Il Requiem di Tabucchi

Una lettera inedita ad Antonio Tabucchi a partire da Nietzsche
di Alessandro Agostinelli

Caro Tabucchi,
[…] mi è venuta voglia di scriverle poche righe sul suo ultimo libro [Requiem è il libro scritto in portoghese dall’autore, pubblicato in Portogallo nel 1991 e in tradotto in Italia nel 1992], stimolato da una casuale rilettura della prefazione di Umano troppo umano di Nietzsche.
“… e che mai potete sapere di tutta la falsità che ancora mi è indispensabile, perché io possa continuare a permettermi il lusso della mia veridicità? […] Basta, io vivo ancora; e si dà il caso che la vita non sia un’escogitazione della morale: essa vuole l’inganno, vive nell’inganno…”. È stato questo passo a colpirmi immediatamente. Subito ho pensato alla mania di inventare associazioni “incongrue” e relazioni fuori contesto. Continuando la lettura però non riuscivo a togliermi dalla testa alcune sue risposte alla nostra intervista e anche certi passaggi di Requiem.
“Così dunque una volta, quando ne ebbi bisogno, mi inventai anche gli spiriti liberi […] ma allora, come ho detto, avevo bisogno della loro compagnia per tenermi di buon umore in mezzo a cose cattive […] ne avevo bisogno come di bravi compagni e fantasmi, con cui si chiacchiera e si ride, quando di chiacchierare e ridere s’ha voglia, e che si mandano al diavolo quando diventano noiosi, come per rifarmi per la mancanza di amici…”.
Così ho detto, tra me e me, che Pessoa forse era diventato per lei veramente noioso, ma noioso come dice lì Nietzsche.
È quella “necessità di buon umore di fronte alle cose cattive” che non sapevo cosa fosse. E anche ora sono indeciso se attuare un’altra associazione, pensata quando un’amica mi ha detto: “Tabucchi non poteva che scrivere un libro su Pessoa. Per lui e contro di lui. Ha talmente attinto dal poeta portoghese che doveva rendergli qualcosa”. Ho pensato a quelle cose cattive come l’ombra di un libro da scrivere, l’impegno [o il tentativo] di superarsi che è poi diventato Requiem. E la lettura di Nietzsche incalzava e trovava solo conferme alle mie claudicanti supposizioni; un “apriti-cielo” sul rapporto narratore-convititato di Requiem e, più malignamente, sulla relazione Tabucchi-Pessoa.
“Piuttosto morire che vivere qui, così parla la voce imperiosa della seduzione: e questo qui, questo a casa è ciò che fino ad allora la giovane anima aveva amato! Un subitaneo orro e sospetto verso ciò che amava, un lampo di disprezzo verso ciò che per essa significava dovere, una smania ribelle, capricciosa, vulcanicamente impetuosa, di peregrinare, espatriare, estraniarsi, raffreddarsi, disincantarsi, gelarsi, un odio per l’amore, forse uno sguardo e un gesto sacrileghi all’indietro, là dove aveva finora pregato e amato, forse un rossore di vergogna per ciò che ha appena fatto, un ebbro, profondo esultante brivido, in cui si rivela una vittoria – una vittoria? su che? su chi? una vittoria enigmatica, piena di interrogativi, problematica, ma comunque la prima vittoria…”.
Però questa vittori si avvertiva già ne L’angelo nero, o forse lì si avvertiva in-fieri, il prototipo di quegli “angeli” che in Requiem sono diventati “spiriti liberi”. E se prima de L’angelo nero quel “qui”, quel “a casa” erano in relazione al topos letterario dell’altrove (o meglio relativi, per contrasto, a quell’altrove teorico e plausibile opposto al nostro dove imprescindibile e massiccio di cui lei parla nella prefazione a Donna di Porto Pim) ora sono quella sua vicinanza a Pessoa, quel suo trattamento “da scrittore a scrittore” di cui lei ha parlato nella nostra discussione.
[…] termino qui questi “incongrui” accostamenti, rammentando, ancora da Nietzsche, il nocciolo che, tramite la prefazione di Umano troppo umano, credo di aver colto nel suo Requiem. “questa volontà di volontà libera”.
Ciò che ancora potrei dire è un altro salto mortale, una nuova piroetta incurante del contesto storico e delle differenti discipline (ma non sono forse, la letteratura e la filosofia, due diversi discorsi attorno ad un unico tema? la natura umana?).
Ecco un ultimo supponente ragionamento.
Per Nietzsche “Umano troppo umano è il monumento di una crisi… con quel libro mi sono liberato da ciò che non apparteneva alla mia natura”. E così non è forse stato per lei Requiem?, come quando nelle nostre chiacchiere lei mi dice che certe cose di Pessoa certo non le appartengono?
[…]
Cordiali saluti. Suo
Agostinelli
PISA, 9 maggio 1992
 
 
 
[24 luglio 2009]