Il presente e gli assenti

di Vittorio Foa

Vorrei porre il problema del rapporto fra l’esigenza di provvedere ai bisogni in atto e quella di pensare contemporaneamente alle necessità degli altri, cioè del rapporto, nel tempo, fra presente e futuro, fra presenti e assenti, e assenti che sono poi anche lontani. Questo è un nodo della modernità sul quale è importante che la sinistra prenda posizione. Non può essere né la spasmodica difesa del presente, come spesso è, né l’accettazione passiva di quella che viene interpretata come la tendenza storica prevalente: la storia giustifica tutto, quindi facciamo quello che la storia ci detta. La sinistra, che per sua natura è sempre legata alla sofferenza degli uomini, quando c’è un processo di trasformazione rapida, è immediatamente portata a difendere, a conservarfe. La destra, che è meno sensibile alle sofferenze umane, è molto più disposta a obbedire alla storia, a ossequiare la storia. Il non dare retta alla storia è un po’ il compito della sinistra: accettare la storia ma non darle retta, prendervi posto ma senza esserne schiavi. Questo vuol dire affrontare una serie di problemi che riguardano il lavoro, l’educazione, la formazione, il rapporto fra le istituzioni e i cittadini in un fase di cambiamento. […]
Fra poco i nostri mercati saranno invasi dai prodotti a basso costo di paesi del terzo mondo; e, se non entreranno i prodotti, entreranno gli uomini che li hanno prodotti o potevano produrli. Quanto all’integrazione europea, finora sappiamo soltanto che il meccanismo monetario non ha funzionato e che, per farlo funzionare, occorrono altri meccanismi di regolazione, compensazione e promozione.
Ci serve una cultura dell’immigrazione che oggi non esiste ancora. Si tratta di una questione particolarmente grave. I problemi dell’immigrazione, se li osserviamo da vicino, sono i problemi della sua distribuzione: l’immigrazione è concentrata in determinati luoghi, non è diffusa, e le parti più a disagio per le novità create dall’immigrazione sono le parti socialmente più esposte, il che genera un accumulo di sofferenza. Le parti organicamente più forti sono fuori da questo giuoco, anzi, ne utilizzano il meccanismo a loro vantaggio. […]
I percorsi sono due, uno di carattere culturale e l’altro di carattere istituzionale. Sul piano della cultura bisogna uscire dalla mentalità di “sinistra del produttore”, sottoporre a critica questa mentalità e pensare non più al produttore ma al destinatario del prodotto, del servizio, come protagonista della dinamica sociale. Sul piano istituzionale si potrebbero proporre degli organismi che assumano esplicitamente la doppia necessità rivelandola, senza pensare che la soluzione che si propone nell’immediato sia “la soluzione”.
[tratto da Le virtù della Repubblica, 1994]
 
[23 ottobre 2008]