Il Precario Estinto
Come dicevano giustamente i Futuristi, il politico di professione è un incorreggibile incompetente. Infatti la questione del lavoro precario, su cui i vari candidati alle elezioni si sono gettati come bambini sulla torta al cioccolato, non fa eccezione a questa regola.
Secondo i dati Eurostat, rintracciabili nell’audizione del presidente dell’ISTAT Biggeri alla Camera dei Deputati, del 7 Novembre 2006, nell’Europa a 25 Paesi l’incidenza dei contratti a tempo determinato è pari, secondo i dati del primo trimestre 2006 (gli ultimi che abbiamo completi, la statistica è come i mariti cornuti, che sono gli ultimi a saperlo) al 14,9% dell’occupazione dipendente.
L’Italia presenta peraltro incidenze del lavoro a termine leggermente più basse di Francia e Germania, e fino al 2005 l’incremento del lavoro a termine si è concentrato in larga parte nel Sud (+94mila unità). Il lavoro a termine dal 2000 al 2005 ha riguardato quasi esclusivamente la manodopera femminile, cresciuta di 99mila unità.
Dal 2000 al 2005 la quota di lavoro a termine sul totale degli occupati si è ridotta dal 12,7 % al 12,3%. I dati ISTAT sono tutti coerenti al riguardo.
Per quel che riguarda le tipologie di attività in cui è maggiormente presente il lavoro a termine, il settore più “precariato” è quello dei servizi, con il 12,4% degli addetti con contratto a termine, e questo dato riguarda il 2006.
Ma le incidenze relative più alte si raggiungono nel settore dell’agricoltura (237mila occupati temporanei) e nell’area “alberghi e ristorazione” (19,7% del totale del precariato).
Subito dopo ristorazione e alberghi, nella lista d’oro del precariato viene l’area “sanità istruzione e altri servizi sociali” con il 16,6% del totale precari, sempre a metà del 2006.
I contratti a termine, nel Centro Italia, al secondo trimestre 2006 sono del 9,5% sul totale, mentre nel Sud arriviamo al 13,2%. Ma la vera differenza avviene nella distribuzione del precariato tra i sessi: nel totale dei lavoratori a termine, i maschi sono il 7,8% del totale dei precari, mentre le donne arrivano quasi al doppio, il 12,2%.
Per quel che riguarda le classi di età, la maggiore incidenza di lavoratori temporanei (che oggi sono circa il 27,6% degli occupati) si registra tra i giovani di 15-29 anni, che sono il 40,7% del totale dei precari, ma una consistenza simile si ha nella fascia di età tra i 30 e i 40 anni e, peggio ancora, nell’area del lavoro a termine che riguarda gli over 40. L’età in cui Gianni Agnelli ha preso davvero in mano la FIAT è quella in cui una vasta area di lavoratori, che dovrebbero iniziare a pensare alla pensione, o alla prostata che fa male, continua a passare da un lavoraccio all’altro.
Quando le assicurazioni sociali per la vecchiaia divennero legge dello stato tedesco, sotto l’egida di Otto Von Bismarck, lo “spread”, il divario tra età dell’abbandono del lavoro attivo (nelle fabbriche-mamma che ti tenevano fino in fondo, e che ti davano la casa e magari ti offrivano il viaggio di nozze con la collega) era di pochi anni. Il sistema era in attivo. L’accelerazione delle innovazioni tecnologiche e l’allungamento della vita media ha portato questo sistema tradizionale al collasso.
C’è una soluzione?
Credo di sì.
Una assicurazione per il precariato che si costruisca su una quota dell’IVA. L’IVA è una tassa “a trasporto”, come la chiamava Ugo la Malfa che la introdusse compiutamente in Italia, la paga realmente solo il consumatore finale. E il lavoro precario, a parte il settore pubblico (l’insegnamento e i servizi sociali) è un comparto che riguarda consumi verificabili.
Una quota dell’IVA che vada a un fondo nazionale per la pensione ai precari, e che naturalmente possa integrare i redditi “frizionali”, quelli del passaggio da un lavoro all’altro. Occorrerà vedere se una legislazione in questo senso sia compatibile con la camicia di Nesso dell’UE, secondo la quale un infiaschettatore di Porto a Lisbona viene trattato come un vinaio di Gaiole in Chianti. E comunque occorre riformare il collocamento, sia pubblico sia privato, e determinare un sistema nel quale si deve accettare il secondo lavoro offerto, pena la decadenza del sussidio, che dovrebbe arrivare, nell’arco di una permanenza nell’area di disoccupazione da un lavoro precario all’altro, a sei mesi al massimo.
E torniamo ai dati italiani: i temporanei oltre i 30 anni rappresentano oggi il 60% del totale, e un terzo circa di questi tiene un contratto a termine dai 40 anni in su.
E il problema non è “politico”, come dicevano quelli delle assemblee nel sessantotto, ma sociale e reddituale: la marginalizzazione sociale del lavoro precario deriva dal fatto che, in Italia, oltre il 40% (lo dice sempre il presidente ISTAT nella sua audizione) dei ragazzi precari, ex-co.co.co. o prestatori d’opera occasionali vive in famiglie dove nessun altro membro è occupato oppure, se occupato, ha un altro contratto a termine o di basso livello.
Le donne precarie sono il 15,4% del totale delle occupate, mentre solo il 9,4% sulla media nazionale è la percentuale oggi degli uomini occupati temporaneamente. Non sarebbe opportuno che anche le femministe, oltre a parlare dei loro problemi, iniziassero a dedicarsi alla qualità e alla tutela del lavoro (e della dignità personale) delle donne?
Per quel che riguarda il livello di istruzione, circa un milione di precari ha assolto solo l’obbligo scolastico e circa un milione e 200mila ha un diploma di scuola media superiore. È qui il vero “caso italiano” del precariato: una università squalificata, che sforna lauree in bischerate (la ”scienza delle comunicazioni”, che in Italia si fa sul serio solo in tre sedi), i vari DAMS periferici che sono serviti solo a far sentire degli intellettualoidi di provincia, tanti umbertiechi, ha prodotto una miriade di ambizioni sbagliate, una pressione sull’insegnamento medio che smaltirà tutti i precari della docenza in circa 65 anni, secondo i dati del Ministero competente.
Quindi: stimolo e miglioramento nel settore dell’istruzione professionale, selezione all’entrata per le facoltà universitarie (il numero chiuso sarebbe ottimo, ma è politicamente difficile da gestire oggi) una gestione delle situazioni interstiziali del lavoro precario, magari con un bonus fiscale per le aziende che passano al contratto a tempo indeterminato, un sostegno alla creazione di cooperative autonome tra precari. Lo Stato (o l’Ente locale) garantisce un finanziamento UE a una cooperativa di giovani camerieri – tanto per fare un esempio – che trasferisce le detrazioni di legge a un fondo comune tra i soci, che può essere utilizzato per la formazione o per la pensione futura.
Molte idee potrebbero realizzarsi, se ci fosse un kantiano buon esempio.
[8 aprile 2008]

