alla fine, l’invocazione che “meno male che Silvio c’è”.
Certo, un partito-canzonetta, un gruppo parlamentare sanremese, una linea politica che sta tra Bombolo e Frank Sinatra. Impossibile che duri, e durerà meno di quanto pensa anche il Cav. Ma, con ogni probabilità, arriverà a un punto di svolta che serve al Fondatore: portarlo fuori dai suoi casini personali e dargli quel lustro internazionale che una carriera, pur fulgida, di imprenditore un po’ chiacchierato non gli ha finora dato. Fu proprio Berlusconi a chiedere a Craxi, che gli rispose ridendogli in faccia, che voleva fare il Ministro degli Esteri. Il lettone di Putin, la telefonata a Obama, le infinite e, immagino, fastidiosissime pacche sulle spalle a Sarkozy sono il suo titolo di nobiltà, quelle cose che non si comprano con i soldi. Quindi, per Gianfranco Fini c’è una sola via di uscita dal matrimonio forzato con il baüscia. E peraltro il Presidente della Camera di matrimoni con persone poco adatte alla Corte britannica ne ha già avuta ampia esperienza. Inutile “fare un partito”. Un gruppo parlamentare dovrebbe dare garanzie, ai suoi membri, di poter essere rieletti. E la cosa non è facile. Probabilmente, Fini immagina che il grado di silenziosa tensione nel PDL contro i diktat di Berlusconi sia arrivato al massimo. In parte, ha ragione. Ma i dirigenti “tengono famiglia” e sanno che la tensione vendicativa del Cav. è pari solo a quella di un capo tuareg. Quindi, fino a che il soufflé PDL non si smoscierà da solo, faranno tutti finta di essere più monarchici del re, salvo poi dirne di cotte e di crude appena girato l’angolo di Palazzo Grazioli, a bersi una lager alla Birreria Peroni lì dietro. Se Fini riuscirà, a parte i vecchi “colonnelli” di AN, suoi nemici da sempre, a incendiare futuristicamente il PDL e l’area che va da Rutelli ai Repubblicani, dai Radicali di Benedetto della Vedova ai ragazzi del “Foglio”, fino a qualche cattolico “terzista” dalle parti dell’UDC, allora l’operazione potrà andare in porto. Se Fini poi leggerà che, a parte la retorica berlusconiana sull’”Italia rispettata nel mondo”, gli USA sono incavolati neri per la penetrazione affaristica e politica di Putin in Italia, quello del “lettone”, che non hanno digerito le attività in Libia, che non si sono ancora convinti che Berlusconi sia un partner efficace in Medio Oriente, allora si aggiungerà un’altra pedina alla scacchiera del Presidente della Camera. Se poi, ancora, Fini capirà che la Germania ha un altro progetto per l’Euro, e non vuole un nuovo quasi-default come in Grecia, se infine Fini capirà che la Cina vuole un partner credibile nel Mediterraneo, e non un Paese di molte parole e pochi fatti, anche questo sarà fatto. Certo, bisognerà vedere se il gruppo finiano alla Camera sarà abbastanza forte da gridare che “il Re è nudo”.
[24 aprile 2010]


